I ROMANZI e le FAVOLE di Nicoletta - Un racconto per te
I ROMANZI e le FAVOLE di Nicoletta - Con la FANTASIA puoi essere Ovunque e Chiunque

 
 

In questa pagina troverai un mio
racconto inedito da leggere tutto in un fiato.



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Fine di un’onorata carriera


“Sta comodo?”
“Sì, questo divano è molto avvolgente”
“Bene, la aiuterà a capire le sue sensazioni e i suoi progressi: si sentirà sprofondare o sollevare congiuntamente alle emozioni e stati d’animo che proverà”.
L’uomo guardò il professionista e il volto cordiale, i folti, ricci capelli, ben pettinati, gli occhiali saldi sul naso e il lindo camice bianco che indossava lo rassicurarono.
 “Spero potrà aiutarmi dottore”
“Ora si distenda bene, tenga lo sguardo rivolto in alto o, se preferisce, chiuda gli occhi, liberi la mente e si apra, mi racconti ciò che vuole, iniziando da perché è qui”.
“Veramente non so come iniziare, ma mi creda, sono disperato, distrutto, finito, la mia carriera… oh i miei poveri avi, sa dottore? Lo era mio nonno, lo era mio padre che mi ha insegnato tutto, sono sicuro che si rivolterà nella tomba… come farò…”.
“Si calmi, si rilassi e, come prima cosa, mi dica di che mestiere o lavoro si tratta?”
“Beh dottore, non è proprio un mestiere, è un talento, una dote, un’arte direi, io sono un esibizionista”.
“Un che? Ah, mi scusi, continui, si rilassi e continui”.
“Le dicevo, dottore, che mio padre mi ha insegnato tutto, quando ho compiuto dodici anni mi ha portato con se. Che bei tempi, indimenticabili. Lui si celava, quatto, quatto, nell’angolino più buio della fermata della metropolitana di piazzale Loreto, aspettava che passassero tre o quattro ragazzette e poi zac, sbucava fuori mostrando la mercanzia. Ah, grida, rossori…mi ricordo persino svenimenti, ah che bei tempi”.
“E lei?”
“Io? Io copiavo mio padre, ero un giovane molto dotato, il mio genitore era orgoglioso di me”.
“Quindi provava sensazioni positive?”
“Sì, ero un figlio degno, in ogni senso, il mio genitore mi ha aiutato a trovare un luogo idoneo per me, in un’altra stazione in  modo che potessimo esprimerci entrambi senza ostacolarci, ma poi…”.
“Poi?”
“Beh, quando è toccato a me continuare la tradizione perché il mio papà finì in galera, per qualche anno non ebbi problemi ma le cose sono cambiate in fretta”.
“In che senso? Problemi con la famiglia, di salute?”
“No, no dottore, sono i ragazzi ad essersi… snaturati, quelli che, del tutto impropriamente, vengono chiamate: le vittime, hanno cambiato atteggiamento, in modo incomprensibile, dapprima hanno iniziato a ridacchiare, soprattutto se erano in gruppo, poi a minacciarmi in maniera, direi aggressiva e poi…” un delicato sbuffo annunciò che il divano iniziava ad affossarsi “ … mi hanno deriso, hanno deriso i miei attributi, mi hanno malmenato, rincorso e spesso, oh, mi vergogno a dirlo, sono scappato via come un ignobile furfante, io, proprio io che non ho mai fatto male neppure ad un insetto”.
Il silenzio ovattato durò un paio di minuti.
“In seguito ha reagito?”
“Ho tentato, ho cercato di essere spavaldo, sicuro di me ma non è servito e allora ho cambiato piazza, per esempio un’estate sono andato al mare, sempre memore delle esperienze condivise con mio padre, ho scelto una spiaggetta un po’ appartata, di quelle in cui le famiglie cercano la tranquillità per godersi non solo bagni e sole, ma anche dei buoni pranzetti portati in un cestino e consumati sdraiati su una copertina d’emergenza. E oddio, al ricordo mi sento male...”
“Dica, cosa è successo?”
“Sono stato circondato da dei ragazzi, tutti nudi dottore, maschi e femmine, nudi come vermi e mi hanno sgridato e cacciato perché avevo l’asciugamano annodato in vita, sa, era pronto a farlo cadere alla prima occasione propizia e, non ci crederà, mentre uscivo mi sono guardato meglio attorno e c’erano sì delle famiglie, mamme, papà, bambini e nonni, ma tutti rigorosamente nudi e, mi creda, gli anziani senza nulla addosso, con cicce, pieghe di pelle e pendenze in bella vista sono uno spettacolo disgustoso  Sono stato in crisi per più di un mese, non sapevo più chi fossi, mi vergognavo addirittura della mia maschilità, non riuscivo neppure a guardarmi allo specchio, non uscivo di casa poi...”.
“Poi?”
“Ho cercato di capire se ero io che sbagliavo, magari sbagliavo sempre posto e mi è venuto in mente che le persone più sensibili, moraliste, bigotte e anche, scusi il termine, con molta puzza sotto il naso sono quelle di sangue blu, i nobili insomma”.
“E’ andato ad esibirsi davanti a una contessa, a una regina?”
“Ma no dottore, cosa dice, ho scovato un collegio, qui vicino, in cui possono entrare solo figlie o parenti stretti di vip”.
“ Questa volta è andata meglio?”
“No, all’inizio ero sicuro di farcela, quelle bimbe disciplinate, tutte in fila, le loro divise blu con il collettino bianco, i capelli ben pettinati e qualcuna addirittura con le treccine mi hanno fatto ben sperare. Sono entrato di nascosto e mi sono infilato in un bagno in attesa di un soggetto idoneo. Dopo una mezz’oretta di attesa sono entrate due ragazzine, due bamboline e il mio cuore ha iniziato a battere molto in fretta, ero emozionato come se fosse la mia prima volta ma… dottore ha presente, come si chiamava Jakil e il signor Haidi?”
“Il dottor Jekyll e mister Hyde”.
 “Scusi non sono un letterato, be le due bimbe si sono trasformate, si sono tolte le mutandine e, oh mi vergogno, hanno cominciato a scattarsi foto con i cellulari e parlavano dei loro ragazzi e…avranno avuto forse dodici anni. Non le dico cosa hanno dovuto sentire le mie orecchie. Lo confesso, ho fatto fatica a trattenermi per dar loro una bella sgridata, sono rimasto chiuso in uno dei bagni e poi, quando sono andate via ho vomitato”.
“Tranquillo, continui…”
“ Dottore, mi scusi, ma questo divano si affossa sempre più e…”
“Non si preoccupi Fernando, è normale, ora lei sta ricordando ciò che lo assilla, che le fa male. E’ il primo passo per liberare animo e mente da quello che la opprime, dopo si sentirà meglio, svuotato da un peso che le impediva di prendere delle giuste decisioni e potrà affrontare, con il mio sostegno, il domani consapevolmente e più serenamente”.
“Bene, ma è sicuro che potrà aiutarmi? Io ho bisogno di ritrovare me stesso, di riavere le soddisfazioni di un tempo”.
“Credo che il percorso non sarà breve, ci vorranno alcune sedute, ma vedrà che troverà, dico troverà perché sarà lei a farlo, la soluzione migliore per la sua vita”.
Fernando sospirò poi continuò a rievocare:
“Prima di considerare la possibilità di farmi aiutare da qualcuno, perché sono ridotto molto male, non dormo, non mangio, ho tentato un’ultima carta: le suore”.
“Si è infiltrato in un convento?”.
“O no dottore, non mi sono travestito da suora, ho fatto tutto perbenino, con la scusa, che poi non era tale, di voler avere un sollievo per la mia anima, sono riuscito a entrare, per un ritiro spirituale, nella Badia Celeste, governata solo da monache”.
“Continui”.
“Non è stato facile, il luogo sacro mi toglieva l’ispirazione, non trovavo il momento, così mi sono adattato ai ritmi giornalieri fatti di preghiera, di meditazione e pasti frugali…”
“Ha smesso di sentirsi un’esibizionista?”
“O no, mai, è insito nel mio essere, mi sono tranquillizzato, mi sono goduto la quiete del convento sempre aspettando l’occasione giusta per rivelarmi finché… mi è crollato il mondo addosso”.
“Non mi dica che anche le suore…”
“ Sì, glielo dico. Una sera attraversavo un corridoio sul quale si aprivano le celle delle religiose, mi stavo recando in fondo, nel settore riservato agli ospiti. C’era un silenzio totale, neppure il brusio di una preghiera mormorata nell’angusto spazio di una cella ma, giunto alla fine, davanti all’uscio della saletta riservata a rapide riunioni, udii ridacchiare, sospirare e altri suoni tipo: uhhh, ahhh; ebbi una premonizione e mi vennero i brividi. Spinsi con cautela la porta che incautamente o chissà, forse appositamente per permettere ad altre sorelle di entrare, non era stata chiusa e spiai attraverso la fessura del battente. Tre suore erano intente a guardare un video che mostrava due tizi nerboruti intenti a misurare la rispettiva virilità. Buon Dio, mi capisce? Capisce ora che dramma sto vivendo?”
Tac, tac, tac, tac, il ritmico suono provocato da un lapis battuto su un foglio riempì il silenzio della stanza.
Il paziente aprì gli occhi e girò la testa, ormai quasi incassata nei troppo soffici cuscinoni del lettino, verso il medico sussurrando: “Scusi, questo rumore mi distoglie, mi…”. Ma rimase a bocca aperta.
 Lo psicologo era seduto su una poltroncina con le ginocchia divaricate, aveva un taccuino in una mano e una matita nell’altra ed era nudo.
Senza scomporsi minimamente l’esimio professor Svienghi, spiegò: “Ho l’abitudine di immedesimarmi nei miei pazienti”.

Ferdinando venne inghiottito dal divano.




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Punizione
 
 
Yolù era stanco, erano quattro isee che sedeva ai comandi della vettura terricola che avrebbe portato lui e la sua famiglia a Doxinthouk dove viveva la bisnonna paterna.  Il viaggio era stato, finora, tranquillo, lo stradone extracittadino a sei corsie era quasi sgombro di traffico e  lo sfiorare il visore per controllare i sistemi di itinerario non era un lavoro pesante o di concetto ma, forse era stanco proprio per questo: era annoiato. I gemelli, dopo aver passato la maggioranza del tempo a giocare a zoztlot con il tridimensionale istallato nella parte posteriore del vano passeggeri si erano addormentati sdraiati comodamente nelle ciambelle letto. Sua moglie guardava fuori. Aveva lo sguardo fisso davanti a se, impegnata a vedere… cosa? Ah lui lo sapeva bene cosa. Da quando i loro vicini di casa erano tornati dalla punizione, aveva il terrore di viaggiare. Decise di scuoterla.
“Perché non ti rilassi un po’, sei rigida come una statua”.
“Lo sai perché, possono essere ovunque”.
“Oh, finiscila, non vedi che non c’è quasi nessuno, credo proprio che oggi saranno impegnati altrove”.
“Ecco, è questo che non sopporto di te, sei di una leggerezza incredibile…”
“Ma che leggerezza, è buonsenso.”
“E tu lo chiami buonsenso? Hai visto la faccia di Grahsa quando è tornata. Pallida, smagrita e poi tremava a ogni sussurro, a ogni alito di vento…”
“E’ sempre stata paurosa…”
“Ma dai… cosa dici. Anche Arneek è cambiato. Cupo, taciturno”.
“Bah, non mi sembra che siano stati torturati o che abbiano patito la fame, Armeek ha ancora una bella pancetta…”
“E che ne sai? Non parlano, non possono parlare di ciò che gli hanno fatto altrimenti… li verrebbero a riprendere subito”.
“Bah, potrebbe essere stata una vacanza…”
“Smettila, mi fai paura, smettila!”
“Oh, Fuanhà mi hai scocciato, sai che ti dico?...”
L’uomo disinserì il pilota automatico. La vettura sobbalzò e acquistò velocità.
“No, no, nooo, cosa fai?”
Kamel e Dorik si svegliarono di soprassalto unendo le loro voci impaurite a quella urlante della madre.
“Oh, oh, piantatela, tutti e tre, mi fate scoppiare la testa, ecco, contenti?….”  il mezzo rallentò e rientrò nei confini della propria corsia ma Yolù ne mantenne il comando “… visto? Non è successo nulla”.
Kamel non era d’accordo e, piagnucolando, lo espresse chiaramente: “ No, padre, no…ci fermeranno, cattureranno e ci metteranno in una gabbia insieme ad un grosso Wuki che ci mangerà lentamente…”
“Ma che dici?” protestò il fratello “Non ci faranno morire, vedrai, la strada si aprirà e noi sprofonderemo, giù, giù…”
 
Invece, arrivò dall’alto. Talmente improvviso da congelargli le urla nella gola, da bloccare i loro occhi spalancati in un istante d’incredulo smarrimento.
Una saetta, una violenta tromba d’aria o… non riuscirono a capirlo, troppo lacerante lo sconvolgimento di tutti i sensi poi, per un attimo, il tempo sembrò fermarsi. Fu come essere intrappolati in una bolla liquida e ovattata,  ma pochi secondi più tardi i loro corpi furono squassati da un rumore assordante e doloroso, ma la sensazione più sconvolgente fu quella di sentirsi ridotti in polvere, stracciati in nanoscopici atomi e risucchiati, da un potente, crudele, inflessibile aspiratore su, su verso un cielo che aveva un solo colore: nero.
Quel manto di oscurità li avvolse, come un abbraccio calmante, ma fu riempito, subito, da una voce , stentorea, solenne, decisa e imperativa.
“ Voi, miserrimi, avete disobbedito, coscientemente disobbedito. Avete trasgredito una delle regole inviolabili del nostro mondo e, per questo, sarete puniti. Sarete trasportati in una terra straniera dove, comprenderete ben presto, quale stupidità è stata cadere in simile peccato e quale grande fortuna vi sia stata concessa nel nascere su Equor. Sarete impegnati in un solo compito, non sentirete la fame né la sete, non avvertirete altri bisogni, neppure quello di dormire. Il vostro giorno non avrà mai fine perché ricomincerà sempre daccapo, sarò io, solo io, che giudicherò se e quando il vostro animo sarà redento e porrò fine alla vostra espiazione”.
La voce si spense lasciandoli tremanti poi….il risucchio, questa volta, fu verso il basso.
 
Fu come destarsi dopo un brutto sogno, ma non per la cantilenante , dolce voce dell’avvisatore automatico del mattino, la loro sveglia fu un brusio, sempre più intenso che divenne chiasso.
Yolù sospirò di sollievo, erano ancora nella vettura ma…
“ Ahhh, dove siamo…” farfugliò Fuanhà stropicciandosi gli occhi “…Kamel, Dorik state bene?”
“Sì mamma, ma siamo così scomodi e…stretti”
Il padre si guardò attorno, i comandi automatici erano spariti, davanti a se aveva un ridicolo oggetto circolare su cui aveva appoggiato le mani e, sotto i piedi una sorta di leve da pestare che stava usando per guidare come se fosse una cosa del tutto naturale e….
“Ohhhhh ma ti dai una mossaaa, razza di lumaca ma chi ti ha dato la patente”
Un energumeno munito di casco stava bussando su un finestrino insultandolo in una lingua non sua, che lui però capiva perfettamente. L’uomo (almeno, sembrava di genere maschile), a cavalcioni di un rombante veicolo, dopo, avergli indirizzato un gestaccio si allontanò lentamente zizzagando nel traffico
Trffico?
Erano in mezzo ad un mare di traffico, imbottigliati tra centinaia di mezzi che si muovevano grazie a delle ruote.  Mezzi piccoli, simili a scatolette e poi, qualcuno molto più capiente in cui erano ammassati una settantina, e forse più, individui esasperati, sudati, stanchi, rassegnati. Ma era il rumore che primeggiava su tutto, una cacofonia di suoni, impressionante.
Un ululato penetrante e ritmico si materializzò dietro di loro, delle  luci lampeggianti penetrarono fin dentro l’ abitacolo… Yolu capì che doveva spostarsi, seguì l’esempio degli altri appiattendosi accanto al veicolo di destra. Un tipo vestito di  nero si materializzò in mezzo a quel caos e tramite di un oggetto con un bollo rosso cominciò a frustare l’aria.
Guardò sua moglie, che, come allucinata scrutava attraverso i vetri. “Ci ha mandati in mezzo a dei pazzi e diventeremo così anche noi, guarda quelli.” Un tizio aveva spalancato la portiera della sua auto e batteva pugni sul cofano di quella che lo precedeva gridando “ idiotaaaa, perché hai frenato, guarda la mia macchina nuova…”
“E’ l’inferno, sì, deve essere l’inferno, vedi è solo colpa tua”
“Ok, ok, però non ricominciare, per favore, anche voi ragazzi, niente piagnistei, dobbiamo stare calmi ed essere uniti per uscire da questa situazione. Che cosa ha detto quella voce? Dobbiamo imparare la lezione? Ok, prima si comincia e prima si torna a casa. Animo, io, non so perché ma so pilotare questa scatola di latta, andiamo avanti e vediamo cosa succede, tutti d’accordo?”
Il consenso gli giunse muto.
 
Fu così che iniziò la loro odissea. In teoria, partivano all’alba e, dopo qualche minuto di scorrimento, s’incolonnavano alle orde di automobilisti forsennati che, in quella città, di quel pazzo pianeta, tentavano di raggiungere le occupazioni del loro scopo di vita. S’intrufolavano  tra le lamiere degli esausti mezzi di trasporto che, spesso, recalcitravano per il troppo sfruttamento, bloccandosi e costituendo, così, altri elementi di ostacolo alla circolazione e trascorrevano quasi l’intera giornata in mezzo a quei flussi per fermarsi, sempre in teoria, quando il buio era cacciato via dalle illuminazioni artificiali e poi…ricominciavano daccapo.
Yolù procedeva sicuro, come se avesse affrontato quella prova da sempre, guidava seguendo l’istinto come se avesse una meta, tra strette strade, su intricate larghe tangenziali, in vecchie vie lastricate di antichissimi logori pavé, accompagnato dal brusio, dallo stridio, dal frastuono, dal lamento del nervosismo scaturito dal caos.
I gemelli impararono a passare il tempo con giochi antichi: chi vedeva il maggior numero di auto di un certo colore, chi faceva la somma più alta con i numeri di targa e usavano le mani, dita, palmi aperti, pugni chiusi reinventando diletti primordiali e poi scoprirono di saper cantare strappando le orecchie dei genitori dall’attenzione ai rumori esterni.
Fuanhà, si lamentava sempre di meno finché Yolù la sorprese a sorridere.
Chissà cosa stava pensando.
Be, lei si era accorta che qualcosa di positivo c’era, quel luogo: aveva un cielo bellissimo, soprattutto al tramonto, anche gli edifici non erano male e, soprattutto, lei si stava riposando, non doveva occuparsi della programmazione della casa né della gestione  educativa dei figli, non doveva spremersi la mente per calcolare gli obbligatori dieta-menù settimanali e soprattutto era per lei un sollievo non doversi recare al quotidiano noioso lavoro di collaudatrice dell’abbigliamento dei negoziatori esteri…quasi quasi, sperava durasse a lungo

 


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Gola
 
 
Gli avevano dato la dritta giusta: la villetta bifamiliare, a quell'ora, era avvolta dal silenzio. L’alta siepe, che separava l’abitazione della vecchia da quella del suo vicino, era una vera barriera anti rumore. Il cancello d’ingresso, invece, non aveva proprio nulla dello schermo, scavalcarlo fu un gioco da ragazzi.
Il vialetto non era illuminato ma, lui era abituato all'oscurità, la notte era sua complice, sua amica.

Ignorò il portoncino principale, fece il giro di un lato della casa dove, dalle imposte chiuse delle due finestre non filtrava alcuna luce. Sul retro però, il chiarore di una lampadina proiettava l’ombra della portafinestra sul pavimento di mattoncini che lastricava “l’area barbecue”.
 La portafinestra era socchiusa e il suono di un televisore tenuto a bassissimo volume rivelava la presenza di qualcuno. L’uomo sgusciò, furtivo, all’interno.
Una massa di capelli candidi sbucava da sopra la spalliera della sedia a dondolo. L’anziana donna stava sferruzzando.
Lui con la mano destra afferrò saldamente quella chioma sollevando dal suo scanno l’esile donna, con la sinistra le tappò la bocca prima che l’urlo, che le si era fermato come un pugno nello stomaco, avesse la forza di uscire. Poi la trascinò fino alla parete, la mise con le spalle al muro e fissandola con occhi torvi attraverso la calza di nylon che distorceva demonicamente i suoi lineamenti, le sussurro con voce ferma:
“Dove tieni i soldi?”
Il volto della vecchia divenne più bianco dei suoi capelli ed il suo corpo si afflosciò come un palloncino svuotato dell’aria.
Lui la scosse più volte, come fosse un pupazzetto di pezza, poi le mollò un ceffone gridando:
“E no, non puoi crepare adesso, prima voglio i tuoi soldi”.
Un flebile lamento ed il socchiudersi delle palpebre preannunciarono che Elvira aveva ripreso conoscenza.
Il malvivente sospirò di sollievo.
“Bene, chiariamo subito come stanno le cose. Io ti posso fare male, molto male, posso farti soffrire lentamente, un po’ alla volta a meno che… tu non mi dia subito tutti i tuoi oggetti preziosi e…i soldi naturalmente. Mi hai capito?”
La donna annuì chinando la testa poi, dopo un gemito, riuscì a dire.
“In camera da letto”.
 
La stanza era deliziosa: mobili in legno massello di “quelli di una volta”, copriletto in pizzo con cuscini coordinati color rosa confetto. Tendine ricamate e graziosi ninnoli, ognuno posato su un centrino fatto ad uncinetto. Un enorme orso di peluche sedeva imperterrito su una poltrona impossibilitato a difendere Elvira.
Lui la getto sul letto strappandole un “ahi”.
“Dove?”
“Nel primo cassetto del comò, sotto la biancheria…” rispose lei singhiozzando.
“No eh, non voglio sentire piagnistei, m’infastidiscono, mi fanno diventare nervoso e cattivo” asserì l’uomo mentre scagliava in terra il contenuto del cassetto. Un intenso, aromatico profumo si sparse nell’aria. All’anziana donna piaceva rinfrescare l’intimo con qualche goccia di acqua di colonia.
“Solo duemila euro e qualche spiccio… non dirmi che non hai altro… vediamo cosa c’è qui in fondo… ma che bella scatola… oh un bracciale d’oro, una collana di perle… belli questi orecchini e questa spilla. La scatola te la lascio ah ah ah ah ah”. Rovesciò i gioielli in un sacchetto estratto da una delle tasche dei Jeans.
 “ E adesso, mi è venuta fame. Dov’è la cucina?” chiese prendendo la vecchia per un braccio e spingendola nel corridoio.
“Ahi, ahi”
“Smettila ti ho detto o ti caccio la tua stessa lingua giù per la gola”.
 
“Allora cosa nascondi qui? Di solito le vecchie usano i barattoli. Che dici di quelli lassù?”.
In pochi attimi riso, farina e zucchero si mescolarono insieme sul pavimento seguite da sale, pastine per minestre…
“No, no…” protestò lei.
“O basta, mi hai scocciato”. Le rifilò una sberla, la fece sedere di forza su una sedia, le torse le mani dietro la schiena strappandole un urlo e lacrime di dolore e la legò ben stretta usando del nastro telato che aveva con sé. Con lo stesso nastro le tappò la bocca.
“Mi merito un po’ di pausa”.
 L’uomo aprì il frigo ma non vi trovò nulla di suo gusto poi, in un angolo, scovò due bottiglie di lambrusco, si arrotolò la calza fin sopra il naso, svitò il tappo di una e, attaccandosi direttamente al collo, la svuotò per metà.
“Ahhhh, ci voleva…” sospirò pulendosi la bocca cl dorso di una mano “… ma cosa vedo, ma che brava nonnina, mi sa che tu aspettavi la mia visita e sapevi che mi piace il pesce”. Si avvicinò al lavello dove, in un piattino di carta, l’argentea pelle lucida di una dozzina di alici mandava riflessi invitanti.
“E sono anche fresche… perché mi guardi con quegli occhi sbarrati? Io me ne intendo sai, si può dire che sono nato su un peschereccio, il pesce lo mangio crudo”.
La donna si agitò.
“Cos’hai? Hai paura che il tuo micetto rimanga senza pappa? Lo so che hai un gatto, mi sono informato ma, a quanto pare, è più furbo di te, se ne sta alla larga, be, mi spiace ma ho fame”.
Reclinò la testa indietro, afferrò un pesciolino per la coda e se lo cacciò avidamente in bocca”.
Elvira mugugnò, tentò di liberarsi e rovesciò se stessa a la sedia sulle piastrelle bianche e nere della cucina.
 
Il giovane con il cane stava finendo di dare la sua deposizione ad un poliziotto che scriveva febbrilmente su un notes.
“… stavo facendo il solito giro serale con Rocky, quando ho visto tutte le luci accese nella casa di Elvira, sa, lei non lo fa mai… intendo accendere le luci, per risparmiare, poi ho sentito un urlo e lui…” accarezzò la testa del pastore tedesco “…si è lanciato lì, verso il cancello, allora vi ho telefonato e, per sicurezza, ho chiamato anche il 118…” entrambi gli uomini si scansarono per lasciar passare due soccorritori, provenienti dal vialetto della villetta, che spingevano una barella. Un ammasso di tubicini che portavano ossigeno e liquidi vitali sparivano sotto il lenzuolo dove giaceva un corpo.  La lettiga fu issata velocemente sull’ambulanza che attendeva a porte spalancate e lampeggianti accesi. I portelloni si richiusero sbattendo ed il mezzo di soccorso si avviò a sirene spiegate verso il Pronto Soccorso del paese limitrofo.
L’agente chiuse il taccuino, attese che l’ululato dei dispositivi acustici si attenuasse poi, congedò il testimone.
 “Grazie, la chiameremo se dovessimo avere ancora bisogno di lei” e si diresse all’interno dell’abitazione.
 
Sul tavolo della cucina erano sparse garze, disinfettanti e contenitori di ghiaccio istantaneo. Il medico ripose nella sua borsa l’apparecchio misura pressione e, sentendolo arrivare, si girò verso l’agente sorridendo.
“Anche la pressione è buona, in ogni modo le ho somministrato un tranquillante. E’ una donna forte, ha solo qualche escoriazione e delle ecchimosi, però è anche cocciuta; non vuole andare in ospedale. Comunque sta arrivando il figlio”.
“Bene signora Elvira, questa notte la lasceremo nelle mani di suo figlio, però mi deve promettere che domani si farà fare un controllino più accurato in Ospedale”.
La donna si asciugò una lacrima con un grosso fazzoletto ormai del tutto inzuppato e gemette:
“Sì, sì, signor agente ma, io non volevo, ho cercato di dirglielo ma, mi aveva messo quello scotch sulla bocca e…”.
“Stia calma, è lei la vittima, quello è un vero delinquente, era da tempo che cercavamo di pizzicarlo, lei è stata fortunata, altre donne non se la sono cavata solo con qualche graffio…”.
“Oh, ma mi dica morirà?”
Il poliziotto guardò con aria interrogativa il medico che si limitò ad alzare le spalle.
“O mio Dio, se dovesse succedere una cosa del genere, non avrei più pace per tutta la vita…”.
“Signora Elvira…” continuò l’appartenente alle forze dell’ordine “… lei non ha nessuna colpa, quel farabutto ha fatto tutto da solo e se dovesse accadere il peggio è come se fosse morto un insetto, una bestia nociva…” si pentì subito di quelle ultime parole.
“Ahhh, è stata la Carla sa, io avevo provato in tutti i modi ma, avevano cominciato a distruggermi anche il legno, la carta le scatolette di cartone e il gatto o, il gatto scappava, povero piccolo, poi, un giorno mi hanno mangiato un’acciuga e, c’era qui la Carla a prendere il the ed è lei che ha avuto l’idea. E’ andata in un supermercato apposito non so…un nome con qualcosa di agricolo…be, insomma ha preso quelle bustine, si è messa i guanti, le ha aperte e, con il contenuto ha riempito la lancia di quelle acciughe che erano là…” con un dito tremante indicò il piattino di carta e l’unico pesce rimasto, contenuti in una busta trasparente per reperti. “… domani le avrei portate in cantina. Io non sapevo, non potevo sapere che quell’uomo si sarebbe mangiato il pesce e…il veleno per i topi”.
 
 



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Libertà?
 
 
“… ma come dottor Andreitti, io faccio normalmente le operazioni in internet, ma sì, l’ultimo bonifico è di ieri… senta proprio non capisco… va bene faccio un salto da lei tra un’oretta, ci vediamo”.
L’uomo, con un gesto di stizza, pigiò il tasto di fine comunicazione del suo antiquato cellulare.
“Chiaraaa, dai preparati dobbiamo andare in banca”.
L’appellata cacciò la testa oltre l’uscio della camera da letto e chiese:
“Ma… perché?”
“Perché non posso più usare il conto cointestato con mia madre…”.
“E perché?”
“Perché, perché, perché è un’altra delle stupide regole inventate da qualche capoccione che non ha altro da fare. Mia mamma deve fermare un foglio, non so… antimafia…”
“E come la porti in banca visto che è in ospedale e non cammina da più di un anno?”
“Ecco, appunto, vestiti che questo glielo chiedi tu ad Andreitti”.
 
L’autostrada a quell’ora era quasi deserta. Danilo schiacciò il piede sull’acceleratore poiché non voleva rischiare di arrivare in ritardo e dover rimandare la soluzione del problema. Sua moglie lo toccò sul ginocchio.
“Vai piano, c’è il tutor…”
“Ma dai, questa carretta arriverà si o no a 140…”
“Già ma la multa ti arriva lo stesso, la Lella ne ha dovuto pagare una per aver superato di due chilometri la velocità consentita, era in un paesino, non mi ricordo quale, in un posto dove si poteva andare solo a trenta”.
“Un modo per spillare un po’ di soldi…”
Il suono del telefonino riempì l’abitacolo.
“E adesso chi è? Rispondi tu che se stavolta mi beccano al telefono mi ritirano la patente…”
“ Sì, ah, buonasera oh che bello, una stupenda notizia, una bomba…”
L’uomo le strappò il cellulare dalla mano.
“Ma sei mattaaa, non usare mai più quella parola… pronto, prontooo, no, mi scusi, siamo in macchina, mia moglie non sentiva più nulla, ohhh e quanti sono i cuccioli, se ne vedono sette? Se riesco passo prima che chiuda, sì arrivederci.”
 “Scusa, mi spieghi? Mi hai fatto fare una figuraccia col veterinario…”
“Non devi mai usare certe parole in una conversazione o in un’email o sui post dei social. Se dici BOMBA verrai intercettata a vita…”.
“Che esagerato”.
“E’ vero, ci sono migliaia di uomini che ascoltano conversazioni, lo fanno per lavoro, per sicurezza e poi… esistono dei programmi automatici che rilevano le parole pericolose, quelle  collegabili ad un reato o a un pericolo”.
“Le solite sciocchezze che trovi su FB”.
“No mia cara, me l’ha detto il Carletto, sai che ha un fratello nella polizia…”.
“Uhhh e tu credi a quello lì? E’ un pallone gonfiato che farebbe di tutto per darsi importanza”.
“Ti dico che è vero, ho anche visto un servizio in TV, ogni giorno vengono intercettati milioni di miliardi di dati, non solo telefonate ma, sms, mail. Finiscono anche nella rete creata da centinaia di aziende private…”.
“Ehi, non siamo più ai tempi del KGB, oggi esiste il diritto di privacy e poi, qui, in Italia…”.
“… anche in Italia”. 
 “Mah, sarà”.
“Sei proprio un’ingenua, lo sai che tramite la webcam possono vedere cosa stiamo facendo?”
“Ohh, smettila, mi sembra che stai parlando del Grande Fratello”.
 
Proseguirono in silenzio, uscirono dall’autostrada e s’inoltrarono in una delle vie principali del capoluogo.
“Hai visto? Hanno messo le telecamere sui pali della luce, guarda ce ne sono ogni cento metri”.
“Non mi fa alcun effetto, anche nel nostro paesello, non c’è esercizio commerciale o luogo pubblico che non ne abbia…” rispose lei “… non per spiare eh, ma per sicurezza, come dicevi prima tu”.
“Bah, sarà, forse molti non ci fanno più caso, per abitudine, per disinteresse ma, a me scoccia parecchio il fatto di non poter fare quello che voglio, non so se mi spiego: se m’infilo un dito nel naso o semplicemente mi gratto un orecchio non mi va che qualcuno mi veda e mi giudichi”.
“Per me anche chi guarda ormai lo fa per abitudine e se ne frega del tuo dito nel naso”.
“Può darsi ma a me dà fastidio lo stesso”.
 
Parcheggiare fu un’impresa, dovettero fare tre giri intorno all’isolato finendo col piazzare la macchina con due ruote sul marciapiede.
La banca era stracolma, il display sopra le casse segnava il numero 47 e sul loro biglietto c’era scritto 91.
“Ma sono tutti qui?” sospirò Chiara.
“Già, tutti a firmare l’antimafia”.
“Abbiamo fatto 30, facciamo 31: armiamoci di pazienza e aspettiamo”.
 
Andreitti fu irremovibile.
“Mi dispiace, signori, io devo stare alle regole. Posso solo consigliarvi di trovare un notaio che faccia firmare alla signora una procura generale a favore di lei, suo figlio…”.
“Ma è in ospedale…”.
“Ci sono molti professionisti che si spostano… le costerà un po’ di più ma… eccovi dei moduli e mi raccomando faccia presto perché ha il conto praticamente bloccato…”
“Oh, mi scusi, già che sono qui…” disse Chiara prendendo i fogli in mano “… dovrei prelevare 500 euro dal mio di conto”.
“Non c’è problema a parte… la disturba se le do un taglio grosso?”
“No, no, è lo stesso”.
 
Chiara aveva dimenticato la borsetta in macchina, per cui, per non farsi criticare dal marito non disse nulla, con noncuranza piegò i moduli che le aveva consegnato l’impiegato bancario e vi nascose in mezzo la banconota.
 
“Speriamo di non aver preso la multa”  disse Danilo uscendo dall’Istituto.
“Ma vaaa, c’erano tante auto parcheggiate male o in seconda fila che non credo abbiano avuto il tempo di controllarle tutte, se poi dovessero aver preso di mira proprio la nostra, sarebbe pura sfiga…”
“Be, quella è un po’ che ci sta addosso … ma…cosa guardano tutti quanti?”
Una ventina di persone, sparse sui due marciapiedi che fiancheggiavano la stradina in cui avevano appena svoltato, se ne stavano con il naso per aria. Un ragazzetto, con la bocca aperta per lo stupore, indicava verso l’alto. Un piccolo oggetto volante si librava compiendo veloci manovre, si abbassava, effettuava un largo giro, schizzava in una direzione, tornava indietro, sia abbassava o, rimanendo fisso in un punto, ruotava su se stesso.
“Oddio cos’è, un UFO?. No un giocattolo radiocomandato” affermò Chiara con sollievo.
“No mia cara è un drone”.
“Un drone? Danilo non siamo mica in guerra, quegli aggeggi lì li usano per spiare e bombardare nemici …”.
“… li usano anche le forze dell’ordine”.
Quasi a dargli una conferma ufficiale, due gruppetti di agenti in tenuta antisommossa sbucarono dalle vie laterali. Con fare educato ma deciso spinsero gli allibiti passanti verso i muri degli edifici intimandogli di vuotare borse e tasche.
“Ma che succede?” chiese Chiara deglutendo a fatica.
“Non lo so, credo stiano cercando qualcuno. Una rapina, un atto terroristico… hanno rubato le caramelle a un commissario…”
“Smettila di fare il cretino… ho una paura tremenda”.
“Eccoli. Piantala di tremare, sembri colpevole”
“Buongiorno signori, per cortesia spostatevi verso il muro…”
Il viso di Chiara avvampò e il suo corpo iniziò a sussultare, i fogli che aveva in mano caddero ai suoi piedi con sopra, in bella vista, la banconota da 500 euro.
“E quella cos’è? Dove l’avete presa?”
“Oh si calmi agente…” intervenne Danilo “… sono soldi nostri, siamo appena usciti dalla banca, se vuole la faccio parlare col funzionario…”
“Non occorre, gli accertamenti li facciamo noi, mostratemi i vostri documenti?”
Danilo prese con delicatezza il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo aprì e consegnò la propria carta d’identità al poliziotto.
“Il suo signora?”.
“Veramente io…”
“Lei cosa?”
“Ho lasciato la borsetta in macchina e…”.
“Oddio Chiara ma, sei una frana. Senta agente questa tizia qui è mia moglie Chiara e la mia auto è parcheggiata in via San Michele, a due passi, se vuole…”
“Io voglio sapere perché ve ne andate in giro con una banconota tra le mani. Allora dove ha preso questa…”
“Ohhhh” sbottò Chiara riprendendo il controllo di sé “…me la sono fatta dare in banca, non avevano altri tagli e, se proprio lo vuol sapere, mi servono per la Ciccia…”
“La Ciccia? Ahhh, spacciate droga”.
“Ma no, ma noooo…” si affrettò a chiarire Danilo “… la Ciccia è la nostra cagnolina, ci ha chiamati il veterinario e ci ha detto che è incinta…”
“Sì, sì, mi servivano per saldare il conto e…”
“E voi non pagate con la carta di credito, vero?” concluse l’agente con ironia.
“Beh, non ci sono abituata…”
La ricetrasmittente del poliziotto iniziò a gracchiare “… tutti, ripeto tutti  immediatamente in piazza Tibaldi…”
 
Nel giro di dieci secondi le forze dell’ordine si volatilizzarono e… Chiara riprese a respirare.
“Tira giù le braccia” sogghignò Danilo
“Eh?”
“Hai le mani in alto, ah ah ah”.
“Danilo non mi prendere in giro, non sono mai stata così male. Ma, hai visto come mi guardava quello?”.
“Sì ma, pure tu, tu e la tua sbadataggine…”
“Per una borsetta... ma, senti, adesso oltre a BOMBA, quando parlo al telefono, devo evitare anche CICCIA?”
“Eh sì, credo proprio di sì”.



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Risveglio
 
 
Brivido.
Cominciò a riavere coscienza di sé, qualcosa o qualcuno lo stava rianimando. Era una forma di calore, un raggio debole ma sufficiente a stemperare il glaciale freddo che lo avvolgeva.  Il sole stava compiendo uno dei suoi miracoli nel concedergli di tornare, ancora una volta, in vita. Aveva sempre amato le alte temperature, le associava al colore rosso, il colore del sangue, delle stragi e lui era un vero sterminatore.
Il suolo ebbe un sussulto, rumori riconducibili a strappi violenti, a crepe improvvise, ad attriti e slittamenti e… si liberò definitivamente dal torpore. Che territorio era mai quello? Una landa bianca e desolata. Ghiaccio, soltanto ghiaccio sopra, sotto e ai lati. L’unica eccezione era uno squarcio blu, delimitato da cime trasparenti simili a stalagmiti, da dove il timido emissario dell’astro amico era riuscito a regalargli una via d’uscita.  Come aveva fatto a raggiungere quel luogo? L’ultima vaga immagine che rammentava era quella di un grosso, goffo animale che, gettatosi in mare, da provetto nuotatore, aveva acquistato una grazia e una sinuosità inimmaginabili. Di sicuro aveva aggredito quello strano essere e ne aveva fatto una delle sue vittime ma, non ricordava altro di quella parte d’esistenza. Ne aveva chiaro, però, tutto il resto.
Aveva affrontato e debellato un’infinità di creature, dalle più deboli a quelle che credevano di avere il mondo in pugno. Tra le sue prede vi erano stati giganti, protetti da scudi cornei impenetrabili alla lancia del più consumato guerriero eppure, lui e la sua stirpe erano stati capaci di cancellali dalla faccia della terra.
Che bei tempi e che natura amica, bollente, appena screziata di verde ma, principalmente avvolta da tinte sanguigne.
Le stragi che preferiva erano quelle d’intere popolazioni. Eccezionalmente, nonostante i suoi tentativi qualche singolo individuo era riuscito a sottrarsi ai suoi agguati mortali, rimanendo leso, malconcio ma, vivo. Spesso, però, era stato fortunato, aveva debellato tutti, estirpando persino il ricordo di alcune etnie.
Doveva ammettere che con il passare del tempo i suoi nemici avevano trovato nuove armi contro di lui. Scienza e tecnica gli erano state lanciate contro e… qualche pezzo della sua progenie era caduto sul campo.
Uff, doveva trovare il modo di uscire da quella gabbia gelata dove era rinchiuso da chissà quanto. Aveva sete di sangue, voglia di uccidere, voglia di crogiolarsi tra distese di gente agonizzante: uomini, donne, bambini…
Per tornare attivo aveva bisogno d’aiuto e su quella estensione di ghiaccio non c’era nessuno no, un momento… una grossa forma oblunga schizzò fuori dalla linea dell’orizzonte portando con sé una miriade di spruzzi d’acqua (il che faceva presupporre che fosse uscita dal mare).
Ma sì, era quell’inconsueto animale, oblungo e lucido, due vispi occhietti in una testa piuttosto piccola, baffi sottili, zampe anteriori simili a grosse pinne e coda da sirena. Be, di sicuro non era proprio lo stesso che l’aveva portato in quell’inospitale luogo ma un discendente, un figlio, un pronipote …oh, si rammaricò: di sicuro non era riuscito a debellare quella razza, forse era colpa della temperatura, doveva assolutamente trovare un territorio più caldo.
“Su bello, vieni, avvicinati, vieni, trascina il tuo corpo fin qui. Non sei curioso di sapere cosa sia nascosto in questa fenditura?”
La foca però, si girò sulla schiena, sbattè le amorfe zampine poi allungò il capo all’indietro, e rilassò le membra beandosi del tepore del sole.
Pazienza, ci voleva pazienza e lui ne aveva, sapeva attendere era una delle sue doti, oltre a quella di essere, in sostanza, invisibile. Forse la sua arma vincente era proprio l’invisibilità. Agiva di soppiatto, inaspettato, s’intrufolava nei più piccoli pertugi, attendeva, attaccava, si espandeva, arroventava il malcapitato e poi lo dissanguava.  Era un superlativo killer, uno dei migliori e probabilmente, ora, il più ricercato da chi attraverso le sue capacità, ambiva disfarsi di rivali, per sete di potere, di vendetta o per odio.

La foca si girò su un fianco, si grattò insistentemente sotto il mento con una delle pinne, poi si riadagiò supina e parve addormentarsi.
“Se dovessi essere costretto a contare solo su di te, ho paura che trascorrerà un secolo…”.
Non era possibile che non vi fosse altra forma di vita, a meno che la follia di qualche umano avesse prevalso e, dopo vari infruttuosi tentativi compiuti in passato, il pianeta si stesse estinguendo congiuntamente al suo carico di vite.  Forse la Terra era tutta così: un involucro di ghiaccio e acqua. In questo caso anche lui era spacciato, il suo risveglio era stato una presa in giro.
La foca aprì un occhio, alzò il capo annusò l’aria.
Un piccolo siluro bianco e nero guizzò fuori dall’acqua atterrando sulla lastra nivea ben eretto su due appendici palmate. Oh, non era un siluro ma un buffissimo bipede che, appena intravisto il mammifero sdraiato, fece dietro front e sparì da dove era venuto.
La foca, con un impensabile, rapido scatto, gli corse dietro.
Era di nuovo solo.
Si predispose a una nuova attesa.
Forse sarebbe stato meglio sprofondare ancora in quel letargo che l’aveva attanagliato per un’eternità ma, ormai si sentiva vigile e pronto all’azione, assurdamente impaziente. Sentiva un impellente desiderio di rigenerarsi e di prolificare conscio di essere, quasi certamente, l’ultimo del suo ceppo.
Avvertì un cambiamento.
Un centinaio di quei buffi esserini bianchi e neri, come sputati ad uno ad uno, saltò fuori dalla piatta, calma superfice marina e si dispose, in fila indiana, sulla piatta, calma superfice  gelata. Muovendo all’unisono le corte zampette palmate, parvero esibirsi in giri di danza ritmati dal leggero movimento delle pinne anteriori, poi si quitarono, si smembrarono in coppie o in piccoli gruppi e iniziarono a compiere riti più familiari, pulendosi a vicenda o strisciando le appendici boccali in affettuosi surrogati di baci.
Uno degli individui più giovani, improvvisamente, si staccò dal gruppo, salì, ondeggiando, sopra una collinetta e si buttò, scivolando sulla pancia arrivando a lambire i dintorni del pertugio in cui lui era acquattato.
“Dai bello su, coraggio, bastano solo pochi metri, vieni cocchino, vieni”.
Ma il piccolo pinguino, contento di quel gioco, corse di nuovo sull’altura e ripeté la sua impresa per un paio di volte interrotto, poi, dal richiamo di un anziano che lo riportò nei ranghi.
“Accidenti, il sole tra poco si scorderà di me e destinerà i suoi raggi ad altri compiti e quei paperotti in frac hanno tutta l’aria di voler occupare il loro tempo a sbaciucchiarsi e a concepire, se dovesse calare la notte sarei fregato e questa volta per sempre, il gelo di questo posto mi ridurrebbe ad un misero terribile ricordo. Se potessi piangere, lo farei…”
La luce sparì all’improvviso, qualcosa aveva tappato la fessura che collegava il suo rifugio con il resto del mondo.
Lui non fu pronto a capire (forse colpa del gelo) che si trattava di un occhio e così perse una stupenda occasione perché quello sguardo indagatore, dopo aver scrutato, per  pochi attini, quel pertugio, non trovandolo degno di ulteriori indagini si ritrasse.
Era finito, morto. Distrutto. Ironia della sorte, proprio lui: il distruttore.
Ma, cos’era quello?  Una forma lunga, arcuata, ma lievemente tondeggiante, aveva preso il posto dell’occhio, otturando tutto il varco.
Ah, un becco. Bocca e naso erano i transiti ideali per intrufolarsi in un organismo e, questa volta, lui non esitò, alla prima inspirazione si lasciò trascinare docilmente. Penetrò nel sistema respiratorio e si sentì subito un leone. Tra poco sarebbe riuscito, attraverso linfa e sangue a raggiungere le cellule di quell’individuo, ne avrebbe paralizzato il sistema immunitario, avrebbe innalzato la sua temperatura a valori insopportabili, lo avrebbe fatto tremare, piegare dal dolore, sanguinare da ogni orifizio ed infine lo avrebbe ucciso ma, cosa più importante, avrebbe contagiato non solo i suoi simili ma chiunque si fosse avvicinato a lui.
E’ vero, scusatemi, non mi sono presentato:
Io sono H8Q4, ovvero un mortale, epidemico Filoviridae virus, il più terribile apparso sulla terra, mille volte peggiore di quello che gli umani chiamano. EBOLA.
 
 

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Il valore più importante
 
 
 “ Dai sorteggiamo… mettiamoci come prima… uno, due, tre… vediamo cinque e tre otto, nove, dieci e dodici… comincio da te. Uno, due,….dodici, oh tocca a me, dai estrai”.
“Due”
“Oh la lattierina, che bello, ora a Milena…”
“ Numero cinque”
Le orecchie di Luciana si rifiutarono di sentire ancora, si estraniò da quella tragicomica commedia recitata da persone con i capelli bianchi (più o meno tinti) e si mise a passeggiare per il salone, sfiorò il pianoforte con un dito lasciando un solco lucido privo di polvere, ammirò il lungo tavolo di legno massello, intarsiato ed abbellito da piedi a zampe di leone. Il ripiano, ingombro di oggetti, era traforato in vari punti dai buchi dei tarli. Ricordò sua nonna che, con incredibile pazienza versava petrolio nei fori per sgominare quegli insetti divoratori e le sovvennero le mangiate domenicali quando tutta la famiglia compresi zie, zii, cognati e nipoti si sedeva a quel desco per abbuffarsi in allegria con i manicaretti che le donne di casa avevano preparato fin dal giorno precedente. Com’era cambiata quella stanza. A parte gli antichi mobili era sparito il soffitto a cassettoni, ristrutturato in un anonimo bianco, non c’era più il mastodontico, affascinante lampadario a gocce di cristallo che la sua mamma, da ragazza aveva il compito di pulire salendo sul tavolo e poi su una scala. Eh sì, l’altezza dei locali di tutto quel complesso era quasi il doppio di quelli moderni. Anche la pesante, elaborata stoffa da parati aveva dovuto cedere l’onore di coprire le pareti alla solita carta color panna sporca. Persino i vetri delle finestre, una volta formati da tanti cerchi, tipo fondi di bottiglia, che creavano giochi di sfumature ambrate su tutti gli arredi, ora facevano entrare la luce solare attraverso una limpida trasparenza. Mancava la solennità, mancava il valore storico di un edificio che era il frutto di fatiche d’intere generazioni. Del resto quel luogo era stato depredato, saccheggiato da avidi vampiri che avevano violato anche l’intimità dei cassetti di sua zia: quelli degli ori (evaporati) quelli dei corredi preziosi, delle stoviglie di ceramica, dei cristalli…ah era stato molto comodo dare la colpa alle badanti che si erano susseguite negli ultimi anni nel…”
“ Luciana a te la zuccheriera stile inglese. Ti piace?”
Che domanda idiota “Sì, sì certo”.
“ Scusate…” il curatore testamentario si alzò da una delle sedie di consunta pelle borchiata “ Sospendiamo un attimo, vado in bagno”.
Lei ne approfittò per aprire un cassetto e turbarsi ulteriormente. Tirò fuori un mazzetto di folto, perlopiù ingiallite dal tempo, e le studiò ad una a una: una Luciana in fasce, una da bambina smorfiosa, una a colori di sua zia (forse l’ultima). Suo fratello Fabio (morto a sedici anni) con il viso di un sorridente bimbetto dagli occhi grandi. Sua madre, bellissima e abbagliante nell’abito da sposa sottobraccio ad un commosso nonnone. Un nonno giovanissimo in divisa militare, pantaloni alla zuava e cappello alla francese che gongolava accanto alla nonna con l’alta figura avvolta in un austero abito nero. Trasalì, il cartoncino che aveva ora tra le dita riproduceva i nonni sulle alture di Tolfa, imbiancate di neve, ambedue erano in abiti inventali, lei aveva perso snellezza, era ingombrante e la data con dedica, che ancora si leggeva, in alto, rivelava il perché: 1926. Era incinta di sua madre.
“Posso prenderle?” superò, con il tono della voce, il cicaleccio che la circondava.
“Fai vedere, fai vedere…ah sì è roba della tua famiglia, tienile pure” Marisa si allontanò riportando l’avida attenzione sugli argenti.
Che assurdità dover chiedere il permesso, a gente che appena conosceva o che non conosceva affatto, per recuperare “roba della sua famiglia”. Perché tutto il resto di chi era?
“O zia, ora so perché tu, donna allegra, positiva e gioviale fino all’ultimo dei tuoi giorni, lì, impietrita nell’ora della morte, avevi quella smorfia di disgusto che ti deformava le labbra. Era una smorfia di postuma comprensione.” Disse a se stessa.
Si girò a sinistra e il suo sguardo si attaccò alla scultura lignea del leone che, imprigionato nella sua base di marmo stava immobile, forse da quasi un secolo, sopra una cassapanca intarsiata.

“Quel leone, l’ho detto più di una volta, me lo porto via, me lo ha promesso mia nonna…”
“Non c’è problema.” Disse Arnaldo di ritorno dal suo giretto forzato dal bisogno corporale.
“Fai pure…” fece eco il cognato. Milena alzò le spalle “Per me…”
“E no…” gridò Marisa girandosi di scatto “...qui siamo tutti uguali, se proprio lo vuoi, quando venderemo i mobili, tratterremo il suo prezzo dalla tua quota oppure rinuncia adesso a qualche oggetto di pari valore”.
Luciana sbottò ed iniziò a litigare. La sua indole non le face esprimere apertamente la certezza che tutti loro, in quegli anni, il valore di quel leone, moltiplicato per centinaia di volte, se l’erano ampiamente mangiato ma promise ricerche retroattive su ciò che era successo nel recente passato poi, non avendo voglia di proseguire lasciò a suo marito Mauro, il compito ingrato di proseguire nel battibecco. Si sentiva un po’ in colpa però… la vita l’aveva portata ad avere una famiglia problematica ed impegni improrogabili ed improvvisi che l’avevano tenuta lontana da Roma per tanto tempo, la zia la sentiva spesso per telefono, le inviava foto, libri ma, la sua presenza sarebbe stata più opportuna… no, aveva fatto quello che la coscienza le aveva imposto, inutile guardarsi indietro. Attraversò la vasta camera da letto che un tempo aveva ospitato i genitori e i due fratelli maschi, lì zia Vera aveva riposato attorniata da una miriade di pupazzi, orsi, cani, animali di ogni sorta, sembrava la stanza di una bambina. L’attiguo locale era stato trasformato in studio, quando era piccola era la camera da letto che aveva condiviso con la zia. Un vecchio armadio nascondeva un tesoro di libri di cui “quella gente” nel salone non comprendeva il valore, vi erano delle prime edizioni e romanzi oggi introvabili.
“ Oh guarda questo l’ho letto, e le stelle stanno a guardare… di Bassani.” Sentenziò Marisa gettando il romanzo su una sedia.
“Di Cronin”. Mio Dio e quella era stata un’insegnante?
“Oh già, te ne intendi, bene potresti fare una cernita, di ciò che si può buttare e... senti per prima è una questione di correttezza…”.
“Sì, sì, lascia perdere…”
“Ma guarda…lo scialle che le ho regalato per il suo ultimo compleanno…”  lo sollevò dal  bracciolo del divano, dove era stato lasciato ad impolverarsi per mesi,  rimirandolo a lungo “…carino vero? Lo riprendo, sai mi è costato sessanta euro”.
Il commento piccato che le salì, rapido, sulla punta della lingua fu, per fortuna, bloccato da una testa imbiancata che sbucò dal vano della porta.
 “Con gli oggetti abbiamo finito, noi andiamo a prendere i quadri nel corridoio.”
Seguì l’orda ma poi fu riassalita dai ricordi, la cucina con il pavimento a piastrelle bianche e nere, oh… lì troppi flash la portavano indietro; il corridoio il cui pavimento era ricoperto di marmo verde scuro con una striscia bianca che ne contornava i lati… suo fratello Luigi usava quella fettuccia come pista per tutto ciò che rotolava o poteva essere “schiccherato” palline, biglie di vetro, i tappi della gassosa; la sala da pranzo con il caminetto, allora unica fonte di calore della casa, che portava tutti ad un raccoglimento oggi sconosciuto. Il tavolo, di marmo venato, era frutto dell’abilità del nonno: poggiava su un unico sostegno: un grosso ceppo d’albero saldamente fissato a terra che aveva resistito anche ai bombardamenti del 1943. La scrivania, dove il nonno si sedeva a leggere e a fumare (aveva le dita ingiallite dalla nicotina). Da lì sorvegliava lo svolgimento dei compiti da parte di noi ragazzi, pronto ad intervenire per un suggerimento o un aiuto. Oh il mappamondo non c’era più e neppure la zanna di facocero e… su quel muro mancava l’orologio a cucù… che tristezza.
Uscì sulla terrazza. Quello stabile era pieno d’immense terrazze. Quella sul tetto, dove una volta c’erano le fontane per lavare il bucato e dove si stendevano i panni. Quella del piano inferiore che aveva ancora le proporzioni iniziali e quella dove si trovava adesso, un mozzicone rispetto alla sua origine che la portava a fare il giro fino all’opposta facciata. In questo caso le bombe avevano avuto la meglio, lasciando solo qualche traccia dei pilastri di sostegno.  Chissà se c’erano le pronipoti delle lucertole con cui giocava da bambina. Si guardò attorno, i vasi contenevano piante secche o erano vuoti: l’immagine di ciò che stava provando il suo animo.
“Lucianaaa, dove sei…vieni abbiamo diviso i quadri per soggetto…”.
“Sì, un attimo arrivo, ora sono io che devo andare in bagno, arrivo subito”.
Scomparve dietro la porta del bagno padronale ma, ne aprì subito una laterale che immetteva nella camera da letto dei nonni.
I mobili erano sempre gli stessi. I due letti gemelli affiancati, i comodini con il ripiano di marmo verde. Il mobile scrittoio che nella parte della ribalta celava un’inviolabile cassaforte. Alla morte del nonno nessuno era riuscito più ad aprirla. L’armadio a tre ante ricoperte da specchi ed il comò con specchiera, ne aprì il primo cassetto immaginandosi di aspirare l’odore della lavanda: la nonna riponeva accuratamente la biancheria che lei stessa ricamava e, in mezzo, vi metteva dei sacchetti di cotone con spighe di lavanda. Naturalmente rimase delusa, dentro c'era solo della pacchianeria abbandonata dall’ultima badante romena.
Stava assistendo alla fine di un’epoca
Si sedette sconsolata sul letto e, improvvisamente, fu avvolta da una voce, no, era più di una voce, un mix sonoro: il nonno, la nonna, zia Vera ed anche…oh, il suo papà e tutti i familiari che non c’erano più.

“Non essere triste, non crucciarti, proprio tu che non hai mai dato importanza ai beni materiali, dovresti sentire dentro di te qual è il valore più importante. Sì tesoro, è l’amore, l’affetto che ti abbiamo dato e che tu ci hai dato e allora, sorridi, le cose sono caduche i ricordi no e, stanne certa, noi continueremo a vivere nei tuoi.”




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Sono qui
 


 
 “Sei quello che assomiglia di più a tuo padre, gli occhi sono proprio i suoi… forse tutto il muso tranne qui, sul naso, il tuo si assottiglia un po’…” la donna accarezzò il pelo del grosso maschio poi avvicinò il testone ad una gota e se lo strinse addosso, affettuosamente “… lui lo aveva più corto ma più largo. Come carattere però, siete uguali, sai Byron, anche tu sei un capobranco… vieni è pronta la pappa”  Il rottweiler schizzò fuori dal box, entrò nel recinto adiacente e tuffò la bocca nella ciotola piena di pane e crocchette.
Luciana preparò il mangiare delle due femmine.  Giada la inondò di leccate al primo suo accenno di chinarsi verso le ciotole. Gea le si appiccicò a una gamba strusciandovi con forza il muso. “Fai piano, mi fai male. Tu padre era più delicato…”.
Uffa, quella mattina non riusciva proprio a toglierselo dalla mente. Erano passate solo due settimane e la sua mancanza pesava con sempre maggiore consistenza eppure, quando la dolcissima ma professionale veterinaria aveva iniettato l’ultimo liquido in quel corpo esausto e lei aveva percepito, sotto le dita che gli aveva appoggiato sulle coste, il battito estremo, si era rilassata come il muso del suo cane che aveva ripreso, nella morte, l’espressione serena di sempre. Aveva finito di soffrire.
Non potevano avere rimorsi. Lei e Mauro avevano tentato tutto, sì proprio tutto: specialisti, cure, quella povera bestia aveva inghiottito decine di pastiglie al giorno e, quante iniezioni… alla fine erano ricorsi addirittura all'alimentazione liquida forzata. Di sicuro erano riusciti a donargli qualche giorno tranquillo, soprattutto dopo l’edema polmonare che avrebbe potuto spegnergli prima la vita “… o basta, sei circondata da tanti altri pelosi, se continui  a focalizzare i tuoi pensieri su qualcuno che non c’è più rischi di sottovalutare il loro di affetto”.
Finì di pulire e aprì il recinto di Niro.
Aveva dovuto dividere i due maschi perché in un litigio si erano fatti male e Byron aveva una ferita sul collo che aveva rischiato di non  chiudersi per via delle leccate del fratello. Già, prima litigavano e poi si soccorrevano a vicenda (come tutti i fratelli che si vogliono bene). Adesso sentivano la mancanza l’uno dell’altro però Byron era quasi guarito e poi, finalmente Mauro aveva accettato l’idea di far sterilizzare le femmine per cui stavano attendendo di poter formare coppie miste evitando problemi di supremazia e gelosia.
Niro era la copia di sua madre al maschile, aveva l’aspetto di  una Gaia più grossa ma aveva un carattere  meno testardo della genitrice, era più obbediente. Adesso il suo istinto lo avrebbe portato a saltarle addosso per abbracciarla ma Luciana riuscì a fermarlo con un comando “ Giù, mi fai cadere la pappa, vieni, giochiamo dopo.” Appoggiò il recipiente su un’asse di legno e, mentre il cane mangiava avidamente, aprì il rubinetto dell’acqua per riportarla al livello giusto nell'abbeveratoio e si dette da fare con scopa e rastrello per ripulire quello che un tempo era stato un bel giardino. Quel rottweiler, per il momento, aveva un ricovero provvisorio, non coibentato ma idoneo a proteggerlo dalla pioggia o dal troppo sole, inoltre era circondato da altri ripari naturali costituiti da numerosi rampicanti, da due alberi di fico, un albicocco e un giovane ciliegio. Non si poteva lamentare. “Oh guarda Niro, quest’anno assaggeremo anche le ciliegie...”  Dei piccoli pallini ancora verdi, uniti in gruppetti da esili gambi, facevano capolino tra le tenere foglie “… meno male che siete diventati adulti e non vi divertite più a masticare i rami degli alberi, salvo che i legnetti non ve li tiri io… tieni Niro, prendi.”
Il cane afferrò al volo il ramoscello secco che Luciana gli aveva lanciato e, per una decina di minuti, si divertirono al : TIRA o RIPORTA.
“Beh, ora basta, ho Briciola e Linda da sfamare.”
Chiuse le porte dei recinti, posò il recipiente e le ciotole sul tavolo all'esterno delle gabbie e suddivise la rimanete pappa in due.  Prese la razione destinata a Briciola e si avviò verso quella che era stata denominata: l’infermeria, ovvero verso una casetta di legno costruita in fretta e furia quando avevano dovuto far operare d’urgenza  Briciola per una piometra. Ora la cagnetta aveva superato abbondantemente il periodo riabilitativo ma, si era adattata alla sua nuova dimora e stava attendendo di fare il cambio, nella degenza, con una delle sorelle da sterilizzare.
Passò di fianco alla fitta copertura di gelsomino e caprifoglio che ornava la  parete obliqua del garage. Notò che stavano per spuntare i fiori e pensò che tra qualche giorno il verde avrebbe fatto largo al bianco e a qualche spruzzo di viola e di rosa e che l’aria si sarebbe riempita di una penetrante, intensa fragranza. Amava moltissimo quel profumo e ne aspirò il ricordo. Era così assorta in quel pensiero che percepì appena il cane che camminava aderente al suo fianco sinistro. Si riscosse quando udì distintamente il ritmico ansare “Oh, brava Gea, così va bene…”
Gea? Ma Gea era nel box. Oddio aveva lasciato aperto un cancello? Guardò in basso, non c’era nessun cane. Si girò verso il recinto. Gea era all'interno, ritta sulle zampe posteriori e le anteriori appoggiate alla rete. La stava guardando con aria interrogativa come a dire: “Ce l’hai con me?”
 “Nooo, ancora le mie percezioni. Era Eros! Certo, era lui. Ma smettila con queste stupidaggini, sono solo paranoie mentali che ti portano a sentire ciò che vorresti sentire. E’ immaginazione, null'altro che immaginazione”.
Un ululato arrivò dall'alto. Gaia era affacciata al balcone e lanciava il suo segnale al branco.
I figli risposero in coro. Anche Thor, Kira ed Harlock, da dietro le finestre del piano inferiore e Linda dall'interno del suo gazebo, fecero udire la loro voce.
Un esperto le aveva raccontato che quel tipo di ululato era una sorta di marcatore di posizione. Ogni cane, in quel modo, comunicava ad un altro dove era. I suoi cani ricorrevano spesso a quel rito atavico ma, seppur abituata, in quel momento, quei lamenti collettivi le fecero venire i brividi. Aveva quasi voglia di correre via mentre si domandava: “ Chi sta guaendo accanto a me?”  La sua fantasia le stava giocando brutti scherzi.
Deglutendo riuscì a farfugliare: “Basta ragazzi…” il coro scemò di tono, poi cessò “… e tu Gaia, fa la brava, tra un po’ vengo su.”
Luciana intimò a se stessa: “Sbrigati, sbrigati, meglio infilarsi in casa e mettersi a pulire o preparare il pranzo, con il volume della televisione al massimo… basta emozioni. ”
Si mise a canticchiare ad alta voce, per impedire al suo creativo cervello di lavorare troppo e di distrarla da ciò che stava facendo.
Aprì la recinzione e quindi la porta dell’infermeria arruffando con una mano il pelo della cagna che voleva schizzare fuori, poi raccolse da terra il piatto vuoto e lo cambiò con quello pieno di cibo, aggiunse acqua in una ciotola,  spazzò via la polvere dal pavimento e finalmente assecondò il desiderio della quattro zampe : “Dai piccola, andiamo a fare un giretto”. Briciola non se lo fece ripetere, come una saetta nera arrivò, in un secondo, sulla soglia dell’unico pezzo di giardino che si poteva ancora chiamare tale. Quando erano cuccioli, i dodici rottweiler avevano mangiucchiato ogni traccia di verde, sia sotto forma di filo d’erba che di foglia, proprio come un’orda di cavallette, ma quella limitata zona era stata dichiarata tabù per loro e destinata al solo uso umano. Ora c’erano dei permessi speciali, per chi era malato o convalescente e Briciola, sì, ormai era guarita, però aveva diritto ad un paio di escursioni giornaliere ancora per un po’ di tempo.
La cagna si impegnò a fondo ad annusare tutta l’area, strisciò sotto i rami più bassi del tasso, fece un paio di volte il giro intorno ai trochi dei due maestosi sempreverdi che svettavano, alti più del doppio della casa, fece un bisognino solido affrettandosi a raspare, subito dopo l’erba davanti a sé per coprire l’indecenza emessa dal proprio corpo, poi le girò le spalle, si avvicinò al muretto rasentando i vasi delle rose e parve gonfiarsi, alzò la zampa posteriore destra e annaffiò per bene quei poveri fiori.
Alzò la zampa? Ma Briciola era  una femmina. Veramente ogni tanto anche le femmine alzavano la zampa ma, da accucciate non come… oh ma quello era un possente maschio, aveva i muscoli di un maschio, il portamento di un maschio la testa di un…  oh mamma, non aveva più la coda ma solo un moncherino di pochi centimetri e, in quella casa c’era stato solo un cane a cui avevano amputato la coda da cucciolo: Eros.
“Eros?”
Il cane si voltò e le rivolse quel sorriso che lei ricordava molto bene e che non avrebbe mai dimenticato e nella mente rivide un gioioso Eros che le leccava le gambe quando al mattino scendeva dal letto, Eros che si attaccava alla manica del suo pigiama e glielo sfilava seguendo un gioco che Mauro gli aveva insegnato. La sua gola si serrò e gli occhi le si riempirono di lacrime offuscandole la vista.
Quando riuscì a smettere di piangere Eros non c’era più. Si mosse, anche se le sue gambe erano pesanti come due ciocchi di legno. Forse aveva sognato, forse la sua debole vista le aveva giocato un terribile scherzo. Avanzò verso il cespuglio fiorito per vedere da vicino se trovava qualche traccia. Rimase allibita. Sulle foglie più basse della purpurea rosa scivolavano gocce di urina e si raccoglievano in una pozzetta di umidi fili d’erba che lo spruzzo aveva creato sul terreno. No, non era una pipì da femmina.
Un rumore la fece voltare.
Briciola sbucò fuori da sotto la siepe di lauro, percorse a folle velocità il perimetro del prato, poi scodinzolando si sedette davanti a lei e le rivolse uno sguardo carico di felicità.
“Sì bimba, il tuo papà è ancora qui, con noi.”






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Sopportazione




 
“Non puoi andare avanti così”.
“Ce l’hai con me?” grugnì l’uomo senza degnarsi di alzare neppure un sopracciglio verso di lei.
“Non c’è nessun altro oltre a noi, ed è proprio questo il problema”.
“Oh Cinzia, una delle tue solite lamentele. Piantala non sopporto interruzioni mentre sto leggendo il giornale”.
“Ecco la parola fatidica: sopporto. Tu non sopporti nulla e nessuno. Ti rendi conto che siamo soli? Non abbiamo più amici, non abbiamo alcun legame familiare. Tu li hai spezzati tutti, anche quelli con i miei parenti”.
“Hai voglia di litigare?” rispose l’uomo chiudendo il giornale e sbattendoselo sulle ginocchia quasi in segno di sfida”.
“No, io amo la pace e la tolleranza ma con te…mi spieghi perché te la sei presa pure con i tuoi nipoti. Bambini… che ti hanno fatto?”.
“E’ questo il motivo vero? I bambini non si toccano. Io invece i bambini non li sopporto: urlano, toccano tutto, ti riempiono di perché e poi sono figli di quella scellerata di mia sorella…”.
“Già, poveretta, un’altra delle tue vittime”.
“Vittima mia?” protestò Donato assestandosi gli occhialini che gli erano scivolati sul naso adunco fermandosi in prossimità della punta stranamente tonda, all’insù e perennemente lucida “Casomai vittima di quel buono a nulla, fannullone e racconta frottole di suo marito…”.
“Ma dai è un lavoratore, un bravo uomo…”
“Già, bravo a sfruttare gli altri, ad andare allo stadio ad urlare come un pazzo, a magiare popcorn davanti alla TV e a fare le corna a mia sorella”.
“Come fai a dire certe cattiverie, lo eviti da anni, cosa ne sai della sua vita”.
“M’informo cara, m’informo, non vivo nelle nuvole come te. Tu e la tua mania di assecondare e perdonare tutti”.
“Be, io sono in pace con me stessa”.
“Se vuoi esserlo sul serio, fammi da mangiare che ho fame” L’uomo si alzò trascinando la sua notevole mole verso la cucina.
 
Mangiarono in silenzio. Non per rispetto all’appetito ed al cibo che stavano gustando ma perché Donato non sopportava qualsiasi forma di rumore quando guardava la televisione. Si portava la posata alla bocca senza staccare gli occhi dal monitor e a ogni accenno di disturbo sonoro, anche involontario, era subito pronto a schiacciare il tasto del telecomando alzando al massimo il volume.
Cinzia, quella sera, attese con calma, cercando di capire quale fosse il momento più propizio, poi si decise e sussurrò:
“Devo chiederti una cosa…”
“Zitta, fammi ascoltare” disse subito lui accompagnando l’ordine con un eloquente gesto di una mano.
“Ma c’è la pubblicità”.
“Cribbio…e va bene, cosa vuoi?”
“La nostra vicina, la Tizi sai… deve andare via per una settimana e mi ha chiesto se potevamo occuparci del suo gatto…”.
“Cosa? Ma sei pazza. Io non sopporto gli animali. Fine della discussione. Punto”.
L’uomo scattò in piedi scansando con malagrazia la sedia su cui era seduto, aprì il frigorifero, prese due bottiglie di birra e si trasferì in salotto dove, sprofondato su un logoro divano, si accinse a seguire la diretta televisiva di una partita di calcio. Sua moglie sparecchiò la tavola, lavò i piatti, sistemò la cucina poi, lentamente si avviò verso la stanza da letto. Non salutò il marito, come era usa fare tutte le sere, e neppure gli chiese se gli occorresse qualcosa, era troppo offesa. Ma Donato interessato solo allo spettacolo sportivo, non ci fece caso. Circa un’ora più tardi però, non poté non sentire il rumore.
Il rumore era stato abbastanza forte da farlo rimanere con la bocca aperta. La mano stretta attorno al collo della seconda bottiglia di birra, si fermò a metà del tragitto programmato. 
“Chi è? Cinzia sei tu?”
 Donato si tirò su di malavoglia ma la preoccupazione di dover affrontare un ladro o, peggio, un possibile assassino, fu più forte del desiderio di continuare a seguire le sorti della squadra del cuore. Passando in corridoio afferrò un ombrello, quale improvvisata arma di difesa e iniziò a gridare:
“Ehi, chi c’è? Non vi azzardate a entrare, sono armato”.  Silenzio.
E se fossero già entrati? In verità aveva sentito il classico rumore della porta d’ingresso, si era aperta e richiusa. Ed era proprio la porta d’ingresso poiché aveva un cigolio inconfondibile dovuto alla sua scarsa cura nell’oliarne i cardini. Donato si fece coraggio, mise una mano sulla maniglia e… era chiusa, saldamente chiusa ma, allora? La aprì facendo scattare il pomolo interno che fungeva da chiave, sbirciò fuori nell’oscurità poi, rincuorato, sporse fuori tutta la testa.
Nulla e nessuno.
“Cribbio, non sono scemo. Cinziaaaa. Cinziaaaa, o che insopportabile donna, possibile che non ti accorgi mai di nulla…” entrò, sbraitando come un forsennato nella camera da letto e s’immobilizzò di colpo.
La stanza era vuota.
“Sei in bagno?” Ma il vano del bagno era socchiuso e gli rimandò solo l’immagine del buio.
“ Cinziaaa, non fare la stupida, non ho voglia di giocare a nascondino, dove ti sei cacciata?”
Dopo un inutile vagare per il resto dell’appartamento, l’uomo, preda di uno spiacevole presentimento tornò nella stanza da letto e aprì l’armadio. Buona parte dei vestiti di sua moglie non c’erano più e neppure le sue scarpe e le pantofole e la camicia da notte sotto il cuscino e oh… cos’era quello? Cinzia, come il solito, gli aveva preparato il pigiama pulito ma sopra via aveva appoggiato un foglio di carta. Donato lo prese con veemenza, inforcò gli occhiali e lesse la breve lettera.
Mio caro (caro solo per consuetudine e uso comune), ho passato più di metà della mia vita a curare il tuo spropositato ego, ad assecondare le tue manie e a perdonare la tua assoluta mancanza di tolleranza per tutto ciò che esiste al mondo ma, all'improvviso, mi sono chiesta perché? Perché io dovrei continuare a sopportarti? Credo non sia tardi per riscoprire il valore e la bellezza di ciò che mi circonda per cui, ti saluto certa che te la caverai anche senza di me. Non cercarmi, non tornerò indietro.
La non più tua Cinzia.
 
“ Brutta bastarda, figlia di puttana, non hai avuto nemmeno il coraggio di dirmelo in faccia, vigliacca, ahhh , se tu trovo ti cavo la pelle, fetente, disgraziata…”.
Donato sfogò la sua rabbia spazzando con un colpo della mano gli oggetti presenti sul comodino col risultato di mandare in frantumi una delle abatjour gemelle che avevano rischiarato le notti della sua vita matrimoniale per ventitré anni. Si calmò di colpo. In quella casa non c’era più nessuno che accorresse a pulire e rassettare dove era stato fatto un danno, i cocci doveva raccoglierli lui. Quel pensiero lo sprofondò nel panico. Chi avrebbe pensato alla casa, chi avrebbe lavato, stirato e sistemato i suoi vestiti, chi…? Mio Dio, lui non aveva mai preso una scopa in mano e non aveva la minima idea di come si cucinasse il più semplice dei piatti.
“Dovrò portare la biancheria in lavanderia e assumere una colf. Ohhh Cinzia, maledetta, maledetta, spero che la tua libertà finisca per soffocarti”.
La notte fu interminabile e insonne. Donato si girò e rigirò nel letto, incapace di non pensare allo sconvolgimento dell’esistenza che quell'incosciente di sua moglie gli aveva causato. Il suo cervello fu invaso da un’infinità di dubbi su cosa avrebbe dovuto fare l’indomani. Correre a cercare Cinzia? Giammai, era lei che sarebbe dovuta tornare all'ovile strisciando. Mettere in mano la questione ad un avvocato? Ci sarebbero voluti troppi soldi e di soldi gliene sarebbero occorsi parecchi in futuro. Mangiare al ristorante, servirsi di una domestica, seppure a ore … caspita e i conti?  Le bollette da pagare, il condominio, il fornaio e la spesa. Come si faceva la spesa? Se fosse stato in buoni rapporti con la sorella avrebbe potuto chiedere aiuto a lei o alla vicina magari.
“Ma no, cosa stai rimuginando? Stai annullando te stesso, dormi Donato, dormi, domani Cinzia tornerà, è stata una mattana, un dispetto, una cattiveria, Cinzia non può fare a meno di te. Una donna senza l’uomo è zero. Dormi Donato”.
Ma Donato non dormì e salutò le prime luci dell’alba, che filtravano dalla tapparella dimenticata semiaperta, con un sospiro di sollievo. Stirò il corpo indolenzito e arrancò verso il bagno. Il suo desiderio più impellente era quello d’immergere il viso nell’acqua gelata per liberarsi dal torpore e dalla confusione mentale.
Si sciacquò più volte poi, allargò le dita delle mani, ancora premute sul volto, e si vide nello specchio. Si guardò, come sorpreso dall'immagine: un uomo grasso, arcigno, le guance flosce e rugose e i capelli diradati sulle tempie gli conferivano un aspetto decisamente vecchio.  
Fu colto da una violenta nausea, sferrò un pugno allo specchio disegnandovi una rete di schegge sottili.
Non ti sopportò più”, gridò a se stesso.

 


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Abbraccio

 
Si era aspettata di trovarsi di fronte ad un rudere cadente con i muri invasi dal muschio e dai rampicanti e invece, la villa era, almeno esternamente, in buone condizioni. Il vialetto che, partendo dal cancello di ferro battuto, portava all’ingresso principale, era cosparso di ghiaietto multicolore, pulito e senza tracce di crescite erbacee, ed era protetto da due ali di curate, basse siepi che, in quella stagione, esibivano gruppi di bacche rosse tra il verde cupo delle foglie.
Il portone d’ingresso era di un caldo legno massiccio che mostrava le migliori venature della sua essenza. Francesca bussò o meglio picchiò il battente tenuto saldamente tra la bocca di un digrignante leone. Un vecchio con radi capelli bianchi e la pelle rugosa e cotta dal sole spalancò l’uscio ed esordì con un: “Finalmente!” poi, senza neppure sincerarsi che fosse proprio lei, si girò verso l’interno, sollevò una valigia dal pavimento e le cacciò in una mano, quasi a forza, un voluminoso mazzo di chiavi borbottando: “Ecco, è tutta sua”. Poi corse fuori incurante di dimostrare tutta l’ansia di andarsene via.
La donna si guardò attorno. L’atrio era spazioso ed illuminato da due finestre, proprio davanti a lei un’ampia scala portava al piano superiore dove, sicuramente, c’erano le stanze da letto.
Dietro lo scalone s’intravvedeva una cucina arredata con solidi mobili (quelli di un tempo). Alla destra una sontuosa sala da pranzo il cui tavolo, che una volta aveva ospitato tranquillamente una ventina di commensali, mostrava i segni dell’età attraverso i buchi dei tarli e la consunzione dei piedi lignei a forma di zampa felina. Francesca ammirò i due sontuosi lampadari che pendevano, splendidi e solenni, nonostante fossero coperti da un velo di polvere, da un soffitto intarsiato. Smise di contarne i pendenti di cristallo quando arrivò a quaranta domandandosi quanta fatica ci fosse voluta per ripulire costantemente quei gioielli.
Che assurdità: quella era stata la residenza dei suoi bisnonni e lei non vi aveva mai messo piede eppure, non si sentiva un’estranea. Ripensò ai colloqui con Lucia, sua madre.
“Io sono fuggita da lì e tu non ci andrai mai. Quella è una casa maledetta”.
“Ma mamma, non dire sciocchezze e poi è un lascito dei nostri progenitori, non si può abbandonarla così nelle mani di un curatore che, di sicuro, se ne frega. Piuttosto vendila”.
“Ci abbiamo provato, anche tua nonna ci ha provato ma, non la vuole nessuno. Vuoi capirlo? E’ maledetta.”
Ma lei, fin da piccola, nel captare i bisbigli degli adulti, era rimasta affascinata dal mistero che circondava quel luogo; amava i misteri, le storie da brivido, quelle inspiegabili e strane, e quella della sua famiglia era davvero un po’ strana. I suoi avi erano stati i signorotti di quella zona per centinaia di anni finché i bisnonni si erano trasferiti, improvvisamente, in America trascinandosi dietro una figlia in fasce, ovvero sua nonna Adele. Adele era rientrata in Italia stanca di sopportare una matrigna e due fratellastri (la madre era morta durante la traversata verso il nuovo continente colpita da un implacabile virus) e si era riappropriata della casa e delle terre ma, aveva vissuto dentro quella dimora con estremo disagio. Si sentiva osservata come se una presenza invisibile la seguisse continuamente. Non riusciva a riposare perché durante la notte, a parte gli scricchiolii dei mobili, udiva lamenti, sussurri, richiami.  Spesso le sparivano degli oggetti che poi ritrovava inspiegabilmente in altri posti che con il loro uso non avevano nulla a che fare quali: una spilla d’oro a forma di farfalla nella cassetta degli attrezzi o lo spazzolino da denti tra le pagine di un volume come fosse un segnalibro. Poi c’erano porte e finestre che si aprivano da sole, cassetti che si rovesciavano, quadri e specchi che s’inclinavano da un lato senza che nessuno li avesse taccati.  Adele rasentò quasi la pazzia poi, quando si accorse che anche sua figlia Lucia era preda di terrore notturno supplicò l’apatico marito, immune a qualsiasi evento inspiegabile, di trovare una soluzione e così la famigliola trovò riparo in un moderno appartamento cittadino. Da quel momento Lucia aveva vissuto serenamente, si era sposata e aveva procreato Francesca. Francesca non aveva mai visto “il posto innominabile”, neppure attraverso una fotografia poiché sua madre l’aveva dichiarato tabù per congiunti ed amici e, anche dopo che il marito era rimasto vittima di un incidente stradale, aveva continuato a pagare il fattore affinché mantenesse “quella casa” in uno stato decente, sempre con la  speranza di potersene disfare prima o poi.
Ora anche Lucia non c’era più e Francesca era pronta a sfatare quel mito che aveva ossessionato la sua famiglia.
Varcò la soglia della biblioteca e rimase a bocca aperta. Era magnifica. Due delle pareti erano librerie che arrivavano a lambire la volta di travi. Mogano, teak, ciliegio, sapientemente dosati e intrecciati tra loro, custodivano e  incorniciavano migliaia di volumi, alcuni dei quali (Francesca era una vera intenditrice in materia) molto rari. Oltre ai toni caldi del legno e del cuoio dominavano il rosso porpora e cardinale dei tendaggi, della carta da parati rifinita in oro e dei cuscini. 
L’aria sapeva di sapienza, d’arte, di bellezza. 
Un divano di pelle e due complementari poltrone invitavano a sprofondarsi nella lettura; la donna rinunciò a stento a quel richiamo andando a curiosare dal lato opposto  dove su una scrivania degna d’un re che ostentava figurette femminili in bronzo all’apice delle quattro gambe, erano posizionati solo un set da scrittura (oh, un vero calamaio con tracce d’inchiostro secco e una penna d’oca con la cannuccia appuntita) e una foto ornata da una cornice argentea.
Francesca si sedette con titubanza sulla poltroncina di usurata pelle borchiata, quasi temesse di profanare quell’ambiente, prese in mano l’antica foto e la studiò a lungo.
Era una coppia di coniugi. Lui era austero, asettico; gli occhi chiari, gli impeccabili baffi e lo sguardo fiero tradivano le origini austriache, lei…mio Dio, come somigliava alla sua bisnonna. Da quel lembo di cartoncino ingiallito, una Francesca d’altri tempi, vestita da capo a piedi rigorosamente di nero la fissava, un po’ triste, comunicandole un impossibile affetto.
Mentre era assorta a studiare quel volto la percepì.
In quel locale c’era una presenza, dapprima fu come un tocco lieve, un soffio leggero sul collo, poi divenne man mano più densa, così avvolgente da toglierle ogni percezione di suono.
Francesca si guardò attorno, la stanza sembrava ondeggiare. Alcuni libri furono strappati, da una mano invisibile, dagli scaffali finendo sul pavimento accompagnati da spirali di polvere. I ceppi, ordinatamente accatastati nel vano del marmoreo focolare, posto proprio davanti alla scrivania, presero fuoco e calde vampe mutarono il colore e l’odore alla stanza.
La donna non ebbe paura anzi, con voce sicura, si rivolse a chi non vedeva.
“Non so chi tu sia ma, sono certa che vuoi dirmi qualcosa, ti ascolto… fammi capire, dammi un...”.
Non riuscì a terminare la frase, venne sospinta, con dolcezza, finché le sue spalle si poggiarono su uno dei pilastri laterali del caminetto, due braccia inguainate da maniche nere orlate ai polsi da un merletto bianco la fasciarono, abbracciandola maternamente ma trattenendola saldamente contro la parete.  Quelle giovani mani che le premevano sul petto cambiarono rapidamente forma e consistenza. Si asciugarono, ingiallirono, divennero simili a cartapesta indurita poi, si sfaldarono in polvere lasciando al loro posto solo delle nude ossa. 
Il cuore di Francesca non poté fare a meno di galoppare, temette quasi di svenire quando, la sua vista si annebbiò e fu catapultata indietro nel tempo. In una scena in bianco e nero vide il viso del suo bisnonno alterato dall’ira, vide l’uomo afferrare una statuetta di bronzo e colpire la moglie alla testa una, due…tante volte finché la donna cadde esanime in un lago di sangue. Infine vide la testa di quell'assassino voltarsi proprio verso di lei, verso il camino. Assurdamente temette per la propria vita ma una spirale di nebbia le venne in soccorso cancellandole quell'atroce visione.
L’abbraccio si sciolse, lentamente e la biblioteca ritornò nella quotidiana normalità.
Francesca si piegò in avanti e pianse, sciogliendo quel nodo di sgomento e compassione che le aveva serrato la gola. Si girò accarezzando lentamente la lapide che racchiudeva quell'orrendo segreto.
“Tu sei qui, mio Dio sei qui, non sei mai uscita da questa casa. Tranquilla, ti farò tirar fuori da questo inidoneo sepolcro e… finalmente riavrai pace”.

 



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Punti di vista



 
“Allora, signora Tina, lei era qui, affacciata alla finestra da dove, come vedo, ha potuto osservare bene ciò che è accaduto”.
“Cos’è accaduto?”
“ Lo scippo, signora, lo scippo…”
“Ah, sì ma… a dir il vero io non è che ci veda molto bene, ho ottantasette anni sa? Il mio dottore mi ha fatto fare l’esame due volte e…”
“Signora, scusi mi parli di quello che ha visto”.
“Dunque, io stavo guardando un giovanotto e dicevo tra me e me: ma come si conciano i ragazzi oggi, come fa quello a camminare con quei pantaloni che gli stanno scivolando giù e quelle cuffie in testa, si agita come un matto…”
“Tina ma, ha visto quell’anziana, pressappoco della sua età, spinta a terra in mezzo alla strada da… un tizio in moto, sembra, me lo può descrivere?”
“Sinceramente la moto non l’ho vista. Ho sentito del rumore ma, anche il mio udito… il mio dottore dice…”
“Signora!”
“Scusi, le dicevo che osservavo quel ragazzotto, poi una ragazza le è piombata quasi addosso, stava rincorrendo un cagnolino e…l’ha preso sa?”
……………
“Scusi signorina, lei era proprio sul luogo, riuscirebbe a riconoscere la moto dello scippatore? Si ricorda la targa?”
“Beh… veramente io stavo parlando al cell con la mia amica Deborah, anzi stavamo proprio litigando per via… sì ma, a lei non frega niente di questo però, insomma… ero presa e ho sentito solo gridare: Lillo, Lillo…”
“Il cane della vittima…”
“Vittima? Ma che è morta?”
“No, si dice così, è stata vittima di uno scippo”.
“Ah, meno male, beh io ho saputo che il cane era suo quando un infermiere dell’ambulanza mi ha chiesto di consegnarglielo perché la vecchia si rifiutava di andar via senza di lui”.
“Ma, un’occhiata l’avrà data in giro no?”
“No, mi dispiace, quel cagnolino impaurito mi è schizzato tra le gambe ed io gli sono corsa dietro, sa io adoro i cani e quel cosino sembrava terrorizzato, si sarebbe potuto far male, finire sotto una macchina e poi, ah era così bello…”
“Il cane?”.
“Ma nooo, quel figo, ehm, cioè, quel tipo con gli occhi quasi blu e le ciglia lunghe e un…sa gli sono caduta tra le braccia e non gli è dispiaciuto tanto e poi, anche a lui piacevano i cani e mi ha dato una mano a prendere Lillo”.
“Scusi ma quando ha sentito gridare non ha guardato da quella parte, non si è accorta dell’anziana a terra…”
“Oh, ma come glielo devo dire, avevo un orecchio tappato con l’auricolare, stavo dando dell’ imbranata a quell’ebete della mia amica e… senta vada a chiedere a qualcun altro, io non ho visto niente”.
  ……………
 
“Che vuoi, io non rispondo a nessuna domanda, lasciami stare”.
 “Questa è l’autorizzazione per farti tutte le domande che ho voglia di farti. Sai leggere? Lo riconosci questo tesserino?”
“Va be’ però, io non so niente”
“Dai, non vorrai farmi credere che con tutto quel trambusto non ti sei accorto di nulla?”
“E’ così, stavo ascoltando Demons, quindi il chiasso lo avevo nelle orecchie, in tutte e due”.
“Be, ma di sicuro non vedi con le orecchie, dovrai guardare dove metti i piedi, soprattutto se attraversi la strada”.
“Sai che c’è? Io, al contrario di te, mi faccio i cazzi  miei”.
“Ehi, ehi, modera i termini, stiamo parlando di un’aggressione ad una donna di età avanzata che avrebbe potuto avere anche gravi conseguenze…”
“Sì ma non s’è fatta niente, l’ambulanza alla fine non l’ha nemmeno portata via”.
“Ah, allora non sei cieco e non sei del tutto all’oscuro del fatto”.
“No, è che una gnappetta mi ha quasi sbattuto a terra”.
“Una?”
“Una tizia, carina molto fuori per i cani ma carina, mi ha dato una spinta per raccattare un affare peloso che faceva:  cai cai cai…”
“Allora ci sentivi pure?”
“No, per la botta mi son cadute le cuffie, poi abbiamo portato Lolli, Lallo o come cazz… scusa, be’ abbiamo portato quel coso alla vecchia che si è alzata dal lettino e l’ha abbracciato e baciato come fosse suo figlio. Però, forse c’è uno che ha visto tutto. Prima dello scontro ho alzato un attimo la testa e, sull’altro marciapiede, ho visto quello del bar con degli occhi sgranati…”
……………
 
“Buongiorno, mi perdoni, mi hanno detto che lei stava sistemando i tavoli, fuori del suo bar, al momento dello scippo”
“Ah sì, un momento unico, una giornata che non dimenticherò mai, quando l’ho vista passare il mio cuore si è fermato”
“Finalmente. Lei ha visto la moto, che modello era? Che colore? C’erano una o due persone? Portavano il casco?”
“Ehi, calma, calma, di che sta parlando? Io mi riferivo alla Aventador”
“Perdoni la mia ignoranza, cos’è o chi è l’Aventador?”
“O buon Dio! Voi giovani siete cresciuti proprio male, non apprezzate più le cose genuine, artigianali o meglio, le vere e proprie opere d’arte, preferite ciò che scaturisce da una catena di montaggio, fatto senza un pizzico di cuore o anima…”
“Non ho capito, è passata un’opera d’arte?”
“Certo, gialla… ovviamente lei non sa che è uno, se non IL colore che una simile bellezza deve indossare e poi… che musica, che canto quel motore”.
“Motore?”
“Certo, la Lamborghini Aventador ha un motore tipo V12,   6498 di cilindrata e…”
“Ascolti, vedo che a lei brillano gli occhi ma a me non interessa, io voglio conoscere i particolari dello scippo che è avvenuto davanti al suo locale. Allora, cosa ha visto?
“Ehm, una Lamborghini Aventador”.
  ……………
“Non riesco proprio a parlare, sono ancora sconvolta, ringrazio il Signore perché mi ha dato un cuore ancora forte. Che disgraziati ci sono a questo mondo, si rende conto che potevano uccidere il mio Lillo. Lillo, vieni qui, in braccio alla tua mamma…ecco, bravo tesoruccio mio”.
“Però, per fortuna, non ha avuto conseguenze fisiche…”
“No, no, non si è fatto nulla”
“Intendevo lei”.
“Neppure un graffio. Un po’ di dolore alla spalla… che strattone, e poi sono caduta sulle ginocchia…”
“Ha visto gli scippatori?”.                                                                           
“E’ avvenuto tutto così in fretta. Mi sono ritrovata a terra, frastornata. Poi ho compreso che non avevo più il guinzaglio in mano. Ho pensato a Lillo e ho cominciato a chiamarlo…”
“Mentre cercava il cane, non ha notato una moto?”
“No, guardavo in basso…ho visto qualcosa di giallo che mi passava davanti agli occhi…”
“L’Aventador”
“Come?”’
“Uh, lasci perdere. Comunque, provi a pensarci bene perché anche un piccolo un particolare, o qualcosa di strano, anche se a lei può sembrare insignificante, può essere un indizio che potrebbe portare a rintracciare chi le ha rubato la borsa”.
“No, mi spiace, sono confusa e poi, sinceramente, vorrei dimenticare tutto”.
“Signora, si rende conto che quel disgraziato, o quei disgraziati, continueranno a derubare persone indifese e…”
“Sì, sì, ma voglio stare tranquilla, ho bisogno di starmene in pace, nella mia casetta, con i miei ritmi, le mie abitudini e non pensare più a questa brutta avventura ma, Lillo perché ti agiti così, che cos’hai e perché abbai tanto, non lo hai mai fatto?”
  ……………
“Che paura ho avuto, sto ancora  tremando tutto ma, in quel momento, mi sono fatto coraggio e ho cercato aiuto. Ho visto tutto sa, una grossa moto grigia con due uomini, giovani direi,  con dei caschi scuri e dei giubbotti neri, quello che guidava era chino in avanti per vedere meglio la strada, l’altro si è girato e con una mossa fulminea strap, un colpo solo, rapido e preciso, da professionista. Presa la borsetta hanno svoltato a sinistra e si sono dileguati in mezzo al traffico. Ah c’era uno straccio sopra la targa ma, a un certo punto si è sollevato e io l’ho letta. La vuole sapere? Ehi di co a lei, gliela dico? Bau, bau, bau, bau…arf”.
 

 


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Pranzo festivo


 
“Non so se sia stata una felice idea…” sussurrò Luca nell’orecchio della moglie mentre tentava di disincastrare un’anziana, corpulenta signora dal sedile posteriore dell’automobile “… dai zia Clara collabora un po’…amore, tu pensa a tua madre, è capace di aprire lo sportello mentre passano le macchine”.
Federica si fiondò dal lato opposto dell’automezzo e aiutò una magra vecchietta ad uscirne fuori, poi ricacciò la testa nell’abitacolo: “venga mamma Mina, siamo arrivati.
“Non so’ bona e non ho fame…”
“Uhhh allora ma’, non fare storie…” intervenne Luca dall’apertura opposta, ormai libera dall’ingombro di sua zia, “… abbiamo deciso di passare tutti una piacevole giornata, vero?”.
“Io preferivo i miei tortellini al ragù” sbuffò Clara.
“Gli uccellini non ci sono più?” chiese Beniamina (detta Mina).
“Sto parlando di tortellini, vecchia sorda…” le urlò la sorella.
“Ehhh, parla piano, ci sento ancora”.
Lo strano gruppetto si avviò lentamente verso l’entrata del ristorante.
Il locale era affollato, pieno di gente allegra, soprattutto giovani, che si godeva la festività con una ghiotta mangiata. Risa e schiamazzi, emergevano dal costante borbottio di sottofondo dovuto a chi, oltre a degustare, si prodigava nell’arte della conversazione. Due allampanati camerieri giravano come trottole tra i tavoli, portando portate e ritirando piatti sporchi, uno si avvicinò subito ai nuovi arrivati esordendo con un: “Buongiorno, accomodatevi, avete prenotato? Ah, bene, di qua prego, vi mostro il vostro tavolo” e fece loro strada in mezzo a quel labirinto di commensali.
“Oddio che caldo, io qui non ci resisto” disse Clara fermandosi di colpo. Tirò fuori un ventaglio dalla borsetta e cominciò a farsi aria freneticamente.
“Io ho freddo” borbottò Rosetta che, quasi ceca come una talpa, avanzava cautamente, sottobraccio alla figlia, con la testa china per osservare meglio dove metteva i piedi.
“Ve lo ripeto, niente lamentele, ah eccoci…” affermò Luca “… ecco mamma mettiti qui, Fede tu in mezzo con mamma Rosetta a fianco e io ….”
“No, non mi siedo…” sbuffò Clara “se c’è un terremoto sono lontana dalla porta e…””
“Ziaaaa, per favore” urlò l’uomo “ ecco fai il cambio con mamma così sei più vicina all’uscita e adesso basta, tutte sedute e pensiamo a mangiare”.
Il silenzio durò un istante.
“Non so’ bona” sussurrò Mina
“A far cosa?” sospirò il figlio.
“A togliermi il cappotto” rispose lei, poi guardando Federica continuò “ mi fa male qui e qui e qui” si toccò un avambraccio, un fianco e una mano.
“Lo sappiamo, lo sappiamo” le sbuffò in faccia la sorella “ce lo dici cinquanta volte al giorno…”.
“Venga mamma Mina, la aiuto io” tagliò corto Federica “ E ora ordiniamo eh?”.
La scelta del menù fu piuttosto complicata ma, alla fine tutti ebbero un invitante primo sotto il naso.
“Questo brodo sembra di dado, è insipido” protestò Clara.
“Io dico che è salato” le fece eco la sorella.
“Potevate scegliere le lasagne sono ottime” dichiarò Federica.
“Il mio povero papas ci metteva la cannella sulle lasagne”.
“Non era papà, stai diventando vecchia sorella mia, era zio Augusto quello che è morto nel 48…”.
“Noo, nel 48 è morta la Maria, Augusto è morto dopo, lo hanno seppellito col cugino…”.
“Ma che dici in quella tomba…”.
“Ehi, ehi, ehi, niente morti o cimiteri…” esortò Luca “ e neppure malanni e ospedali”.
“Ma scusa nipotino di che vuoi discorrere?”.
“Io al cimitero ci sono stata domenica” affermò Rosetta emettendo un filo di brodo da un lato della bocca.
“Ma che fai mamma…” le disse la figlia asciugandole la bocca col tovagliolo “…ma l’hai messa la dentiera?”
“Uh, la dentiera, dammi la borsa”.
Rosetta si mise a rovistare in una pochette, trovò un pacchettino di carta avvoltolata, lo portò all’altezza degli occhi per essere sicura che era quello che cercava, lo srotolò, ne estrasse due file di denti bianchissimi sorretti da false, rosee gengive e, in un lampo, se le ficcò in bocca. Clack, clack.
“Mamma…potevamo andare in bagno”.
“Perché? Non mi scappa mica”.
“A me sì” brontolò Clara alzandosi “giovanottoooo, dov’è il gabinetto?”
Federica, rossa in viso sospirò: “Venga Clara l’accompagno io”.
Bene o male si arrivò al secondo.
“Non so’ bona, la carne è dura…”
“Tieni mamma un po’ di vino, diventa più morbida”.
“Poco…bastaaa”.
“Al cimitero ci sono stata domenica…” Rosetta riprese il discorso interrotto mezz’ora prima.
“Io ci vado tutte le settimane, dopo la messa” disse Clara.
“E’ morto un mio ex alunno, come si chiamava? Non mi ricordo. Aveva la prostata malandata”.
“A me non piace” affermò Mina
“Cosa mamma?”
“La crostata con la marmellata, la preferisco con la crema…”.
“La prostata mamma, non crostata” gli urlò in un orecchio il figlio cercando di non sentire il coretto di risatine beffarde che proveniva da dietro la sua schiena ma, zia Clara non perdonava mai.
“Cosa avete da ridere, ragazze stupidine, ma guardatevi, non vi vergognate ad andare in giro così? Quei capelli? La pancia di fuori e ohhh cosa sono quei pantaloni tutti rotti?”.
“Zia basta, per favore”.
“A befaneeeeee, brutte befane” il coretto dal tavolo accanto sembrò non finire mai.
“Dai, dai, lasciatele perdere, mangiamo il profiterole, il torrone e facciamo un bel brindisi. Taglia quel panettone Luca”. Federica con calma e pratica risolse la situazione e poi i dolci chiusero la bocca a tutti. Per un po’.
“Zia Clara, hai preso le pastiglie? Il diabete”.
“Hai detto di non parlare di malattie, quindi, caro nipote, pensa per te e dammi un’altra fetta di panettone e anche quel pezzo di torrone al cioccolato”.
“Non so' bona” piagnucolò Mina
“A fare cosa?”
“A mangiare il torrone, è duro”.
“Vuoi la mia dentiera?” propose gentilmente Rosetta.
“Mammaaaaa”
“Devo andare in bagno” annunciò Clara”.
“Ho capito, vengo ad aiutarti” sospirò Federica.
“Vengo anch’io” proclamò Rosetta.
“Mamma Mina, viene anche lei, così non ci pensiamo più?”.
Finalmente giunse il momento di stappare lo spumante.
“Su, su, brindiamo. Siamo in anticipo di un giorno ma questa è la vostra festa, per cui auguri a tutte di un anno felice”.
“Cin cin”
“Auguri”.
“Non mi piace, è amaro”.
“Hi, hi, a me piacciono le bollicine”.
“Non so’ bona. Oh, l’ho rovesciato”.
“Porta bene”.
“Buttane un po’ dietro la schiena”.
“Ma nooo, si fa con il sale”.
“Comeeee, ti senti male?”.
Luca si alzò, si portò dietro la spalliera della sedia della moglie, le fece una carezza sui capelli e bisbigliò: “Ti prego, andiamo, non ce la faccio più”, poi aggiunse con tono più alto: “E’ ora di andare a riprendere Simone”.
“Oh, il piccolino, perché non l’hai portato con noi?” chiese Clara.
“Credo si sia divertito dipiù a giocare con i cuginetti. Forza belle signore, è ora di tornare alle vostre dimore”.
Una voce si levò dal tavolo accanto: “Ohhh, le orribili befane se ne tornano nella loro spelonca”. La ragazzetta si gongolava per l’affermazione ghignando e ridendo nel vedere Federica turbarsi. Luca l’apostrofò: “Senti tu, sbuffoncella, come ti permetti…” ma Rosetta lo afferrò con decisione per un braccio, si fermò di fronte a quella tipa dalla capigliatura striata di verde ed arancio e fissandola con vacui ma, stranamente penetranti occhi le disse: “ Tu pensi che non sarai mai come noi, tu credi che non diventerai vecchia? E’ vero non arriverai nemmeno all’età di mia figlia”.
Nella sala, per un secondo sembrò calare il silenzio totale. Federica si affrettò a portar via la madre e sussurrò al marito: “Oddio, gliel’ha tirata. Quando lo dice così, succede davvero”.
Luca la fissò sgomento: “Ma allora, è davvero una strega”.
 


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IL RACCONTO DI NATALE


Chi ha rapito Babbo Natale?
 
Il richiamo prolungato spezzò la quiete ovattata che regnava nella solitaria abitazione:
“Babbo? Baboooo …Babboooooo…. BABBOOOOOOO…”
L’ultimo, accorato appello fu così forte da far scivolare mucchietti di neve dal candido tetto e da far accorrere alcuni occupanti dell’esclusiva dimora là, dove l’urlo era stato generato: la biblioteca. Al centro della stanza, davanti alla scrivania del padrone di casa, un piccolo gnomo vestito di verde era quasi prostrato a terra, le mani strette a coprire il viso inondato di lacrime.
“Cosa succede?” chiese la Mamma (oh miei cari bimbi, tali anche solo d’animo, non so come si chiamasse costei poiché, in quel luogo, veniva appellata come: MOGLIE o SIGNORA NATALE per cui, io la definirò semplicemente la MAMMA).
“Hoplà che ti prende?” domandò Zeffirino (il maggiordomo pinguino).
Hoplà tirò su col naso, si mise in ginocchio e con voce tremula rispose: “L’ho cercato ovunque ma, non lo trovo…”.
“Ma chi? Cosa?”
“Il Babbo”.
“Ma cosa dici birbante di uno gnomo, mi vuoi fare un dispetto?” replicò la Mamma rossa in viso.
“Noooo, non c’è, non c’è più traccia di lui, vi dico…” singhiozzò il nanetto.
“Calma…” esclamò Zeffirino “… racconta tutto con calma.”
“Bene, come il solito, il nostro amato vecchio, si è ritirato qui per leggere le ultime letterine dei bambini… vedete? La poltrona è ancora spostata. Io sono uscito e sono rimasto nel corridoio, ho lavorato per un paio d’ore al mio tavolo, ad assemblare dei giocattoli poi Evelina (la cuoca) è arrivata con il latte caldo e i biscotti… io ho bussato, ho detto scherzando: Babbo c’è la tua camomilla. Non ha risposto, sono entrato e...lui non c'era più”.
“Ma dai, non te ne sarai accorto, sarà andato in bagno, a letto o a dare la buonanotte alle renne…” sospirò La Mamma.
“Nooo, ve lo giuro, non mi sono mai mosso e poi… ho guardato dappertutto anche nella dependance delle renne, nel laboratorio, in cantina, ho sbirciato sul tetto, Non c’è! E poi, guardate là”  con un magro, tremante, dito indice mostrò qualcosa di rosso giacente a terra vicino al caminetto.


“Oh Santa Peppa…” strepitò la Mamma “…il suo berretto, non si separa mai da questo copricapo, lo porta anche quando dorme” e cominciò a frignare anche lei.
Zeffirino decise di prendere in mano la situazione: “Signora Natale vada di sopra e stia tranquilla, ora ci penso io, di sicuro c’è una spiegazione logica anche perché è assurdo che Babbo Natale svanisca il giorno prima della vigilia e tu… Hoplà, se ci riesci, fai l’uomo, alzati e dammi una mano. Vieni, cominciamo dall’esterno”.
I due improvvisati investigatori fecero il giro della casa e scoprirono che la neve tutt’attorno, a parte le orme dello gnomo che si recato ed era tornato indietro dal ricovero delle renne, era immacolata.  Saggiarono poi le finestre e le trovarono perfettamente chiuse quindi scoraggiati ma non sconfitti ritornarono sul luogo della scomparsa.
“Ragioniamo: il Babbo non si è allontanato di propria volontà, l’indizio è il berretto. Nessuno è entrato dalle porte o dalle finestre quindi… è stato portato via da qualcuno che è entrato da…”.
“Dal caminooo” affermò Hoplà terminando la frase.
“Ma, chi può entrare da un camino a parte Babbo Natale?”.
“Ah, questo proprio non lo so”.
“Lo so io invece, non so per quale motivo lo abbia fatto ma, conosco il colpevole dello scellerato rapimento. Dai Hoplà, svelto, vai a preparare la slitta, dobbiamo fare un lungo viaggio”.
“La slitta? Ma non possiamo…”.
“Dobbiamo invece, te lo figuri un Natale senza il Babbo? Che disastro sarebbe. Dai sbrigati”.
Il tragitto non fu breve ma, la magica slitta aveva il potere di arrivare ovunque in un batter d’occhio per cui Hoplà, circa un secondo dopo il decollo chiese al suo compagno:
“Dove siamo? Che enorme magnifica piazza e quella laggiù?”
“Siamo a Roma mio caro e quella è piazza Navona, ora dobbiamo scendere ed arrivare al camino di un vecchio stabile”.
“Non dirmi che devo infilarmi in un comignolo…”.
“Sì, te lo dico”.
L’esperienza non fu così terribile solo che, quel camino non veniva pulito da decenni e i due amici arrivarono a toccare il pavimento in mezzo ad una nuvola di fuliggine. Uh, com’erano neri.
Il vecchio bianco barbuto, che era legato su una sedia quasi al centro del grande locale, nel vedere Hoplà e Zeffirino coperti di neri sbuffi di fumo, scoppiò in una risata tanto fragorosa da farlo quasi ribaltare con tutto il suo sedile. Chi non rise affatto fu la brutta strega che gli era accanto. Pallida come un cencio, il naso adunco tremolante come l’unico dente che pareva possedere balbettò:
“E voi due chi siete?”
“Agenti Zeffirino e Hoplà, del distretto del Polo Nord, sei in arresto per ratto di Babbo” affermò lo scaltro pinguino dando una gomitata al suo compare che lo guardava con aria imbambolata.
Babbo Natale frenava a stento lacrime di riso. La sua adiposa pancia ballonzolava scossa dalla trattenuta ridarella.
L’anziana, cenciosa signora, invece, sospirò tra le lacrime: “Non volevo, è stato un gesto inconsulto ma, capitemi, ero gelosa, nessuno mi vuole più bene e ho pensato che, se avessi fatto sparire lui, io sarei tornata ad essere l’unica…”.
“Ma chi è?” sussurrò lo gnometto nell’orecchio dell’amico.
“Sei tardotto assai…” rispose lui tra i denti (pardon, tra il becco perché i pinguini non hanno denti) “…è la Befana”.
La vecchia continuò: “I tempi sono cambiati, come… piazza Navona. Le agghindate, luccicanti, odorose bancarelle dove, nella notte dedicata a me, artigiani e pasticcieri allettavano i visitatori con leccornie, ninnoli e mie riproduzioni, sono state sostituite da rivendite di cinesi ma, che volete che sappiano i cinesi della Befana. Io ero un mito. Una volta c’ero solo io, i bambini mi attendevano con impazienza e facevano a gara per essere i più buoni. Avevano una sorta di rispettosa paura per me, attendevano trepidanti, sotto il riparo delle coperte di sentire i miei passi sul tetto. E la mattina che gioia sui loro volti quando estraevano, ad uno ad uno, i miei doni dalla calza. Ah, sono stata soppiantata dall’avvento di un omone nordico”.
“Ehi bada come parli”, gridò Hoplà.
“No, lasciatela sfogare” la voce bonaria di Babbo Natale placò tutti gli animi. “La Befana è stata, è e sarà sempre una coriacea ma dolce vecchietta da ammirare. Pensate alla fatica che ha fatto, per secoli, viaggiando a cavallo di una scomoda ramazza, con uno sdrucito scialle come unico riparo dal freddo, a spostarsi per mezzo mondo per far sorridere il volto di innumerevoli bambini. Io… mi vergogno un po’. Guardatemi, pasciuto, ben vestito, con un rapido e comodo mezzo di trasporto e…simpatici aiutanti. Comunque, cara collega, non ti devi avvilire ma reagire, devi… modernizzarti, farti pubblicità, usare internet, pubblicare un profilo su Facebook o twettare…”.
“Oh, ma che dici?”
“Dico la verità, devi rilanciarti, offrirti come sponsor o come testimonial… be, io sono diventato famoso grazie ad una bevanda, tu potresti pubblicizzare una marca di sciarpe o di smalti o…”.
“Tu vaneggi…” disse la vecchia mostrando le dita dalle unghie adunche e spezzate.
“Appunto, pensa allo slogan: con Supercherax anche le unghie della Befana diventano stupende. Bene escogiteremo qualcosa ma, ora liberatemi da questa scomoda posizione, è tardi, ho un sacco, anzi tanti sacchi di regali che mi aspettano e…mi è venuta un’idea. Mia cara Befana, vorresti essere la mia aiutante, vorresti venire con me la notte di Natale?”.
Il volto rugoso dell’anziana donna s’illuminò e parve ritrovare il fervore e la risolutezza di sempre.

Bambini se trovate, tra i doni di Natale, qualche mandarino incartato in un pezzo di giornale o dei tocchetti di carbone, beh… è stata la Befana che, detto tra noi, si è divertita tantissimo.





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Il gatto






















Ufff… ecco era quella la carrozza. Patrizia salì i pochi gradini trascinandosi appresso il peso dei bagagli e quello dell’età, controllò il numero del posto (menomale era accanto al finestrino) poi sistemò il trolley sull’apposito spazio sopra il sedile, la capiente borsa accanto a sé ed il porta gatto, contenente Baffi, accanto ai suoi piedi. Si stava togliendo il soprabito quando, un paio d’occhi neri ed interrogativi spuntarono al disopra del computer che la sua dirimpettaia e sconosciuta compagna di viaggio stava già usando alacremente.   La giovane ragazza raggrinzì il naso, emise un sonoro starnuto e, alzandosi, gridò:
“Dio mio, c’è un gatto!” raccolse in fretta e furia la sua roba e corse via borbottando “Non dovrebbe essere permessoooo… con l’allergia che mi ritrovo… contolloreeee. Oh ma non c’è nessuno qui? Devo cambiare posto…ehi…” le ultime parole si spensero dietro la porta a vetri automatica.
Patrizia non aveva avuto neppure il tempo di aprire bocca, di scusarsi. Si guardò attorno a disagio, quasi con aria colpevole ma, gli altri passeggeri erano intenti in altre occupazioni. L’anziana donna si rilassò, si sedette e, mentre una voce metallica annunciava la partenza del treno, iniziò ad esplorare con lo sguardo il vagone ferroviario che la ospitava. Come erano cambiati i tempi. Rammentava ancora i treni con le panche di legno occupate da famiglie chiassose che facevano, di quei viaggi interminabili, occasioni di picnic collettivo. Rivedeva distinti signori, presentarsi educatamente e scambiare opinioni su di un libro, sul fatto del giorno o donne ciarlare allegramente di frivolezze domestiche, magari con appena conosciute compagne di avventura. Eh sì, perché certi viaggi erano delle vere e proprie avventure. E ora? Le sedute lignee erano state sostituite da comode, ergonomiche poltrone, reclinabili in caso di un attacco di sonno, ogni passeggero aveva, davanti a sé un ripiano corredato di prese che permettevano di ricaricare apparecchi elettronici, quali cellulari o computer od altri attrezzi di cui sembrava non si potesse fare a meno. A proposito di tecnologia, che dire dei monitor posti in alto, al centro del corridoio, ad intervalli regolari in modo da poter essere visti agevolmente da almeno otto persone? Si concentrò su quello vicino a lei. Su quel visore si poteva seguire il percorso del treno, conoscerne la velocità, avere un’inquadratura dell’esterno attraverso delle telecamere e, naturalmente non mancavano forme di pubblicità, più o meno velate, soprattutto sulle Ferrovie dello Stato.
Avvertì una pressione sui timpani e deglutì istintivamente. Mamma mia… stavano viaggiando a 297 chilometri l’ora e lei… che stupida, aveva gioito perché la casualità le aveva riservato un posto accanto al finestrino, dimenticando che non avrebbe potuto aprirlo.
“Sono proprio vecchia” disse a se stessa, però aveva un’attenuante: con suo marito aveva viaggiato molto ma, sempre in macchina, per cui non era stata testimone delle migliorie che durante gli anni avevano reso più moderno e comodo spostarsi su rotaia. Poi il suo Sandro se n’era andato e lei non si era più mossa dal paesino, dove abitava, fino a quell’occasione: sua sorella aveva bisogno d’aiuto.
Sfogliò, con poca voglia, la rivista d’attualità che aveva acquistato nell’edicola della stazione. Tutte quelle chiacchiere inutili non la interessavano molto per cui rispostò l’attenzione sulla fauna umana che la circondava. Non c’erano bambini. Erano perlopiù persone giovani, sole o in coppia. L’unico nucleo famigliare di mezza età era seduto di fronte a lei: lui, baffetti sale e pepe e una corona di radi capelli che circondava un lucido spazio ormai vuoto, era appisolato con la testa reclinata contro la spalliera ed emetteva, dalla bocca, regolari, ritmici sbuffi. Lei una donna ancora mora grazie all’aiuto della tintura, aveva tratti grossolani, da contadina ma, vestiva ed agiva come una signora di grande importanza. Ora stava dando, per mezzo del telefonino, forse ad una collega, consigli sul modo di affrontare un disguido di lavoro, con voce pacata ma roteando spesso gli occhi verso l’alto come per far sfogare la sua delusione.  La giovane che aveva accanto sembrava intenta a scrivere una tesi, un libro, un trattato di chissà che… muoveva velocemente le dita sui tasti, scuoteva la testa, cancellava, avvicinava i miopi occhi aiutati da occhialini dalla montatura scarlatta, allo schermo che le rimandava righe e righe di parole. Brontolava muovendo la testa e facendo oscillate la treccia bionda che le arrivava a metà schiena. Le sue mute proteste arano indirizzate ad un individuo di cui Patrizia riusciva a scorgere solo la sommità del capo: una foresta di irti capelli scuri. Costui non aveva mai smesso di parlare al cellulare (aveva già fatto una decina di telefonate) e, con voce allegra e squillante, stava mettendo al corrente tutti dello svolgimento della sua vita.
“Miaoooo”
“Oh mio povero Baffi, sarai stanco e avrai fame”.
La donna sollevò il trasportino, aprì uno sportello sulla parte superiore e un grosso gatto nero con gli  occhi gialli le saltò sulle ginocchia.
“Stai fermo però…” ordinò all’animale che le si stava sgranchendo addosso strusciandosi contro il suo petto ed allungando la coda sotto il suo naso “…ecco qualche crocchettina per calmare la fame”.
Con il micio beatamente accoccolato sulle ginocchia Patrizia si predispose a gustarsi il panorama che scorreva velocemente, come un filmato, dietro il finestrino. La piatta, scialba e stinta pianura aveva ceduto il posto alle colline che mettevano in mostra colori più vivi: verdi cupi ma brillanti o marroni rossastri che sapevano di coltivazioni rigogliose e di terra grassa. Il nastro dell’autostrada, ogni tanto si affiancava alla strada ferrata quasi a volerla invitare ad una competizione ma, i veicoli che la stavano percorrendo assomigliavano a modellini quasi statici, giocattolini mossi dalla spinta del dito di un bambino; era una gara improbabile, impari.
La mano destra della donna continuava ad accarezzare il pelo morbido di Baffi e forse quel monotono movimento condito dal cicaleccio ininterrotto dei viaggiatori la portarono a socchiudere gli occhi. La testa le stava ciondolando in avanti quando una brusca esclamazione la scosse dal dormiveglia.
Un distinto, giovane signore, elegantemente vestito, seduto dalla parte opposta del corridoio, aveva perso la pazienza.  Era dalla partenza che stava cercando di prenotare una camera d’albergo per la notte e ancora non c’era riuscito. Patrizia non poté fare a meno di abbozzare un sorriso; oh, non voleva prendere in giro quell’uomo (per carità non era nella sua indole) era…il suo aspetto. Per portare a termine quell’arduo compito, quel tizio con una mano manovrava agilmente un tablet per individuare chi disponeva di posti liberi e con l’altra schiacciava i tasti di un telefonino che pareva collegato direttamente con lui tramite i due fili bianchi degli auricolari che gli pendevano dalle orecchie.
“Tra un po’ collegheremo direttamente il nostro cervello ad un apparato elettronico… se avremo bisogno ancora di un cervello” pensò Patrizia tornando a grattare Baffi dietro le orecchie e riconcedendo, piano piano, al sonno di avere il sopravvento su di lei.
Ad un tratto le mancò qualcosa, una percezione di vuoto, di freddo, la fece destare bruscamente. Si guardò il grembo. Il gatto no c’era più.
“Baffiiii, Baffiii dove sei?”
Scattò in piedi allarmata, poi si piegò sotto il tavolino. Scrutò sopra i ripiani, frugò nel trasportino poi, dopo un attimo di smarrimento, urlò:
“Il gatto, qualcuno ha visto il mio gattoooo?”
Per qualche istante vi fu un silenzio assurdo, poi il brusio ricominciò ma con un unico tema:
“Che è successo?”
“Ha perso il gatto”.
“Il gatto? Quale gatto?”
“La vecchia, laggiù”.
“Micioo, micio, micio qua”
“Micetto? Bel micetto dove sei?”
“Guarda che è nero porta rogna”.
“Oh ma come sei antiquato”.
“Povera bestia”.
“Non mi piacciono i gatti”.
“Fuffiiiii”.
“Si chiama Baffi”.
“Ihhh, che cambia”.
“Io non ho visto cani”.
“E’ un gatto”.
E fu un cercare unico che, ovviamente, attirò l’attenzione dell’addetto alla carrozza che, dopo aver redarguito pesantemente Patrizia, poiché il regolamento prevedeva che gli animali dovessero viaggiare sotto l’assidua sorveglianza dei padroni in modo che non arrecassero disturbo, si dette da fare per risolvere il problema.
“ Dunque non può essere andato in un altro scompartimento perché le porte non si aprono per una massa così piccola, per cui è qui”.
“O meno male, sarà spaventato e si sarà infilato chissà dove” sospirò la donna
“Certo che sto micio oggi mi fa lavorare…”.
“Ah già la signora che ha cam… la signoraaa. Per favore vada a chiamare la signora”.
E la signora arrivò, quasi sospinta dal ferroviere. Dapprima negò tenacemente il suo aiuto, poi cedette alla disperazione di Patrizia, cominciò ad aggirarsi per il vagone emettendo discreti spruzzi dal naso ed asciugandosi ogni tanto qualche lacrima dagli occhi poi, arrivata davanti al posto 8B, si produsse in un eruzione continua di starnuti. Il gatto era lì, mimetizzato in una sciarpa nera. Quattro mani lo alzarono verso l’alto e, mentre scrosciava un applauso collettivo, Baffi, non comprendendo il perché di tanta, incredibile popolarità, emise un sonnolento:
“Miaooo”.

 




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Il calzino



 
Roberta stava perdendo la pazienza. Aveva cercato un’ipotesi ragionevole ma, non era riuscita a trovarne una.  Infilò la testa nell’oblò della lavatrice alla ricerca di un pertugio che, ovviamente, non c’era eppure, come sempre, mancava un calzino. Ed era anche uno di quelli nuovi.
Chissà come si sarebbe arrabbiato Nicola.
Per questa sua eterna sbadataggine (così lui aveva denominato le sparizioni di quei capi di biancheria) le aveva addirittura regalato un marchingegno che accoppiava saldamente i calzini prima del lavaggio ma (per scrupolo riguardò nel cesto), eccoli lì, in coppie indissolubili tranne l’unico, solitario calzino blu. Ora che ci rifletteva scoprì che non le erano mai mancate calze di altri colori… no, ne aveva molte bianche, grigie, verdi, marrone e nere però, c’era solo una tinta che rimaneva “vedova”: quella blu.
Era in ritardo. Salì al piano superiore, uscì sulla terrazza, stese la biancheria poi si vestì in fretta e uscì per fare la spesa.
Menomale l’ipermercato non era affollato come di solito, riuscì a comprare il pane senza fare a gomitate, a percorrere le corsie senza dover scansare carrelli abbandonati o persone maleducate o indecise che facevano di tutto per mettersi davanti proprio a quel prodotto che ti serviva e arrivò alla cassa solo con un filo d’affanno.
“Ciao Roberta…”.  La voce proveniva da dietro le sue spalle, si girò e una giovane, slanciata donna, con un caschetto di capelli castani e una frangetta che ricadeva fin sulle sottili sopracciglia, quasi a nascondere degli occhi troppo azzurri, le rivolse un radioso sorriso. “… sempre di corsa ehhhh?”
“Ciao Silvia, tu invece sempre pacata e di buon umore. Un giorno mi svelerai il tuo segreto…”
“Ahahhhh mi addolcisco tutte le mattine con biscotti e marmellata…”
Le due amiche si lasciarono andare ad un vortice di chiacchiere casalinghe e, ovviamente, saltò fuori la storia del calzino.
“Non credo capiti solo a te, è un problema comune…”
“Sì ma è il fatto del colore che mi sconcerta…”
L’anziana signora che, davanti a lei, stava riponendo, in due capienti sacche, la merce pagata, scoccò a Roberta un’occhiata così acuta che lei quasi la percepì fisicamente, poi bisbigliò con una vocina sottile:
“Mi scusi, non ho potuto fare a meno di ascoltare ciò che stava raccontando alla sua amica, forse io posso aiutarla, se ha qualche minuto da dedicarmi le indicherò la soluzione dell’arcano. Che dice? Le offro un caffè?”
Be, era una graziosa distintissima vecchina, Roberta non trovò alcuna obiezione e poi, il germe della curiosità si era insinuato in lei attraverso quell’occhiata e doveva placarlo.
Seduta a un tavolino del bar annesso all’ipermercato, studiò la donna che aveva davanti. Capelli corti perfettamente acconciati in una di quelle permanenti che le anziane adorano e che donano alla capigliatura un’innaturale sfumatura bianco violacea, tailleur di lana, decisamente d’altri tempi, da cui usciva lo svolazzante colletto di una candida camicetta, calze nere (oddio con la riga verticale dietro),viso grinzoso, sprizzante arguzia e vivacità e occhialini da lettura (noooo, non ci posso credere, a pince nez.)
“Prima di tutto mi presento…” esordì l’anziana signora “…sono Lucietta Caroli e ho abitato per anni nella tenuta dei Pandolfi. Oh scusi, la sua famiglia ha acquistato una parte del terreno e il casale grande vero?”
“Sì certo ma come lo sa?”
“E’ per via del calzino ma, cominciamo dall’inizio, no, prima ordiniamo…giovanottoooo? Cosa prende mia cara?”
“Oh solo un caffè, grazie”
“Per me un tè  al limone e…qualcuno di quei deliziosi biscottini alla mandorla”.
Quando il cameriere (che del giovanotto aveva ben poco) si fu allontanato, Lucietta riprese: “Mia madre era una domestica dei Pandolfi ed io ho vissuto in quel luogo quasi tutta l’infanzia fino alla disgrazia…”.
“La disgrazia?”
“Già, lei arriva da lontano, altrimenti avrebbe scelto un’alta abitazione”.
“Ma cosa dice? Mi sta facendo agitare”.
“Oh, mia cara…non era mia intenzione. Dunque, la famiglia Pandolfi era una delle più antiche (sto parlando di una razza dura, di contadini e muratori) e ricche del paese ma, aveva perso quasi tutti i suoi rami. Agnese e Ottavio non avevano avuto figli ed erano rimasti soli con uno stuolo di servitori: cameriera, cuoca, giardiniere, autista. Ottavio era un uomo grossolano, non molto colto se non in materia di orti ed alberi da frutta mentre Agnese era una graziosa donna che amava leggere e che aveva dedicato tutta la sua vita ad accontentare l’esigentissimo marito. Eh sì, poiché lui, come la maggior parte degli arricchiti per merito delle generazioni precedenti, era molto egoista ed amante della perfezione, la sua naturalmente… oh, grazie giovanotto…e lei vuole assaggiare un biscottino?
“No, no, la prego, continui”.
La donna versò con calma il tè nella tazza, lo zuccherò e fece passare un paio di estenuanti minuti per mescolarlo. Roberta sentiva il tintinnare del cucchiaino e diventava sempre più nervosa ma, Lucietta sorseggiò la bevanda, mordicchiò un dolcetto e poi, finalmente, riprese il racconto.
“Dicevo che Ottavio era un uomo esigente, ogni mattina voleva una camicia pulita e stirata, biancheria di ricambio perfetta, scarpe lucide, insomma intendeva sembrare un damerino, anche se aveva l’aspetto fisico ed il modo di fare di uno zoticone. E guai se c’era una piegolina o se il fazzoletto non era della tinta idonea, erano urla e rimbrotti che si udivano fino alla piazza della chiesa. Quella povera donna della moglie era commiserata da tutti, lei che sovraintendeva al buon andamento della casa doveva assorbire tutto, fare da spugna e, forse anche a causa di questo con l’avanzare degli anni era diventata esilissima e si era come rannicchiata in se stessa, camminava a capo chino senza avere il coraggio di osservare nessuno…”.
“Sì ma il calzino?”
“Oh, sto divagando, mi dispiace sono una chiacchierona…a proposito lei lava ancora nella taverna? Ci sono ancora i vecchi vasconi?”
“Sì, non li abbiamo toccati, solo aggiunto, di fianco, una lavatrice”.
“Ah, ecco, è nella taverna che c’è il fantasma…”.
“Un fantasma?” urlò Roberta schizzando dalla sedia.
“Ssttttt, zitta, zitta, si calmi… ci stanno osservando tutti, si sieda, non deve temere nulla, mi sembra che lei sia in ottima salute no? Quindi…”
Cercando di controllare il battito del proprio cuore, Roberta si riaccomodò mormorando:
“Per favore mi spieghi bene questa storia…”.
“Ci stavo arrivando. La sera del trentuno ottobre di...”
“Halloween, lo sapevo mi sta facendo uno scherzo”.
“Ma no mia cara, non ho mai preso in giro nessuno. Dunque, quella sera Agnese preparò diligentemente il vestito che suo marito intendeva indossare il mattino dopo ma, nonostante cercasse ovunque, non riuscì a trovare un paio di calzini blu. Nel cassetto ce n’era solo uno. Data l’ora tarda non svegliò la domestica rinviando la soluzione del problema all’indomani. Ma il giorno seguente il marito si alzò presto e, visto che era sua abitudine infilarsi subito i calzini, afferrò quello che era sul ripiano del comò poi, non trovando il compagno iniziò ad inveire. Agnese, svegliatasi di soprassalto, cercò di calmarlo offrendogli un paio di calze nere, poi grigie ma, riuscì solo di farlo infuriare di più…, scusi ho la gola secca”.
Lucietta finì di bere il suo tè e assaporò lentamente l’ultimo biscotto.
Roberta, che friggeva, pensò che quella donna facesse di tutto per prolungare la sua agonia.
“Allora, Ottavio ancora in camicia da notte, papalina in testa, ciabatte e naturalmente un calzino solo scese al piano sottostante, svegliò la domestica facendo un vero e proprio putiferio, poi, dato che la balbettante serva non sapeva dargli una logica spiegazione, rosso in faccia per l’attacco d’ira cui era preda, corse in taverna, seguito dalle due povere donne, ed iniziò a rovesciare cassetti, aprire armadi e cassapanche, sparpagliando ovunque il contenuto poi, non trovando l’oggetto della sua ricerca si scaraventò sulle vasche infilando la testa nella più vicina credendo che il calzino fosse rimasto là in fondo e… uh com’è tardi”.
“E…” sospirò Roberta.
“E così rimase, la faccia in giù e i piedi per aria, colpito da un infarto. Quel calzino non venne mai trovato ma, da allora i calzini blu lavati in quella casa non sono mai più stati in coppia, uno spariva sempre (colpa di Ottavio che cerca il suo in eterno) e alla fine, dopo la morte di Agnese e un paio di tentativi di altre famiglie, in quell’abitazione nessuno volle più metterci piede. L’ha pagata poco vero?”
Il cellulare di Roberta squillò, facendola sobbalzare.
“Ciao Nicola…” disse cercando di ritrovare la sua voce 
“No, no, non ho niente… ti spiego dopo però… sai o non ti metti più i calzini blu o… cambiamo casa”.

 



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Idiosincrasia



 
Luciana odiava i topi.
Era un sentimento atavico che si portava dietro fin dall’infanzia. Quando abitava nella casa dei nonni (lei aveva circa sette anni) c’era stata un’invasione. Topini, cacciati dalla sottostante falegnameria, si erano inerpicati per muri e condutture, trovando molteplici nascondigli nel vasto e vetusto appartamento. Suo padre aveva familiarizzato con loro creando un rapporto speciale con quelli più arditi: c’era il macchianera, lo zoppetto (salvatosi miracolosamente da un colpo di scopa della nonna), il cucù…
Il cucù era il più sbarazzino, ogni mattina attendeva che il genitore di Luciana andasse in bagno e si sedesse sul water, poi sbucava da sotto la vasca (quelle di una volta in ghisa  con i quattro sostegni a forma di zampe di leone), lo squadrava con furbi, scuri occhietti e attendeva che si mettesse a dialogare con lui. Dialogo unilaterale s’intende ma, il padre giurava che quell’esserino fosse interessato ai suoi discorsi e che prediligesse ascoltare le poesie di Trilussa.
Quando i sorcetti avevano iniziato a scorrazzare nelle camere da letto,  Luciana aveva dato addio ai suoi sonni tranquilli di bambina. Passava la notte rannicchiata, con il lenzuolo tirato sopra la testa, con la sensazione di avere centinaia di zampette che le passeggiavano sul corpo, protetto dal misero schermo della coperta, e l’udito vigile ad ogni rumore sospetto che non fosse quello dei consueti scricchiolii del mobilio roso dai tarli. Lei ascoltava altri tipi di rosicchiamento, aveva acquisito una selezione naturale del suono che, se la stanchezza la obbligava a dormire, la faceva svegliare subito.
Poi la ditta dove lavorava suo padre si trasferì (a seicento chilometri di distanza ) e  lui, dopo pochi mesi di avanti ed indietro settimanale, portò al nord tutta la famiglia.
Luciana riprese a sognare nella cameretta, tutta sua, che le era stata destinata, finché un giorno trovò un topino bianco dagli occhi rossi che girovagava in cucina tra le padelle e un gemello schiacciato nello stipite di una porta finestra. Di sicuro fu solo un caso, poiché quelle creaturine erano fuggite da una gabbia in cui il vicino di pianerottolo le aveva costrette a vivere.  Ma, secondo voi, fu anche un caso il fatto che la sede dell’associazione di volontariato, in cui Luciana trascorreva il suo tempo libero, fosse invasa da topi e ratti? La proprietà era del Comune, che non si era mai preso la briga di ricorrere ad una derattizzazione e, dato che era rimasta sfitta e preda solo di vagabondi per molti anni, le colonie di grigi sorcetti vi avevano agevolmente prolificato.
Un pomeriggio, mentre era impegnata nelle funzioni di centralinista, sentì qualcosa arrampicarsi sul suo piede destro. Quando quel “qualcosa” s’insinuò sotto l’orlo dei pantaloni e  risalì su per la sua gamba lei scattò in piedi, si precipitò nel corridoio mollando la cornetta del telefono e l’emergenza al suo destino, diede uno spintone a un collega che la guardò stupefatto  mente si slacciava febbrilmente la fibbia del cinturone che tratteneva la tuta, poi si chiuse in bagno, si abbassò i pantaloni e l’impertinente topino schizzò fuori lambendogli la faccia. Non urlò, perché non aveva mai urlato in vita sua. Non vomitò, perché non l’aveva mai fatto ma, le nausea che provò in quel momento le rimase per sempre ancorata alle pareti dello stomaco.
Da quell’istante diventò una sensitiva: sentiva l’odore di un topo a chilometri di distanza, ne percepiva l’acre essenza degli escrementi, anche se erano vecchi residui. Non parliamo poi dei cadaveri. Riconosceva il puzzo della decomposizione di un ratto tra tutti gli altri odori di disfacimento possibili e non sbagliava mai.
A vent’anni conobbe l’uomo della sua vita e dopo diverse vicissitudini, si trasferì di nuovo, in un paesino, a ridosso delle Prealpi, attraversato da un fiume. Quel fiume fu la sua rovina, perché da quel fiume esondavano topi.
Le prime avvisaglie le diedero piccoli, teneri sorcetti grigi che s’infilarono nell’appartamento, prediligendo la cucina. Disfarsene fu un’impresa ma, con pazienza, molte gabbiette e l’uso delle zanzariere alle finestre per tenerli fuori, riuscirono a farlo nel giro di qualche mese poi… un giorno Luciana vide un ratto passeggiare imperterrito sul muretto del giardino. Era enorme, scuro, con gli occhi rossi ed una lunga coda che agitava come una frusta, lei rabbrividì e quel mostriciattolo le mostrò i denti in un ghigno ironico. Una dichiarazione di guerra.
I ratti s’impossessarono del box e della taverna moltiplicandosi a ritmo logaritmico. A nulla valsero l’opera continua di pulizia e l’uso di apparecchi elettronici emettitori di frequenze disturbo, Luciana, ogni volta che era costretta a scendere in cantina (e lo faceva spesso poiché lì sotto c’era la lavanderia e la stireria) serrava le mascelle, cercava di calmarsi per evitare che lo stomaco si accartocciasse e, tappandosi il naso, procedeva a lenti passi  facendo più rumore possibile, quando passava vicino alla caldaia le si rizzavano i capelli. Sentiva i suoi “amici” correre sui tubi, sopra la sua testa,  e qualcuno aveva anche la sfacciataggine di passarle davanti ai piedi, sfrecciando come una saetta nera. Quando si avvicinava ai vasconi di granito e alla lavatrice, per lei iniziava il calvario: annusava l’aria, sbirciava nelle vasche poiché più di una volta aveva trovato il cadavere di un piccolo che non era riuscito a risalire oppure uno o più roditori ancora vivi che saltavano da tutte le partì per riguadagnare la libertà, poi buttava candeggina per terra e sui ripiani, svolgeva di corsa il lavoro che doveva fare ma, immancabilmente, era costretta ad un ulteriore incontro, un ratto che svicolava da dietro un serbatoio dell’acqua calda, uno che risaliva lungo il muro bianco, un altro che…
“Noooo nella lavatrice nooooooo”.
L’urlo fece accorrere Mauro.
“Cosa c’è?”.
“Non posso più vivere con queste bestiacce”
“Senti, non so più cosa fare, ho provato di tutto… mancano solo i gatti ma con i cani che abbiamo sarebbe una convivenza impossibile…”
“I gatti? Povere bestie, farebbero una brutta fine: questi ratti sono più grossi dei gatti… chiamiamo degli esperti e…”
“Userebbero il veleno, non ne parliamo… così come di altri metodi cruenti, lo sai che sono contrario a uccidere qualsiasi creatura…”
“Sì, ma è una questione di sopravvivenza,  tra un po’ queste creature mangeranno noi”.
“Non dire sciocchezze, sei fissata… va bene, va bene, riprovo con le gabbie”.
Riprovare con le gabbie significava, trovare l’esca giusta, posizionare le trappole nei punti di passaggio o negli angoli frequentati dagli invasori, controllarle tutti i giorni (dimenticarsene e trovare, a naso, un cadavere significava non disfarsi più di quel nauseabondo odore per giorni e giorni) e sperare che i topi non usassero il passaparola. Già perché i ratti sono molto intelligenti (se non lo fossero si sarebbero estinti invece di diventare la specie più numerosa del pianeta) e di norma dopo che un loro simile era rimasto fregato, nel tranello non ci cascano più. E’ quello che successe in casa di Luciana. Dopo una decina di recuperi (Mauro portava via le prede e le lasciava libere a chilometri di distanza) le gabbie rimasero vuote anzi quegli impertinenti avevano anche la faccia tosta di passeggiarci velocemente sopra senza sfiorarne l’ingresso e… Mauro si stufò e… i sorci ripresero a figliare.
Una domenica sera Luciana entrò nel gazebo dove dormiva, in una comoda cuccia, una delle femmine dei suoi cani da guardia. Sentì dei rapidi scalpiccii sopra di sé, accese la luce, guardò in su e notò un fuggi fuggi disordinato di sagome scure. Con il manico di uno spazzolone toccò il telo trasparente che fungeva da prima copertura sotto quello di finte tegole, era strapieno di escrementi secchi, la tettoia era diventata un’autostrada topesca.
Quello fu il colmo. Salì in casa e affrontò di petto il suo compagno.
“Ora basta. Tra un po’ i nostri cani saranno cibo per i tuoi amici. Decidi: O ME…O I TOPI”.
Mauro non aveva ancora fatto una scelta.
Era per questo motivo che ora si trovava in quel piccolo ma dignitoso albergo.
La stanza era pulita (aveva controllato dappertutto) anche se modesta e alquanto anonima ma, dato che di sicuro vi avrebbe soggiornato per poco tempo (il suo compagno era cocciuto ma le voleva troppo bene), non le importava. Tolse le poche cose che aveva portato con sé dalla valigia e le sistemò nell’armadio poi, finito quell’unico compito. si sedette sul letto. Si sentiva delusa e svuotata, forse anche un po’ arrabbiata con se stessa per aver preso una simile decisione.
Un groppo le serrò la gola e, nonostante i tentativi di ricacciarle indietro, le lacrime le inondarono le guance aprendo la valvola di sfogo dei suoi sentimenti.
Andò in bagno, si spogliò e si fece una doccia. Lei amava l’acqua ma, quella sera le dava fastidio, la angosciava.
Mentre si asciugava il viso toccò dei peli duri ai lati del naso.
“Accidenti alla menopausa” disse ad alta voce e andò a controllarsi allo specchio.
Deterse il vapore che si era formato sulla liscia superfice  e ciò che vide la fece  rabbrividire fin nelle ossa: l’immagine riflessa non era quella del suo volto ma, era quella del muso di un enorme ratto.  Gli occhi neri la fissavano stupiti, i baffi vibravano e…  con una mano in parte ancora umana ma che stava variando in fretta in quelle di  un roditore si toccò quei lunghi spuntoni “…Oddio, sono i miei baffiiiiii” si voltò e vide un viscido lombrico spuntare dal centro delle natiche; era una coda, Poi, all’improvviso il suo corpo si restrinse, rimpicciolì e si ritrovò  quasi schiacciata sul pavimento a confrontare le sue misure con quelle di una piastrella.
Luciana annusò l’aria,  emise un acuto squittio e fuggì via in cerca di una tana.

 





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