I ROMANZI e le FAVOLE di Nicoletta - Raccontagli una favola
I ROMANZI e le FAVOLE di Nicoletta - Con la FANTASIA puoi essere Ovunque e Chiunque

Questa pagina è per te, papà, mamma, nonno, zia, fratello maggiore o, per chiunque abbia accanto un bimbo a cui vuole molto bene.






























Vuoi trasmettergli  un insegnamento particolare, una "morale" a cui tieni molto o che ritieni essenziale per affrontare nel modo giusto la vita?
Approfitta delle mie storie. Conierò una fiaba o una favola dedicata al tuo piccolino e, se vuoi, il protagonista avrà il suo nome.

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DEDICATA e TUTTI i BIMBI



La favola di Pasqua


Il grosso cane nero stava facendo la sua passeggiata mattutina, nel parchetto che gli piaceva tanto. Oh, era un piccolo fazzoletto di terra con un praticello mezzo secco, ma aveva quattro alberi, proprio negli angoli, che venivano battezzati quotidianamente da tutti i pelosi del vicinato e lui godeva a controllare che il suo schizzo di pipì arrivasse, sempre, più in alto di quelli dei suoi simili.
Era intento ad annusare il terreno presso le radici dell’albero più vicino alla strada quando udì uno strano, tremulo verso, provenire dal lato opposto.
Cos’era? Non il grido di un cagnolino e neppure di un gattino, però era certo fosse una richiesta d’aiuto. Attraversò velocemente la via e si guardò attorno.
“Bheeeeee, beeeeeeeee”
L’inusuale verso arrivava proprio dal canale. Il suo papà umano l’aveva ripetuto spesso: la vecchia roggia scoperta era pericolosa, prima o poi qualcuno ci sarebbe caduto dentro.
Si avvicinò all’orlo della fossa.
Rannicchiato in un angolo, un esserino bianco, bioccoluto e tremante lo fissava terrorizzato.
“Beeeeee, ti prego, ti prego, non mi mangiareeeee”
“Mangiarti io? Oh, piccolino, io mi nutro solo di crocchette a base di pesce, stai tranquillo, non ti farò del male ma…ma come sei finito laggiù?”
“Sono, fuggito, mi volevano uccidere e… lui mi inseguiva e…io mi sono buttato qui dentro e mi sono nascosto in quel tubo là in fondo e ora, bheeeeeee non so come tornare su…”
“Ma chi mai ti voleva uccidere?”
“L’uomo, non sai che tra poco arriverà la Pasqua”
“E ti pareva che non ci fosse di mezzo l’uomo, però la signora Pasqua non la conosco, be, mi devi spiegare tutto, però prima devi uscire da questo buco, hai rischiato sai, ogni tanto ci fanno passare ancora l’acqua”.
Il cane si chinò e, con la delicatezza di una mamma gatta, afferrò il tipetto per il collo per poi depositarlo sull’asfalto.
“Mi sembra non ti sia fatto male ma forse sarai affamato, non so neppure che specie sei, cosa mangi?”
“Sono un agnello, il figlio della pecora, per capirci, e mi nutro di erba e latte di mamma”
“Mi dispiace, latte di mamme non ne ho, però nel giardinetto puoi trovare anche dell’erbetta fresca, accomodati e, intanto, racconta…”
“Dunque, gnam, gnam, ieri uno dei pastori mi si avvicina e mi segna la schiena con il gesso …. Vedi la x che ho ancora addosso? Io corro da mia madre e lei si mette a piangere e singhiozza: no, no, ancora, me li ammazzeranno tutti; io comincio ad avere paura e lei me ne mette ancora dipiù … gnam gnam, dice che devo scappare altrimenti finirò spellato e cotto in un piatto per festeggiare la Pasqua umana”.
“Ahhh, ora ho capito a che Pasqua ti riferivi ma, nooo, l’uomo non può essere così crudele e… cannibale da sacrificare un cucciolino come te per celebrare la risurrezione del Figlio di Colui che ha creato tutti gli esseri viventi“
“Eppure è così, i miei fratelli maggiori… non ci posso pensare, gnam, gnam, sputttt (l’erba sa di pipì), behhh, ti dicevo, la mamma questa notte mi ha fatto uscire dal recinto spostando un’asse rotta, gnam, gnam e mi ha detto di correre, ma qualcuno se n’è accorto e ha cominciato a cercarmi e…oddio eccolo”
Un omone sudato e rosso in faccia si precipitò verso l’agnellino: “Finalmente ti ho scovato brutto disgraziato, mi hai fatto venire il mal di fegato, ora vedrai cosa ti succede, ho intenzione di farti finire nel mio forn

Il cane si sdraiò e accolse il tremulo cucciolo tra le zampe anteriori, poi, mostrando al pastore tutta la sua dentatura gli ringhiò:
“Nun ce provà nemmeno, vatte a magnà n’ovetto”
Il truce individuo prese un grosso ramo caduto a terra e affrontò il nero peloso.
“Ah, ma allora le cerchi, non conosci proprio i rottweiler” lo disse saltando, afferrò il ramo e lo spaccò in due con un solo colpo delle mascelle, poi prese di mira il … sedere.
L’uomo corse via, ululando, più veloce di un ghepardo.
“Bene ragazzino, ora, risolta la faccenda, ti porto a casa mia, siamo una bella famiglia sai? Il mio papà e la mia mamma umana adorano e rispettano tutti gli animali, vedrai ti troverai bene, a proposito, io sono Eros e tu?”
“Behhh, mamma mi chiamava piccolo o figlio mio…”
“Credo ti chiamerò: Pasqualino”
“Ah, ah, ah, mi sembra giusto, mi piace”.
Molte persone si girarono a osservare il grosso cane nero e il piccolo agnello bianco camminare affiancati: era certamente un fatto curioso, ma sicuramente commovente e rassicurante.
E voi? Fate i bravi e buona Pasqua



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ARUSETTA






 
Quella sera Duda non aveva proprio voglia di studiare. Aveva la mente altrove… sulla spiaggia.
“Ma come?” direte voi, “Fa freddo, piove e quella, ormai quasi signorina, pensa al mare?”
Ebbene sì, Duda amava il mare, il suo odore, i suoi suoni e le piaceva anche nuotare. Inoltre adorava gli animali acquatici e sognava sempre di sguazzare insieme a loro.
“Uffa” sospirò “Invece di farmi una corsa sulla spiaggia devo stare qui a combattere con i numeri”
“Se mi prometti di finire il compito senza sbuffare ti faccio fare un giretto a casa mia”
La bambina si alzò, di scatto, dalla sedia. Chi aveva parlato? Era sola nella sua cameretta , a parte Black, che stava ronfando beatamente su un cuscino.
Oh, scusate, dimenticavo di dirvelo: Black è un bellissimo gatto, naturalmente quasi del tutto nero.
Duda si stropicciò gli occhi e si rimise seduta.
“Mi sarò addormentata senza accorgermene e…”
“Allora hai deciso? Andiamo o no?”
Duda sentì il suo cuoricino fermarsi un attimo e poi battere all’impazzata. Si fece coraggio e con voce tremante sussurrò: “Chi sei? Dove sei?”
“Ma dai, sciocchina… sono qui, non avrai paura di un pesciolino?
La bambina girò la testa verso il grande acquario dei pesci marini che il papà le aveva installato da poco proprio sotto la finestra. Un magnifico pesce angelo di uno squillante blu, solcato da una striscia gialla, agitava festosamente una pinna laterale in segno di saluto.
“Chiudi quella bocca, sembri un boccalone, scusa, una boccalona e aprimi questo coperchio, così  faccio una fatica a parlare”
Duda, si scosse dalla meraviglia che l’aveva attanagliata e si affrettò ad obbedire.
Il pescetto guizzò fuori dall’acqua, finì sul pavimento in una nuvola di spruzzi e ohhhhhh, cominciò ad ingrossarsi, ad allungarsi e a cambiare forma. Duda (che era tornata ad aprire la bocca e a sgranare gli occhi) si ritrovò di fronte a una simpatica giovanetta, un po’ strana direi perché aveva la faccia blu,  grandi occhi posti lateralmente, non aveva neppure un capello ed era vestita di squame ma, aveva un sorriso speciale, accattivante.
“Sei pronta?”
“Ma…” tentò di dire la bambina.
“Oh, sono una maleducata, dividiamo la stanza da quasi due mesi ma, non sai il mio nome. Molto piacere ni chiamo Arusetta”. Disse l’incredibile creatura porgendo la mano a Duda.
Che mano fredda, gentile ma fredda. Gentile? Forse ma. molto forte: strinse il polso di Duda poi, con mossa fulminea la trascinò verso l’acquario e Duda non riuscì a opporre resistenza anche perché si sentiva leggera, sempre più leggera. Per forza era divenuta piccola piccola, proprio come un pesciolino ed anche Arusetta si era ristretta pur mantenendo le sue sembianze umane.
Nell’immergersi in acqua non provò alcun fastidio, solo una sensazione di benessere e, meraviglia, poteva respirare normalmente e… parlare anche.
Sempre mano nella mano (pinna), Duda passò in mezzo ai compagni di Arusetta che le mandarono un bacino formando una “o” con la bocca e le augurarono:
“Buon viaggio, segui i consigli di Auretta e non ti allontanare da lei”
“Grazie amici ma, voi non venite?”
“Non ci è permesso, divertiti eh”.
La sua guida la esortò a muoversi. “ Dai, non abbiamo molto tempo, solo un minuto…”
“Un minuto? Ma dove si può andare in un minuto?”
“Non ti preoccupare, tu sei rimpicciolita ed il tempo è aumentato per cui, seguendo la tua misura di tempo, abbiamo quasi un’ora ma, sbrigati, dobbiamo passare da qui”.
Arusetta s’intrufolò in mazzo a due sassi bianchi poi dentro una conchiglia a forma di chiocciola che sembrava non avere fondo.
 A Duda, dentro quella spirale infinita, stava cominciando a girare la testa finché, davanti a sé vide un buchino azzurro e, attraversato quello spiraglio, si trovò in mezzo allo spettacolo più bello del mondo.
Su uno sfondo di brillantissimo blu, spiccavano trine e foreste di coralli dei più vividi colori: gialli, rosa, rossi… e in quell’intrico di “rametti “ guizzavano miriadi di esseri acquatici di ogni forma, grandezza e tinta.
La bimba fu trascinata in  un vortice di pesciolini argentei che le era passato improvvisamente davanti. Senza avere alcun timore Duda s’immedesimò nel branco, divenne un componente di quello sciame instancabile e nuotò con loro sentendosi libera e felice poi, Arusetta la spinse delicatamente da un lato e la condusse verso il fondo.
“Che sabbia morbida e pulita” esclamò appena i suoi piedi toccarono il manto dorato del fondale.
“Ah ah…” sghignazzò la sua guida “Non può essere sporca, siamo in acqua… ma, vieni, ti faccio conoscere Embrica…eccola là”
Un’imponente tartaruga dal muso verdognolo chiazzato di giallo, stava lentamente nuotando verso di loro.
“Ohhh, abbiamo un’ospite, che graziosa bambinaaaa” disse con voce tremula “ vieni, ti faccio fare un giretto, sali pure sul mio carapace”.


Duda balzò sul guscio, che aveva la forma di un cuore, della sua nuova amica e le cinse il collo con le braccia poi, su quella tranquilla cavalcatura, iniziò ad esplorare quel fantastico mondo.
Imparò i nomi di molte specie, vide prati di fiori che si aprivano e chiudevano e seppe che fiori non erano ma, animali che, in quel modo, succhiavano microscopico nutrimento. Attraversò prati di erba blu, spessa come dita, che oscillava al moto della corrente ma, seppe che anche quella era formata da esseri viventi.
Conobbe Loreto (sì, avete indovinato: era un pesce pappagallo dalla bocca a forma di becco), Leo (pesce leone) con i raggi della pinna dorsale simili ad una criniera, Hyppo, straordinario esemplare di cavalluccio marino, Birostra, placida ma enorme Manta e… d’un tratto Arusetta, che aveva sempre fatto loro da scorta, le dette uno spintone e la scaraventò in mezzo alla rena.
“Giù, giù e stai zitta.”
Duda obbedì ma, pur appiatta e seminascosta dalla sabbia, mantenne un occhio aperto e vide dapprima un’ombra sinuosa e scattante disegnarsi sul fondo e poi la sagoma di uno scuro serpente…no, non poteva esserci un serpente nel mare era… era una murena.
Oddio che occhi cattivi e uhhhh, che bocca enorme piena di acuminati denti e…
“No, no, brutta bestiaccia, non puoi….”  strillò la bambina vedendo la famelica bocca serrarsi attorno ad una zampa di Embrica. Arusetta scattò verso l’alto e prese a tempestare di pugni la testa del mostro che mollò la presa ma, un istante dopo, si girò verso l’assalitrice e in un sol boccone se la cacciò in gola.
“Brutta vigliacca” gridò Duda che, divenuta coraggiosa come non lo era mai stata, raccolse un pezzo di corallo e scagliatasi contro la grossa anguilla, con tutte le sue forze, glielo infilò in un occhio.
Be, non gli fece molto male ma, fu la sorpresa ad avere la meglio, la murena infatti aprì la bocca e Arusetta ne uscì fuori indenne dicendo ad alta voce:
“Via via, tutti via da qui, scappate…”
Quando furono al sicuro dietro una parete costellata da bivalvi e stelle marine, si accertarono che nessuna di loro avesse subito danni.
“Io sono vecchia e coriacea, ho solo un graffio sulla mia zampa pinnata però guarirò in fretta” esordì Embrica.
“Io ho un paio di scaglie rotte e le gambe che mi tremano ma, dentro quella scura caverna sono riuscita ad aggrapparmi ad un dente e be… grazie Duda, mi hai salvato la vita, tu come stai?”
“Il mio cuore sembra scoppiare ma, mi sento bene e, non ringraziarmi, anche tu sei stata fenomenale…”
Arusetta guardò verso l’alto, la luce stava diminuendo “Basta è tardi, dobbiamo tornare a casa, il nostro “permesso” è terminato, vieni”.
“Che peccato” sospirò la bambina “Ciao Embrica, è stato un piacere conoscerti”.
Fecero il cammino inverso (dovevo scrivere: il nuoto inverso), s’infilarono in un buchino che conduceva nella conchiglia a spirale, sbucarono dall’anfratto tra i due sassi bianche e, tra gli applausi dei compagni di Arusetta, si ritrovarono nell’acquario.
L’amica pesce le diede una spinta, si issarono sul bordo del contenitore poi spiccarono un salto e giunsero, sane e salve, sul pavimento.
Duda riprese subito le sue dimensioni, Arusetta invece rimase piccola.
“ Aiutami, mettimi nella vasca, tra poco non riuscirò più a mutarmi”.
La bimba la posò delicatamente sul palmo di una mano e la trasferì, nella vasca, sospirando:
“Come mi dispiace che quest’avventura sia finita”.
“Non è così…” rispose Arusetta, ridiventata pesce, ma ancora con voce umana “Potrai tornare nel mio mondo una volta alla settimana però…” il resto si perse in un bisbiglio di bollicine.

“Oh lo so!” disse Duda correndo verso la scrivania “ Devo prima fare i compiti. Matematica arrivooooooooooo”.






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CUORI








 
C’era una volta e, purtroppo vi assicuro non c’è più, un paesino fatato che chiamavano Stupore. Era un paesino con tante case dipinte di vivaci colori, una chiesetta e un laghetto dove nuotavano pesci dorati e si posavano uccelli simili a cigni dalle ali di cristallo. Era contornato da un fitto bosco e in fondo, ma proprio in fondo in fondo, si scorgevano le cime di tre altissime montagne che, al sorgere del sole, parevano rifletterne i raggi frammentandoli in strisce di tutti i colori dell’arcobaleno.
A Stupore viveva Sospiro un bravissimo ragazzo, onesto e studioso che aveva però un difetto: si era innamorato di Snobbina. Come? Non sapete chi era Snobbina? A Sopiro la conoscevano tutti, era quella ragazzina dalle lunghe trecce bionde e dagli occhi azzurrissimi che camminava sempre con il naso all’insù.
Be, vi dicevo che Sospiro era proprio cotto, le andava dietro come un cagnolino, le regalava fiori e cioccolatini, le cantava canzoni d’amore ma, quella bella ragazza non lo degnava di uno sguardo.
Un giorno si decise, la bloccò per la strada inginocchiandosi ai suoi piedi e l’implorò:
“Snobbina, il mio cuore palpita per te, la mia mente vede solo il tuo volto, ti prego non respingermi, ti amooo”.
La ragazza, fissandolo con occhi di ghiaccio rispose:
“Sospiro. il mio cuore è duro come un sasso, la mia mente non riconosce il tuo viso, ti respingo, non ti amo” e si allontanò sdegnosa.
Il ragazzo rimase in ginocchio, quasi senza fiato, poi si rizzò in piedi di scatto dicendo:
“Non mi arrendo, andrò a cercare l’Omino del bosco, lui saprà aiutarmi”.
Scommetto che non sapete neppure chi era l’Omino del bosco. Be, ve lo dico io.
Si diceva fosse un essere a metà tra lo gnomo e il folletto e che vivesse vicino a un grosso fungo con il cappello verde. Si diceva… perché nessuno lo aveva mai visto, ma ogni stuporiano (abitante di Stupore) raccontava una sua storia nella quale l’Omino del bosco faceva miracoli con la sua bacchetta magica.
Fu così che Sospiro, al calar della notte, con una sacca in cui aveva messo un panino al formaggio, una bottiglia di Super Cola e una torcia, s’incamminò per il sentiero che s’inoltrava nel bosco.
Ma voi direte: “Perché avventurarsi in mezzo agli alberi al buio? Con la luce del giorno la sua ricerca sarebbe stata più facile”.
“E no…” vi rispondo io “…per trovare quel nanetto (si diceva fosse molto piccolo) occorreva seguire gli aloni di luce delle piante vicino alla sua dimora e il brillio della cappella del fungo che, ovviamente, con la luce del sole non si sarebbero notati”.
Dunque, Sospiro vagò nel bosco per ore ed ore senza successo poi, in preda alla disperazione, iniziò a gridare: “Omino del boscoooo, Omino del boscooo dove sei? Ti prego fatti vedere o io mi lascerò morire….”.
I suoi lamenti si propagarono tra i fitti rami e sembrarono moltiplicarsi come cento eco finché un puntino di luce si materializzò davanti al naso del ragazzo e, da quel puntino uscì una voce sottile: “Cos’hai da gridare, stai svegliando tutte le creature del bosco… dai seguimi”.
“Ma tu sei?”
“Io sono e non sono, su vieni con me”.
Quella specie di lucciola sfrecciò in mezzo alla vegetazione e il ragazzo dovette mettersi a correre. Finalmente, quando ormai le gambe cominciavano a cedergli, la lucina arrivò in una zona, dove le foglie degli alberi sembravano luminose stelle e si posò sulla cappella di un fungo che somigliava a un grande smeraldo luminescente.
“Ma allora sei proprio tu l’Omino” disse Sospiro ansando.
“No, è lui…” rispose il puntino proiettando un fascio di luce verso un nodoso tronco.
Il ragazzo sussultò, quell’albero gigantesco era provvisto di due occhi, di un voluminoso naso e di una larga bocca che in quel momento stava sorridendo.
“Ehi, ma tu non sei un omino” mormorò Sospiro ancora incredulo.
“Già, io sono un olmo molto grasso e qualcuno, non mi ricordo più chi perché sono  passati secoli, per scherzare mi ha chiamato Olmino  poi… con il tempo, col passaparola , la elle  è andata perduta e sono diventato Omino. Ma non parliamo di me. Perché sei venuto a trovarmi?”
Il giovane raccontò al vecchio tronco di tutta la sua disperazione amorosa ma, il saggio legno scosse più volte la testa (ossia le fronde) e infine dichiarò:
“Mi dispiace Sospiro, non posso aiutarti, l’amore, come gli altri sentimenti, deve essere genuino, nessuno può accenderlo con una magia”.
Sospiro iniziò a singhiozzare: “Ti prego, ti prego, non posso esistere senza Snobbina, ti imploro, aiutami, farò qualsiasi cosa per sdebitarmi” e nel dire queste parole continuava ad abbracciare ed accarezzare la corteccia di Olmino.
“Dai per favore, non fare così, mi fai piangere e… non sarebbe dignitoso per un sapiente come me… e va bene, vorrà dire che ti donerò uno dei miei due cuori”.
“Cosa?”
“Sì, io ho due cuori, sono molto sensibili e mi aiutano a capire meglio le gioie e le angosce umane. Ascoltami bene, tu porterai il cuore a quella tua ragazza, se lei ha un minimo di attenzione per te lo vedrai mettersi a pulsare e l’amore che emanerà entrerà in lei… però, mi raccomando, anche se non dovesse funzionare, poi  portamelo indietro”.
Olmino, usando due rami come braccia, si allargò una crepa che aveva in mezzo al petto (scusate: tronco), ne estrasse un rosso cuore e lo pose delicatamente nelle mani di Sospiro.
“Vai e trattalo bene”.
Il ragazzo non corse, quasi volò verso il paese e vi giunse alle prime luci dell’alba.
Arrivò davanti all’abitazione di Snobbina (una bella casetta gialla, con le persiane di pinte di rosso, uno steccato bianco che recintava un praticello verde pieno di fiorellini di tutti i colori) e attese che la ragazza si svegliasse.
“Ma quando si alza…” sbuffò Sospiro guardando l’orologio “… sono quasi le dieci”.
Finalmente due ante si aprirono e una Snobbina sbadigliante e spettinata si affacciò alla finestra.
“Cosa fai nel mio giardino? Ti ho detto che non ti voglio più vedere”.
“Solo un minuto…”
“Non ho tempo per te, la mia mamma mi ha portato la colazione, ho fame, addio…”.
“Aspetta in attimo, per favore, ho un regalo” rispose Sospiro allungando verso di lei la mano sul cui palmo era adagiato il cuore di Omino.
“Ahhh, ma che cos’è questa schifezza, vuoi insultarmi? Vattene, vattene, via da qui” e chiuse la finestra di scatto.
Sospiro afflitto, con il capo chino e trascinando i piedi si avviò verso la sua abitazione tenendo racchiuso tra le mani l’inutile cuore di Omino. Si sentiva svuotato, non riusciva più a pensare, grosse lacrime gli correvano sulle guance.
“Ehi Sospiro ma cosa ti succede?”
Una giovane dagli ondulati capelli neri e con gli occhi di un caldo nocciola lo stava osservando, appoggiata al cancello della sua casetta.
“Ciao Simplicia…” disse lui poi, avvertendo un forte impulso le raccontò di tutte le sue pene.
“Oh, come mi dispiace, so bene cosa significa amare qualcuno che non si accorge di te. Se potessi caverei il mio di cuore per metterlo al posto di quello di Snobbina, così… tu saresti felice”.
Il ragazzo la fissò sussurrando:
“Ma tu… mi vuoi bene”
In quel momento il cuore di Omino iniziò a pulsare e Sospiro si sentì invadere da un amore immenso, un vero amore.
Gli sguardi dei due giovani si allacciarono, le loro dita si toccarono, i loro cuori palpitarono all’unisono poi, mano nella mano, si avviarono verso la foresta e…

Vissero per sempre felici e contenti.



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IL SIGNOR BISOGNA 
IL SIGNOR FACCIOIO
 





Bisogna e Faccioio erano due fratelli, vivevano assieme da trent’anni in una piccola fattoria. Avevano due mucche, cinque galline, un gallo, un cane, un gatto, un piccolo orto ed alcuni alberi da frutto.























Bisogna era il più gande, di soli due anni, ma era molto diverso dal fratello. Era grasso, con una enorme pancia, aveva una lunga barba incolta e sembrava sempre arrabbiato. Faccioio era snello e vigoroso, portava dei curati baffi sotto i quali sorrideva continuamente.
La loro vita si svolgeva monotona, sempre uguale, perché non uscivano mai dalla loro dimora, se non una volta alla settimana per andare in paese a comprare ciò che mancava.
Faccioio si alzava presto la mattina, preparava la colazione, poi usciva per andare nella stalla a mungere le mucche e a dar loro del fieno fresco. Quando rientrava in casa, trovava il fratello seduto al tavolo della cucina che s’ingozzava di biscotti spalmati di marmellata inzuppandoli nel cappuccino.   “Il latte è troppo freddo (o troppo caldo)”  brontolava ogni volta, poi aggiungeva: “ Bisogna rassettare i  letti e pulire la casa”.
Faccioio finiva in fretta di bere il suo caffè poi si armava di scopa, stracci, secchio e spazzolone, saliva nelle camere, sbatteva o cambiava le lenzuola e toglieva la polvere da mobili e pavimenti mentre il fratello lo seguiva sbuffando: “Qui c’è ancora dello sporco, là c’è una macchia, non mettere la coperta ho freddo (o togli la coperta ho caldo)”   poi aggiungeva: “Bisogna dar da mangiare alle galline”.
Faccioio andava nel granaio, riempiva una grossa cesta con del mangime e si recava nel recinto delle galline. I sei volatili erano sempre contenti di vederlo, gli andavano incontro ripetendo il loro inconfondibile verso “Coooo co coooo, chichi chiiiii” poi iniziavano a frugare la terra dove Faccioio aveva buttato il becchime. “Dai troppo (o poco) cibo a queste bestie”  brontolava Bisogna che guardava il fratello appoggiandosi con i gomiti alla staccionata poi aggiungeva: “Bisogna raccogliere i pomodori”.
Faccioio s’infilava gli stivali, entrava nell’orto, controllava tutte le verdure zappettando la terra intorno ai loro steli poi cominciava a staccare i pomodori e a metterli in una capiente cesta mentre Bisogna, a un metro di distanza da lui, mugugnava: “Quello è ancora acerbo (o troppo maturo)”  poi aggiungeva :“Bisogna occuparsi dell’uva”.
Faccioio passava nel frutteto, dava un’occhiata a tutti gli alberi da frutto poi iniziava a ripulire le viti tagliando i rami inutili, sfoltendo quelli troppo intricati, staccando chicchi mangiati dagli uccelli ed il fratello gli camminava dietro con le mani infilate dentro le tasche avvertendolo: “Quello lascialo (o toglilo), non legare quel tralcio (o non lo slegare)” poi aggiungeva “Bisogna preparare il pranzo”.
E così continuava per tutta la giornata: Faccioio cucinava, lavava i panni, stirava, si curara anche del cane e del  gatto mentre Bisogna, con viso scuro, gli dava i soliti consigli.
Qualcosa cambiò quando Zia Malizia andò a far loro visita. L’anziana donna capì la situazione,  prese da parte Faccioio e gli disse: “Non ti sembra che tuo fratello si approfitti di te? Non è giusto che mentre tu sfacchini dalla mattina alla sera lui non faccia nulla”.
“O ma lui mi suggerisce le cose in modo che io le faccia perbene.”.
“Oh, benedetto ragazzo, ma tu le fai già bene per conto tuo. Dimmi hai mai visto Bisogna fare un qualsiasi lavoro?”
“No”  rispose il nipote.
“E non ti è venuto in mente che non ne sia capace? Oppure che sia semplicemente uno svogliato?”
“No, cara zia e poi noi stiamo bene insieme, ci completiamo” affermò Faccioio, anche se in cuor suo cominciava ad avere qualche dubbio.
Malizia se ne andò scuotendo la testa e predicendo:  “Dammi retta, cercati una brava moglie e lascia che tuo fratello si occupi di se stesso. Comunque prima o poi…”.
Faccioio non trovò subito una moglie ma, quel prima o poi che aveva preannunciato la zia arrivò molto presto.
Una decina di giorni dopo la visita di Zia Malizia, Faccioio stava pulendo i piatti della cena sotto lo sguardo vigile di Bisogna che ogni tanto mormorava: “Ci metti troppo sapone, quella spugna è sporca, fai piano lo rompi…” e, ad un certo punto aggiunse: “Bisogna scrivere una lettera”.
Faccioio asciugò i piatti, poi prese carta e penna da un cassetto, si sedette al tavolo e chiese al fratello cosa doveva scrivere.
“Bisogna scrivere al negozio d’Agraria perché ci mandino del mangime diverso, non mi piace, i polli stanno dimagrendo”
Faccioio lo guardò incuriosito perché secondo lui il gallo e le galline stavano benissimo, ma non disse nulla e, con molto impegno, iniziò a scrivere.
Quando ebbe terminato lesse la lettera a voce alta e il fratello affermò: “Bisogna che la riscrivi, non è chiara, non si capisce bene cosa vogliamo”.
Per Faccioio la lettera era chiarissima ma, non disse nulla e, con molta fatica, riscrisse le frasi in maniera diversa poi tornò a leggere il suo componimento.
“Bisogna che la riscrivi, non mi piace ancora”.
Per la prima volta nella sua vita Faccioio si arrabbiò. Con il viso rosso ed i baffi vibranti rispose: “Bisogna che io vada a dormire, la lettera te la scrivi da solo” e corse su per le scale.
Mentre saliva gli ultimi gradini sentì il fratello urlare: “Non c’è più rispetto in questa casa, ah bisogna andare in vacanza”.
L’indomani  Bisogna scese per  fare colazione,  ma sul ripiano di legno non trovò la tazza colma di caffellatte né  la ciotola dello zucchero, né i biscotti e la marmellata, sul tavolino c’era solo un pezzo di carta.
Bisogna lo prese pensando si trattasse della lettera, ricorretta della sera prima ma sul foglio c’era scritto:
Sono andato in vacanza, non so dove, e nel frattempo mi cerco una moglie, dimmi quando bisogna tornare  Ciao
Faccioio
E così da quel giorno Bisogna dovette diventare faccio io.





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RISPETTO






Andrea e Matteo erano due vivacissimi topolini.  Erano fratelli, anzi, avevano fatto parte della stessa numerosa nidiata (quella volta mamma e papà topo avevano messo al mondo ben 10 piccolini). Non erano molto interessati allo studio e nemmeno si davano da fare per aiutare, con qualche lavoretto domestico, la numerosa famiglia, loro preferivano giocare per cui, ogniqualvolta riuscivano a farlo, sgattaiolavano fuori dalla tana dileguandosi in mezzo alla meravigliosa natura della valle Dinonsodove,  nella quale vivevano.
Si divertivano a rincorrersi tra l’erba, ad arrampicarsi, su, su, fino alla cima degli alberi più alti, oppure si sfidavano a chi riusciva a passare per primo da una riva all’altra del torrente Quietino, saltando da un sasso affiorante all’altro o camminando in precario equilibrio, come funamboli, su un sottile ramoscello.
Ma il loro passatempo preferito consisteva nel: deridere gli altri.
Sì, quei due discolacci appena incontravano qualche essere vivente dissimile dalla propria specie, dopo essersi fatti a vicenda l’occhiolino, cominciavano a ridere a crepapelle elencando, ad alta voce, tutti i buffi difetti che, secondo loro, lo caratterizzavano.
Oggi toccava a Valentina, la chiocciola del quartiere Papaverini, ad essere oggetto di offese e scherno.
Matteo, che era il capetto del duo, si sedette su una montagnola di terra ed invitò il fratello a fare lo stesso.
“ Dai Andrea vieni vicino a me, con quella ne abbiamo di tempo a disposizione” fece un largo sorriso poi gridò:
“ Ehi signora Valentina… per caso hai finito la benzina? Mi pare proprio che tu stia ferma”.
 Il topino sghignazzando diede  una gomitata al compare  e questi continuò;
 “…ma nooo, non vedi la viscida bava che butta dal didietro? Significa che cammina”.
“Che schifooo”
“ Le serve per scivolare meglio”
“ Ah ah ah ah, per me quella è colla, se non la usasse forse riuscirebbe a fare qualche centimetro in più all’ora…”
“ Uh uh uh uh , ora ho capito perché si porta la tana sulla schiena, è talmente lenta che non riuscirebbe mai a tornare  a casa in tempo per andare a dormire”
“Ahahahahahhhh, questa è buona fratello…”
La chiocciola, senza premura, diresse uno dei tentacoli più lunghi, sui quali erano posizionati i suoi occhi, verso i due birbantelli e con voce calma disse:
“ Piccoli maleducati, avete un gran bisogno di una lezione, qualcuno, prima o poi, vi insegnerà che nella vita occorre rispettare tutti gli esseri viventi…”
“… e saresti tu ad insegnarcelo? Dovresti prima acchiapparci e noi, siamo veloci come ratti, ah ah ah…” la interruppe Matteo con gli occhi pieni di lacrime, non di pentimento ma di troppo riso.
“…oh, forse sarò io o forse no ma, sono sicura che lassù…” usò l’altro tentacolo per indicare il cielo “… ci stanno facendo un pensierino”.
“Ohhh, tu porti sfortuna … vieni Andrea, mi sono stufato, andiamo da Gedeone”.

Gedeone era un enorme, verde rospo. Aveva una certa età e veniva considerato, da tutti gli abitanti del luogo, come un vecchio saggio. Sapeva leggere e scrivere benissimo, studiava le stelle, amava le erbe e ne conosceva le virtù curative inoltre, aveva una parola di conforto o un consiglio per chiunque ne avesse bisogno. Ma per i nostri topini era solo un’altra creatura da bersagliare con sciocche battute.
“Guardalo…” iniziò Matteo mettendosi proprio sotto il naso dell’anfibio “…è una stupida viscida pietra piena di  bernoccoli…”
“…una pietra che respira gonfiando il collo…”  proseguì Andrea “…ah ah ah  mai visto niente di più ridicolo”.
“Io sì…” ribadì il fratello “… l’hai mai visto camminare? Ha le zampe storte e quelle dita…blahhh, fanno proprio senso…”
Il rospo sbuffò: “Basta screanzati, se non la smettete di far andare la lingua per dire sciocchezze tiro fuori la mia e vi ci appiccico”
I topolini fecero un balzo indietro ben conoscendo la rapidità di quell’adesiva frusta acchiappa insetti,  però non cessarono di canzonare Gedeone, anzi si misero a cantare in coro:
“ Sei ridicolo e sei  grosso,
brutto, brutto come un rospo,
ahahahahaha…”
“ Si vede che non andate più a scuola, non sapete neppure fare  una  rima”.
“La scuola non serve a niente”.
“Oh sì, a voi servirebbe per farvi conoscere il significato della parola: rispetto”.
“Ancoraaaa,  ma non sapete parlare d’altro oggi?  Siete proprio noiosi. Vieni Andrea andiamo a giocare sul Quietino”
“Io vi consiglierei di non avvicinarvi all’acqua oggi” gridò Gedeone ai due sorcetti che si stavano allontanando di corsa.
Andrea si fermò e chiese: “Perché?”
“Perché le mie giunture mi stanno avvisando che arriverà un bel temporale, un vero uragano direi e il Quietino non è sempre così calmo come indicherebbe il suo nome”.
“Dai  fratello muoviti…” disse Matteo prendendo Andrea per un orecchio “ non dar retta a quel vecchiaccio, non sa cosa dice, guarda c’è il sole e neppure  una nuvoletta”.
 
I fratellini attraversarono senza fatica il corso d’acqua, in un punto in cui una sottile strisciolina di ghiaia correva per tutta la sua larghezza, poi raggiunsero un bellissimo prato ricoperto di margherite e giocarono a nascondino per quasi un’ora, fin quando i loro stomaci cominciarono a borbottare per la fame .
“Torniamo a casa…” propose Andrea “… la mamma avrà preparato la…” non finì la frase perché fu letteralmente inzuppato da una grossa goccia di pioggia.
Un boato si scaricò alle loro spalle, nel cielo, divenuto nero in pochi istanti, guizzarono rapide saette.
“Oddio, vuoi vedere che quel pallone gonfiato aveva ragione…” disse Matteo con voce incerta “… sbrigati, dobbiamo riattraversare il Quietino”.
Arrivarono ansanti e bagnati nel punto dove avevano guadato il fiumiciattolo ma,  la ghiaia non si vedeva più, inghiottita da  un’acqua che sembrava essere raddoppiata di volume ed era anche torbida e vorticosa. Il Quietino si stava ingrossando.
“Ed ora che facciamo?” chiese Andrea piagnucolando.
“Ora non fare il fifone…” rispose il fratello “…andiamo più a monte, dove ci sono i sassi, passeremo da lì”.
E così, saltellando da un sasso all’altro i due topini arrivarono quasi alla metà del fiume  fermandosi sopra  un masso più grosso che sembrava un’isola circondata dalla corrente ma, quando tentarono di proseguire si accorsero che le  restanti  pietre non si vedevano più poiché ricoperte dal vortice spumeggiante e non potevano neppure tornare indietro: anche il cammino percorso era finito sott’acqua.
Andrea gemette “Oh poverini noi, dovevamo ascoltare Gedeone, moriremo… se non affogheremo nel fiume, ci ucciderà la pioggia”.
Matteo voleva sembrare coraggioso ma anche lui iniziò a tremare come una foglia quando  si sentì lambire le  zampette dall’acqua che, inesorabilmente, stava salendo. Pensò a Valentina e al castigo che stava arrivando loro addosso dal cielo.
La corrente li spazzò via. Si avvinghiarono l’un l’altro sapendo che non sarebbero usciti vivi da quell’avventura ma…ma… c’era qualcosa che si muoveva sotto di loro, qualcosa di solido e vivo. Come due naufraghi si aggrapparono all’enorme gobba bitorzoluta che li riportò a galla.
“ Ero sicuro che vi sareste messi mei guai e ho pensato di venire a cercarvi” disse la placida voce di Gedeone  che con una decina di zampate in perfetto stile “rana” guadagnò , tranquillamente,  la sospirata riva.
I topini sputacchiando l’acqua che aveva riempito i loro polmoni si lasciarono scivolare giù dal dorso del rospo e Matteo, appena toccata terra, gli si rivolse con fare contrito.
“Grazie  Gedeone ci hai salvato la vita, a noi che siamo stati così cattivi con te, proprio degli stupidi. Non solo non ti abbiamo ascoltato ma, ti abbiamo anche preso in giro… ti prometto che non offenderemo più nessuno”.
“Sì, sì, mai più” fece eco Andrea

“…e domani…” continuò Matteo “… se permetti, verremo a trovarti, vogliamo che ci insegni bene il significato della parola: RISPETTO”.




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