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Il blog di Nicoletta Niccolai

Perché si dice...?

Far vedere i sorci verdi
Nel 1936, la 205° squadriglia della Regia aeronautica (12° Stormo della 3ª Squadra Aerea), che adottava gli allora potenti e moderni trimotori Savoia Marchetti S.M.79,  si servì di uno stemma rappresentato da 3 sorci verdi ritti sulle zampe posteriori. La ebbe tra i piloti anche Bruno Mussolini, figlio del duce, che gareggiando con altri aviatori riportò diverse vittorie quali: la corsa aerea Istres - Damasco - Parigi del 1937 o la trasvolata oceanica Italia Brasile (Guidonia - Dakar- Rio de Janeiro) del 24 gennaio 1938.

Dalla popolarità di questa squadriglia, che spesso dava prova di superiorità, affidabilità e potenza, scaturì il modo di dire "ti faccio vedere i sorci verdi", come per dire "sto per batterti".
Si dice che sia stato lo stesso Benito Mussolini a coniare questo modo di dire dicemdo, in occasione della trasvolata Italia Brasile: "abbiamo fatto vedere i sorci verdi al mondo intero".
Durante la seconda guerra mondiale, la squadriglia dei sorci verdi partecipò attivamente a molte missioni. Il 12° Stormo divenne, infatti, da "bombardamento" e il termine sportivo si tramutò in una minaccia di annientamento.

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Essere un voltagabbana
Il dizionario cita:
Il voltagabbana è colui che cambia idee e schieramento per futili motivi, per paura o per convenienza.
La gabbana era un indumento, un pesante cappotto con l'interno in pelliccia. Questo capo d'abbigliamento era in dotazione ai militari nel periodo della prima guerra mondiale ma, era anche utilizzato dai poveri e dai contadini “i gabbani” da cui derivava il nome. 

Quando i soldati disertavano, durante la fuga, indossavano la gabbana al rovescio, per non essere riconosciuti e puniti per la diserzione.
 
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Farsi infinocchiare


L’espressione farsi infinocchiare pare abbia origine dal comportamento di alcuni  viticoltori romani, i quali, prima di far assaggiare il vino ai potenziali clienti, offrivano loro alcuni semi di finocchio da masticare. Questi semi lasciavano in bocca un gusto molto aromatico che rendeva saporito qualunque vino bevuto subito dopo, anche se di scarsa qualità. Oggi diciamo farsi infinocchiare quando qualcuno è stato imbrogliato.
 

 

Finalisti premio STREGA 2014




Il Comitato direttivo del Premio Strega ha selezionato i dodici libri che si contenderanno la sessantottesima edizione tra i 27 presentati  dagli Amici della domenica, ovvero il gruppo fondato nel 1944 da Maria Bellonci e dal marito Goffredo nella sua casa romana.


Ecco i titoli ed una breve presentazione


Non dirmi che ho paura
Samia è una ragazzina di Mogadiscio. Ha la corsa nel sangue. Ogni giorno divide i suoi sogni con Alì, che è amico del cuore, confidente e primo, appassionato allenatore. Mentre intorno la Somalia è sempre più preda dell'irrigidimento politico e religioso, mentre le armi parlano sempre più forte la lingua della sopraffazione, Samia guarda lontano, e avverte nelle sue gambe magre e velocissime un destino di riscatto per il paese martoriato e per le donne somale. Gli allenamenti notturni nello stadio deserto, per nascondersi dagli occhi accusatori degli integralisti, e le prime affermazioni la portano, a soli diciassette anni, a qualificarsi alle Olimpiadi di Pechino. Arriva ultima, ma diventa un simbolo per le donne musulmane in tutto il mondo. Il suo vero sogno, però, è vincere. L'appuntamento è con le Olimpiadi di Londra del 2012. Ma tutto diventa difficile. Gli integralisti prendono ancora più potere, Samia corre chiusa dentro un burqa ed è costretta a fronteggiare una perdita lacerante, mentre il "fratello di tutta una vita" le cambia l'esistenza per sempre. Rimanere lì, all'improvviso, non ha più senso. Una notte parte, a piedi. Rincorrendo la libertà e il sogno di vincere le Olimpiadi. Sola, intraprende il Viaggio di ottomila chilometri, l'odissea dei migranti dall'Etiopia al Sudan e, attraverso il Sahara, alla Libia, per arrivare via mare in Italia.

Lisario o il piacere infinito delle donne

       
Lisario Morales è muta a causa di un maldestro intervento chirurgico, ma legge di nascosto Cervantes e scrive lettere alla Madonna. È poco più di una bambina quando le propongono per la prima volta il matrimonio: per sottrarsi a quest'obbligo cade addormentata.
Quando non può opporsi alla violenza degli adulti, infatti, Lisario dorme. E addormentata da mesi, come la protagonista della più classica delle fiabe, la riceve in cura Avicente Iguelmano, medico fallito giunto a Napoli per rifarsi una reputazione.
Tra mille incertezze, pudori, paure, la terapia, al tempo stesso la più prevedibile come la più illecita, sarà coronata dal successo, e però spalancherà davanti alla mente del dottore, fragile, superstiziosa, supponente - in una parola, seicentesca -, un vero e proprio abisso di fantasmi e di terrori, tutti con una radice comune: il mistero abissale, conturbante, indescrivibile del piacere femminile, l'incontrollabile ed eversiva energia delle donne.
L'affresco meraviglioso della Napoli barocca, fra Masaniello e la peste, riassume la sua forma rutilante, fastosa e miserabile, fosca ed eccessiva, grazie alla bravura della Cilento, capace di creare sia gli effetti miniaturistici delle folle di Micco Spadaro, sia la potenza dei chiaroscuri caravaggeschi. E non a caso si citano questi pittori. Sotto il dominio degli spagnoli infatti la città raggiunge il massimo del fulgore attirando ricchi banchieri e pittori di fama, fra cui i due artisti fiamminghi destinati a ricoprire un ruolo fondamentale nel nostro romanzo: il maestro di scena Jacques Colmar e Michael de Sweerts. Storia di una donna che scopre il piacere, di un pittore che scopre la passione, di una città intera che si ribella ai potenti, Lisario o il piacere infinito delle donne è soprattutto un romanzo di avventure, molto vicino alla maniera in cui, per l'appunto, si scrivevano nel Seicento, dal Quijote di Cervantes al Gil Blas de Santillana di Lesage, romanzi epici e picareschi con apparenti saggi del tutto folli e conclamati pazzi non scevri di qualche saggezza, fra capipopolo, assassini, ermafroditi, pirati, mercenari del sesso e del potere, donne mutate in statue e razzismo omosessuale, creature dell'incubo o del sogno, in una girandola infuocata di invenzioni, tutte attorcigliate attorno allo stesso interrogativo: ma è del primo Seicento che qui si narra o di noi e di oggi?

Bella mia

“Bella mia”, un libro forte ed emozionante della scrittrice abruzzese Donatella Di Pietrantonio che dopo il grande successo e i larghi consensi di “Mia madre è un fiume”, è  con questa storia ambientata a L'Aquila tra i dieci finalisti del Premio Strega. Un romanzo sulla perdita, ma ancora di più sulla ricostruzione, di una città distrutta ma anche e soprattutto degli affetti più intimi e profondi. Il libro sarà presentato domani 3 maggio, alle 17.30, nella sala convegni di Palazzo degli studi a Lanciano. L'iniziativa alla quale sarà presente l'autrice è inserita nella settimana della cultura frentana ed è organizzata dall'associazione culturale donne “I colori dell'Iride”. “E' un ritorno atteso quello della Di Pietrantonio, i suoi libri toccano le corde più profonde e Bella mia è una storia che arriva al cuore, una storia che nonostante il tema drammatico del terremoto, della morte – ha sottolineato Patrizia Di Rocco presidente dell'associazione – non è cupo tanto meno angosciante, è un libro che apre alla speranza e a una rinnovata fiducia”.

Una storia

Una storia è la storia di un uomo che va in pezzi. Silvano Landi, scrittore di successo lasciato dalla moglie, alla soglia dei cinquant’anni finisce in un ospedale psichiatrico. Lo hanno trovato in stato confusionale su una spiaggia. Sembra non comprendere più la realtà e disegna ossessivamente due cose che ricorrono nelle sue visioni: una stazione di servizio e un grande albero spoglio. Landi è affascinato dalle lettere ritrovate del bisnonno, soldato nella carneficina della Prima guerra mondiale, che dalle trincee scriveva a casa. Sempre a un passo dalla morte, ma animato da un’incrollabile volontà di vivere per poter tornare un giorno dalla moglie e dal figlio.
 
Come fossi solo

A Srebrenica l'unico modo per restare innocenti era morire.
Marco Magini era un ragazzino durante i terribili fatti della ex Jugoslavia, li conosceva solo dai telegiornali. Ma quando da studente si imbatte nella storia di Dražen quella vicenda diventa un’ossessione. Quella storia raccontava di un ventenne costretto a combattere una guerra voluta da un’altra generazione e messo davanti a decisioni che nella loro eccezionalità mostrano a nudo l’animo umano come in un antico dramma greco. Qui risiede la forza di questo romanzo che narra la strage di Srebrenica e insieme quella di molte coscienze costrette a rinunciare a un cammino di giustizia. Così la scelta di uno dei più drammatici momenti della storia europea recente, insieme al modo emotivamente coinvolgente di raccontarlo, fanno di questo testo un testo speciale. La rievocazione del massacro e del successivo processo presso il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia è affidata a tre voci che si alternano in una partitura ben scandita. La voce del magistrato spagnolo Romeo González che rievoca lo svolgersi del processo, evidenziando le motivazioni non sempre etiche e limpide che determinanouna sentenza. Nell’eterno dibattersi tra ubbidire a leggi fratricide o ribellarsi appellandosi ai diritti inviolabili dell’uomo, viene fuori solo un’immagine povera e burocratica dell’esercizio della legge. Al giudice González si affiancano le voci di Dirk, casco blu olandese di stanza a Srebrenica, rappresentante del contingente Onu colpevole di non avere impedito la strage, e quella del soldato serbo-croato Dražen Erdemović, vero protagonista della storia, volontario nell’esercito serbo, che fu l’unico a confessare di avere partecipato al massacro, l’unico processato e condannato. Per innamorarsi ancora del futuro le nuove generazioni dovranno fare i conti con il passato scomodo di anni a noi vicini.
 
Nella casa di vetro

- Cos’è una famiglia felice? È questa la domanda impellente che Giuseppe Munforte ci pone. Davide, voce narrante del libro, padre di Andreas e marito di Elena (con la quale cresce anche una figlia concepita con un altro uomo, Sara) osserva la vita dei suoi cari con discrezione. Vede Sara che si sistema gli occhiali mentre impara a leggere una nuova parola, e poi Elena che trattiene il dolore – ma per cosa? – e non smette di far quadrare la gestione familiare. La casa nella quale condividono il quotidiano sembra protetta da una bolla di vetro mentre appena fuori dalla finestra, sulla tangenziale milanese, le macchine sfrecciano in un frastuono. Ma quella bolla è la voce stessa del narratore a crearla, quasi volesse posare sulla casa un’aura che la difenda dagli urti col mondo. Davide si nasconde, forse non c’è, vede soltanto, e si domanda se questa esistenza che un giorno lasceremo, tutto ciò che abbiamo costruito, le persone che abbiamo amato, continuerà anche senza di noi. Com’è il mondo quando gli voltiamo le spalle? Nella casa di vetro è una favola metropolitana, o una preghiera, quella di un padre, e di un marito, che cerca di conservare ogni attimo d’amore, di non dissipare il tempo condiviso, perché sa che questo è il solo modo per riconsegnarli all’eternità.
 
 
La vita in tempo di pace

L'ingegner Ivo Brandani è sempre vissuto in tempo di pace. Quando il libro comincia, il 29 maggio 2015, Ivo ha sessantanove anni, è disilluso, arrabbiato, morbosamente attaccato alla vita. Lavora per conto di una multinazionale a un progetto segreto e sconcertante, la ricostruzione in materiali sintetici della barriera corallina del Mar Rosso: quella vera sta morendo per l'inquinamento atmosferico. Nel limbo sognante di un viaggio di ritorno dall'Egitto, si ricompongono a ritroso le varie fasi della sua esistenza di piccolo borghese: la decadenza profonda degli anni Duemila, i soprusi e le ipocrisie di un Paese travolto dal servilismo e dalla burocrazia, il sogno illusorio di un luogo incontaminato e incorruttibile, l'Egeo. E poi, ancora indietro nel tempo, le lotte studentesche degli anni Sessanta, la scoperta dell'amore e del sesso, fino ad arrivare al mondo barbarico del dopoguerra, in cui Brandani ha vissuto gli incubi e le sfide della prima infanzia. Chirurgico e torrenziale, divagante e avvincente, "La vita in tempo di pace" racconta, dal punto di vista di un antieroe lucidissimo, la storia del nostro Paese e le contraddizioni della nostra borghesia: le debolezze, le aspirazioni, gli slanci e le sporcizie, quel che ci illudevamo di essere e quel che alla fine, nostro malgrado, siamo diventati.
 
La terra del Sacerdote


Negli anni ’50 gli italiani migravano in Germania per cercare occupazione, una nuova speranza. A Stoccarda si lavorava su ampi appezzamenti di terreno o in fabbrica. Non è mai una vita facile quella di chi lascia la propria terra per mettere radici provvisorie o definitive altrove. Ma è anche vero che, chi parte, lo fa per disperazione, per necessità o per inseguire un sogno. In queste pagine si parla di emigrazione e ritorno, di colpe e redenzioni. Di conti da regolare, vite da salvare. Di alberi e di amore sepolto al centro della terra. Però c’è, seppur nascosto. Paolo Piccirillo, origini casertane, ha 26 anni, ma sfoggia il talento del narratore esperto e ambizioso, che sa come costruire un intreccio perfetto, disponendo personaggi e sentimenti senza mai tradirsi. Ha voce originale e matura, inscenando una frangia umana complessa e contraddittoria. «Vivono tutti una normalità brutale e il corto circuito che racconto è una specie di tenerezza che si fa largo nelle loro vite, facendoli reagire in maniera scomposta, goffa, violenta nel peggiore dei casi. Il tremendo è normale, l’amore è eccezione. Sono stato a Stoccarda a parlare con le comunità molisane, ho visitato i loro quartieri, la fabbrica della Mercedes che oggi è un museo. Il lavoro di documentazione è onestà verso il lettore».
Non è semplice definire questo romanzo che ha il sapore ancestrale della terra, che dona frutti solo se chi la cura ha il cuore libero dal rimorso e dalla spietatezza del mondo odierno; una storia che mixa l’avventura di tre italiani a Stoccarda con un pesante segreto da tacere e il Molise più vicino al nostro tempo, tra terreni da zappare, pomodori da raccogliere e traffico illegale di neonati dati alla luce da donne dell’Est, che ne devono partorire quattro prima di potersi dire nuovamente libere. Piccirillo ha però coniato una definizione perLa terra del Sacerdote: la vendetta degli alberi. «Penso che un albero possa scegliere dove far crescere le proprie radici, non è detto che la vera terra di una radice sia quella in cui è nata. Le radici sono sopravvalutate, credo sia un meccanismo di difesa per sottovalutare il concetto di terra. La libertà di scegliersene una propria e non imposta». Accade questo ad Agapito, detto il Sacerdote, perché a Stoccarda i fedeli andavano da lui a confessare pene e dolori e lui rispondeva tentando di curare l’anima come si dovrebbe fare con una pianta. Quando la sua spiritualità si macchia, decide di fare ritorno a casa. E la terra non risponde, al di là del fatto che non gli appartenga legalmente. Dà frutti aspri o marci. Neanche l’amore lo anima. Sposato con Amalia, ora malata terminale, non prova da molto il brivido di una passione e l’unico istante in cui ha creduto di sentirsi emotivamente vivo è stato con Christina, causa dell’odierno tormento, tedesca incontrata in Germania, convinta che sia sem- pre possibile aiutare senza pretendere nulla in cambio. Non si aiuta per interesse, ma perché si ha speranza, dice lei. E lui, che ha fatto tesoro di questa massima, cercherà di applicarla per redimersi e per aiutare una di quelle giovani dell’Est, Flori, che si è messa nelle mani sbagliate per venire in Italia ed è in Italia che lotterà per rimanere: «Flori indietro non torna, perché vede la felicità più vicina dove si trova adesso, prigioniera e vittima, che nel suo passato». Agapito, invece, dovrà fare i conti proprio con il suo trascorso per potersi finalmente dire sanato e pronto a fiorire, forse per la prima volta.

Il desiderio di essere come tutti


I funerali di Berlinguer e la scoperta del piacere di perdere, il rapimento Moro e il tradimento del padre, il coraggio intellettuale di Parise e il primo amore che muore il giorno di San Valentino, il discorso con cui Bertinotti cancellò il governo Prodi e la resa definitiva al gene della superficialità, la vita quotidiana durante i vent'anni di Berlusconi al potere, una frase di Craxi e un racconto di Carver... Se è vero che ci mettiamo una vita intera a diventare noi stessi, quando guardiamo all'indietro la strada è ben segnalata, una scia di intuizioni, attimi, folgorazioni e sbagli: il filo dei nostri giorni. Francesco Piccolo ha scritto un libro che è insieme il romanzo della sinistra italiana e un racconto di formazione individuale e collettiva: sarà impossibile non rispecchiarsi in queste pagine (per affinità o per opposizione), rileggendo parole e cose, rivelazioni e scacchi della nostra storia personale, e ricordando a ogni pagina che tutto ci riguarda. "Un'epoca quella in cui si vive - non si respinge, si può soltanto accoglierla".

Storia umana e inumana

Giorgio Pressburger compie con questo libro un viaggio “dantesco”, conducendo il lettore tra figure storiche, grandi dittatori, grandi filosofi e grandi artisti, personaggi della Divina Commedia, protagonisti della contemporaneità come il camorrista Sandokan e Nelson Mandela, figure amate e rimpiante come il nonno e il fratello Nicola... Tutte le presenze del libro vengono a costituire una galleria ricchissima e sfaccettata che impone al protagonista di ripensare alla propria vita collocandola sia all’interno della storia millenaria del popolo ebraico, sia sullo sfondo del recente “secolo breve” – quel Novecento che ha segnato la sua esistenza e che più che mai si è accanito contro i valori supremi cui Pressburger nonostante tutto crede: l’amore e la libertà. Il dialogo con i morti, la riflessione sulla storia, l’analisi critica di una realtà caotica e multiforme si risolvono in visione onirica, ma soprattutto poetica: e dichiaratamente poetica è infatti la prosa di Pressburger, scandita da spazi bianchi che accennano a un ritmo di versificazione e invitano a una lettura “inattuale”, segnalando un progetto letterario contro corrente rispetto alle tendenze dominanti di questo inizio secolo.

Ovunque proteggici

 In una giornata qualsiasi dei suoi cinquant’anni, Lorenzo Girosa riceve una lettera in cui qualcuno mostra di conoscere un segreto che da anni ha smesso di tormentarlo: un delitto commesso quando era poco piú che bambino. Tentando di riannodare i fili di quell’epoca remota, Lorenzo racconta della grande villa in cui ha vissuto, generosa negli spazi ma gravata dalla malasorte di casa senza figli, e della sua famiglia fatta di uomini inconcludenti e donne compromesse. È la storia del nonno Domenico che cerca fortuna in America, di suo padre Nicola che senza un mestiere e un talento diventa un rude saltimbanco chiamato Blacmàn, di sua madre Francesca che scappa di casa per andare sulla pubblicità del sapone LUX. Tutti loro rivivono nello sguardo di Lorenzo che, nascosto dietro le tende di una Villa Girosa ormai deserta, è ben determinato a proteggere quanto di oscuro c’è nel proprio passato. Con una prosa classica e una lingua di carne,Ovunque, proteggici denuncia la forza di un destino che è scelta e di un sangue che si riconosce solo nelle ferite.

Padre infedele

Il romanzo racconta le vicende di una famiglia milanese sul cui sfondo scorre lo scenario desolante di un'Italia travolta dalla crisi economica.
La crisi entra con prepotenza nell'intimità di queste persone e ne altera equilibri e rapporti: il protagonista Glauco, ci porta a vedere il suo album di foto di famiglia, da quando conosce Giulia, sua moglie, fino ai tre anni di vita di sua figlia.
C'è a chi piace vedere gli album (o i filmini delle vacanze) e a chi no. Aseguito della depressione post parto che ha reso la moglie Giulia fredda e distante, comincia a tradirla scoprendo anche al contempo le gioie e le difficoltà dell'esser padre.
La crisi che minaccia il suo ristorante e la sua famiglia gli apre così una nuova dimensione esistenziale
Ad ogni capitolo Glauco non si limita a farci vedere la foto, a descriverla ma ci racconta tutto, quello che non si vede, i suoi pensieri, i suoi ragionamenti, le sue considerazioni sul mondo con lo stile tipico di Scurati ( ma sono i pensieri di Glauco, è lui il quarantenne saturnino, non Scurati anche se, guarda caso, ha anche lui la stessa età e anche altre similitudini...).
Qui si parla di famiglia, di paternità, del modo di oggi di diventare e essere padre.     E' un'esperienza singola di rapporto padre-figlia con madre in sovrappiù che vorrebbe essere paradigma del rapporto nella nostra epoca in questa parte di mondo.

 

MO YAN


Mo Yan è uno pseudonimo inventato dallo scrittore cinese Guan Moye  in risposta alla nonna che, quando era piccolo, lo zittiva di continuo. Mo Yan significa: «colui che non vuole parlare». Fondatore del movimento letterario «Ricerca delle radici», è considerato il più rilevante scrittore cinese contemporaneo. 
La sua scrittura evocativa è lo specchio dell’’anima senza tempo della grande civiltà cinese, impregnata di poesia, di violenza, di sentimenti primitivi.
Mo Yan, nasce nel Gaomi nella provincia dello Shandong, in una famiglia numerosa di poveri contadini e, dopo aver terminato i cinque anni delle scuole elementari, smette di studiare per cui si dedica a portare al pascolo mucche e pecore e i suoi rapporti con questi animali sono più frequenti di quelli con le persone. Crescendo, unendosi agli adulti partecipa alle attività lavorative della comunità. A diciotto anni va a lavorare in una manifattura di cotone e, nel febbraio del 1976, si  arruola nell'esercito. Fa il soldato semplice, il caposquadra, l'istruttore, il segretario e lo scrittore. 
Nel 1997, congedatosi dall'esercito, inizia a lavorare per un giornale. Nel frattempo si è laureato presso la Facoltà di Letteratura dell'Istituto Artistico dell'Esercito di Liberazione Popolare (1984-1986) e ha ottenuto un Master in Studi letterari e artistici presso l'Università Normale di Pechino (1989-1991). Inizia a pubblicare nel 1981.
Opere pubblicate in Italia:




Sorgo rosso 

Un affresco fiammeggiante di storia cinese, dagli anni Trenta agli anni Settanta, raccontati da un giovane della provincia che ripercorre i drammi, gli amori, i lutti della propria famiglia. Un romanzo che per la sua forza mitica e immaginativa è stato avvicinato a "Cent'anni di solitudine".









L'uomo che allevava i gatti 


E' un libro sublime e violento allo stesso tempo. I racconti di Mo Yan, una volta scoperchiati e digeriti, si fanno leggere e rileggere ammalianti. Certi paragrafi assomigliano alle strofe di un lacerante canto popolare, a una di quelle nenie affascinanti e dolorose che risuonano nel profondo come echi di un sentire collettivo antico. 
                                                                    








Grande seno, fianchi larghi 


Dalla società feudale degli anni Trenta all'odierno capitalismo di stato, passando attraverso sussulti e rivolgimenti dell'era maoista, figli e nipoti degli Shangguan affrontano gioie e dolori dispensati da una terra estrema, primordiale.
Con questo romanzo, censurato in patria per l'esplicita crudezza delle testimonianze che riporta e i suoi toni corrosivi e grotteschi, Mo Yan torna al grande affresco rurale e mitologico che aveva reso celebre Sorgo rosso.


Le sei reincarnazioni di Ximen Nao


Nei cinquant'anni che trascorre sulla terra reincarnandosi di volta in volta in asino, toro, maiale, cane, scimmia e infine di nuovo essere umano, il proprietario terriero Ximen Nao viene coinvolto nelle vicende più drammatiche della Cina moderna: dalla riforma agraria al Grande balzo in avanti, dalle Comuni alla Rivoluzione Culturale sino alla morte di Mao Zedong e alle innovazioni del recente passato. Un'avventura tragicomica lunga mezzo secolo, ricca di invenzioni e popolata di personaggi straordinari.

Delle sue undici novelle si ricordano Felicità, Fiocchi di cotone, Esplosioni, Il ravanello trasparente. Tra i racconti, Il cane e l'altalena e Il fiume inaridito, che Einaudi ha pubblicato nella raccolta di racconti L'uomo che allevava i gatti 
Ha anche scritto opere teatrali e sceneggiature cinematografiche come Sorgo rosso, Il sole ha orecchie, Addio mia concubina.









Il film Sorgo rosso (con la regia di Zhāng Yìmóu) è stato premiato con l'Orso d'Oro al Festival del Cinema di Berlino. Il film Il sole ha orecchie è stato premiato con l'Orso d'Argento al Festival del Cinema di Berlino.
Nel 2005 gli è stato assegnato il Premio Nonino per la sua intera opera. 

Nel 2012 vince il Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: "who with hallucinatory realism merges folk tales, history and the contemporary" (con realismo allucinatorio fonde fiabe popolari, storia e contemporaneità).

Povero lupo

L’immagine del lupo nella lingua italiana
Sono partita da una ricerca del modo di dire: IN BOCCA AL LUPO,
 trovando, tra l’altro, questa spiegazione  nel vocabolario della Crusca:
L'augurio In bocca al lupo! potrebbe essere ricollegato anche ad altre numerose espressioni che hanno per protagonista il lupo, nonché all'immagine stessa di questo animale nella lingua. Il lupo appare nella tradizione antica e medioevale come il pericolo in persona: animale crudele, falso e insaziabile nella sua voracità egli seminò la morte e il terrore tra abitanti indifesi, pastori e cacciatori, diventando l'eroe di favole (da Esopo e La Fontaine alle numerose versioni del Cappuccetto Rosso) nonché di numerose leggende e storie tramandate per generazioni attraverso l'Europa: basti limitarsi all'immagine celebre del Lupo di Gubbio dei Fioretti di S. Francesco o alla figura di Ysengrin, il lupo del Roman de Renart francese del XII s.. Della visione quasi apocalittica del lupo e delle paure che egli incuteva per secoli agli abitanti dell'Europa, che fossero contadini viventi in mezzo alle foreste o viaggiatori costretti a spostarsi per strade infestate da lupi e banditi, permangono delle tracce in varie lingue europee sotto la forma di modi di dire e proverbi.
Già il Vocabolario degli Accademici della Crusca nella sua prima edizione del 1612 definisce il lupo come 'animal salvatico voracissimo', citando tra l'altro l'espressione gridare al lupo e proverbi quali il lupo cangia il pelo ma non il vezzo e chi pecora si fa il lupo se la mangia. Nella sua terza edizione il Vocabolario riporta l'espressione 'andare in bocca al lupo' con il significato 'andare nel potére del nimico, incontrare da sé il pericolo' citandone il seguente esempio tratto da Guittone d'Arezzoe datato 1294: «Ma la povera femmina, accostandosi a quell'huomo, si accorse d'essere andáta in bocca al lupo».
Continuando a leggere mi hanno incuriosito le varie espressioni, frasi e proverbi collegate a questo animale sempre, purtroppo, in senso negativo infatti viene descritto:

  • pericoloso e violento: gridare al lupo; anche nelle minacce, specie rivolte ai bambini: il lupo ti mangia; guarda che viene il lupo!
  •  furbo e perseverante nel vizio: il lupo perde il pelo ma non il vizio
  • spietato per chi è debole: Trovarsi come un agnello tra i lupi; Chi pecora si fa il lupo se la mangia 
  • fedele al suo branco: lupo non mangia lupo
  •  insaziabile, affamato (con valore di intensità): una fame da lupi, la fame caccia il lupo dal bosco 
  •  spesso ridotto in cattive condizioni (con valore di intensità): tempo da lupi.

Espressioni analoghe si ritrovano in varie altre lingue europee, testimoniando di una relativa omogeneità nella visione dell'animale sul continente; così

  • in francese: se précipiter dans la gueule du loup ('precipitarsi in bocca al lupo'); crier au loup ('gridare al lupo'); la faim fait sortir le loup du bois ('la fame fa uscire il lupo dal bosco'); les loups ne se mangent pas entre eux (lett. 'i lupi non si mangiano tra di loro', 
  • 'lupo non mangia lupo'); anche con valore intensificatore: une faim, un froid de loup ('una fame, un freddo da lupi')
  • in inglese: cry wolf ('gridare al lupo'); hold a wolf by the ears ('tenere il lupo per le orecchie'); keep the wolf from the door (lett. 'tenere il lupo lontano dalla porta', ovvero 'avere abbastanza denaro per sopravvivere'); wolf in sheep's clothing ('lupo in veste di agnello', per significare una persona falsa, furba, infida); 
  • tedesco: ein Wolf im Schafspelz ('lupo in veste di agnello'); anche con valore di intensità: hungrig wie en Wolf ('affamato come un lupo') 


  •  polacco: patrzeć wilkiem ('guardare in cagnesco', lett. "in lupesco"); ciągnie wilka do lasu ('la foresta attira il lupo', ovvero 'il male attira il male'); nie wywołuj wilka z lasu ('non chiamar fuori il lupo del bosco', ovvero 'non attirare il pericolo'; wilk w owczej skórze (lett. 'lupo in pelle di pecora', 'lupo in veste di agnello'); opowiadać bajki o żelaznym wilku ('raccontare favole sul lupo in ferro', ovvero 'dire cose incredibili, insensate').










 

ELIZABETH GEORGE

Susan Elizabeth George (Warren 26 febbraio 1949) è una scrittrice statunitense, specializzata nel romanzo giallo. 

Nonostante sia nata e viva in america, ambienta i suoi romanzi in Inghilterra, preferendo una Londra nebbiosa e brughiere o campagne fredde, uggiose o battute dal vento.
Con i romanzi della serie Lynley ha costruito una specie di saga a puntate con un paio di protagonisti principali che il lettore non può far a meno di imparare ad amare. Non vi svelo chi sono, preferisco che siate voi a scoprirli e a dare dei giudizi, vi anticipo silo che ho trovato i suoi libri scorrevoli, avvincenti, ben congegnati. Elizabeth oltre ad essere una buona descrittrice di luoghi e persone è anche una sapiente indagatrice psicologica.
 
Serie sull'Ispettore Lynley

1.    1988  E liberaci dal padre



2.    1989 La miglior vendetta
3.    1990 Scuola omicidi
4.    1991 Il lungo ritorno
5.    1992 Per amore di Elena
6.     1993 Dicembre è un mese crudele
7.     1994 Un pugno di cenere
8.     1996 In presenza del medico  
9.     1997 Il prezzo dell’inganno
10.  1999 Il morso del serpente








11.  2001 Cercando nel buio



12.  2005 Nessun testimone









13.  2006 Prima di ucciderla









14. 2008 La donna che  vestiva di rosso  


15. 2010 Questo corpo mortale





16. 2012 Un castello di inganni
17.  2013 Just One Evil Act  
 
Altri romanzi
·         1999 - The Evidence Exposed
·         2002 Agguato sull’isola
·         2001 Un omicidio inutile
 
Saggistica
·         3004 Write Away: One Novelist's Approach to the Novel

 

GENERI LETTERARI

Ogni scritto letterario viene catalogato in un preciso genere che ne rende più efficace la ricerca e la critica.
Tre sono le categorie principali: poesia, prosa e teatro.
Per ciò che riguarda la prosa vi sono un’infinità di sottogeneri molti dei quali, a loro volta, divisi in settori.
Oggi mi limiterò ad una breve descrizione  delle categorie primarie ovvero di quelle che ogni lettore conosce bene quando va alla ricerca dei suoi libri preferiti; nei prossimi blog analizzerò con più cura tutte le loro sfumature.
SAGGIO
Descrizione e ricerca accurata sulla vita di un personaggio storico o famoso o anche  trattato su un argomento culturale (scientifico, filosofico, musicale ecc)
Esempio:
I SEGRETI EL VATICANO
Il termine "Vaticano" evoca immediatamente l'immagine dell'immensa piazza antistante la basilica di San Pietro e il monumentale colonnato che l'abbraccia. Tra i fedeli cattolici evoca anche la finestra da cui il papa benedice la folla festante. Ma il Vaticano è molto di più. Stato di diritto tra i più piccoli al mondo, minuscola città dentro la vasta città di Roma, di cui ha condiviso le vicissitudini e di cui costituisce "l'altra faccia", ha una lunghissima storia, ricca di chiaroscuri e di personaggi più o meno limpidi. E insieme a incredibili tesori artistici, custodisce nei suoi palazzi molti segreti legati a vicende antiche, recenti e contemporanee. Si inizia con Nerone e i primi cristiani sullo sfondo della Roma imperiale per passare poi a Costantino: la sua famosa e apocrifa donazione al papa ha per secoli rappresentato l'atto di nascita del potere temporale della Chiesa. La galleria dei personaggi è ricchissima. Oltre a templari, gesuiti, inquisitori e membri della potente Opus Dei, ci sono, naturalmente, i papi. E con loro gli artisti, ingaggiati per testimoniare, più che la gloria del Creatore, quella del committente. Un tratto sembra legare, agli occhi dell'autore, tutte queste vicende, le più antiche e le più recenti: la commistione fra cielo e terra, fra spiritualità e potere temporale, e il prezzo altissimo che la Chiesa cattolica, unica religione fattasi Stato, ha pagato e paga nel tentativo di conciliare due realtà difficilmente compatibili.
 
FANTASTICO
Racchiude tutte le opere che hanno ben poco a che fare con la realtà in cui dominano magia e gli eventi inspiegabili.
Esempio:
IL PRINCIPE RANOCCHIO

Una principessa perde la sua palla d'oro nell'acqua di una fonte. Un ranocchio parlante la ripesca, ma solo in cambio della sua amicizia...

GOTICO
Se aprite un libro catalogato in questo genere, avrete a che fare con spiriti, fantasmi, vampiri  e creature mostruose.
Esempio
DRACULA


Scritto in forma di stralci di diari e di lettere, Dracula è uno degli ultimi, se non l'ultimo, tra i grandi romanzi gotici. Riprendendo il mito del vampiro, lanciato nella letteratura da John William Polidori, Stoker realizza un romanzo dalle atmosfere cupe e oscure, in cui l'orrore e la minaccia, sempre ben presenti, assillano i protagonisti, in un crescendo rossiniano di emozioni che conduce alla scoperta dell'orrore rappresentato dal tetro vampiro.





HORROR
Per gli amanti del macabro e per chi gode nel provare brividi di paura.
Esempio:
SHINING

Jack Torrance, a causa di un recente passato da alcolista e una naturale inclinazione alla violenza ereditata dal padre, naviga in cattive acque, e per mantenere la famiglia è costretto ad accettare un lavoro come guardiano invernale di un albergo aperto solo per pochi mesi all’anno. L’Overlook Hotel, infatti, d’estate gode della spettacolare vista delle montagne del Colorado, ma d’inverno è quasi totalmente isolato dal resto del mondo a causa della neve.
Jack dovrà passare in questo famoso albergo più o meno sette mesi, da ottobre ad aprile, in compagnia della moglie Wendy e del figlio Danny di 5 anni


GIALLO
Crimine, indagini ed anche suspense, suddivisi in varie sfumature che arrivano fino al noir.
Esempio:
MISS MARPLE NEI CARAIBI

Miss Marple si trova in vacanza, gentilmente offerta da suo nipote Raymond, in una piccola isola dei Caraibi. Passa le sue giornate riposando, lavorando a maglia, ammirando le altre persone in vacanza e, naturalmente, spettegolando un po'.
Tra le persone forse più noiose c'è il maggiore Palgrave, e Miss Marple si trova spesso ad ascoltare le sue lunghissime e vecchie storie di caccia e di avventura. Un giorno stà raccontandole una storia ancora più incredibile: conosce una persona che ha commesso un delitto, anzi ne ha addirittura una foto. Stà per fargliela vedere, quando, in seguito al sopraggiungere di alcuni ospiti, cambia improvvisamente argomento, e colore della faccia.
Miss Marple si prefigge di proseguire l'interessante racconto in un altro momento, ma non ne ha il tempo in quanto il maggiore, dopo una serata passata a festeggiare in compagnia di parecchi alcoolici, nella notte muore improvvisamente di infarto; pare che soffrisse di pressione alta, e l'alcool potrebbe essere stato decisivo.
Ma Miss Marple non è soddisfatta, ed inizia cautamente ad indagare. I suoi sospetti si rilevano fondati: non solo il maggiore non è morto di infarto, anzi è stato deliberatamente avvelenato, ma ben presto l'assassino colpisce ancora altre due volte. E sarà solo grazie alla grande abilità di Miss Marple se si riuscirà a smascherarlo prima che riesca ad eseguire ancora l'ennesimo delitto… 

EPICO
 L'epica narra vicende appartenenti al passato, facendo ricorso al mito, per dare nobiltà alla narrazione. Essa esalta uomini o popoli con determinati valori, come il coraggio, la lealtà, la forza. Frequentemente le vicende ruotano attorno alla figura dell'eroe, dotato di sentimenti e qualità spesso portate all'esasperazione.
Esempio:
ODISSEA
L’avventura, la conoscenza, la tentazione, il coraggio. Dalla fuga dall’isola di Calipso all’arrivo a Itaca, alla strage di Proci, la vicenda narrata nell’Odissea è divenuta l’archetipo universale del viaggio di scoperta e ritorno alle origini: un classico senza tempo, che parla al cuore e all’anima di ogni essere umano. Nella famosa traduzione ottocentesca di Ippolito Pindemonte, qui riproposta con le annotazioni e un’introduzione inedita di Michele Mari, la magia del capolavoro omerico si fonde con la qualità letteraria del romanticismo italiano.





Oltre a questi generi principali ve ne sono altri che riassumo così.

romanzo d'appendice (ovvero a puntate);
romanzo di formazione (società/individuo)
romanzo rosa,
romanzo sociale
romanzo verista
romanzo psicologico

Per non confondervi troppo le idee rimando, alle prossime trattazioni, la descrizione di ogni singola categoria.

GLOSSARIO (settima parte)















































Il pennino

Ve lo figurate vostro figlio mentre tenta di scrivere usando un pennino? 
E voi lo ricordate? 
Eppure è stato lo strumento di scrittura, nelle nostre scuole, fino agli anni 60.  Severi maestri erano ben attenti che sui compiti non vi fossero sbaffi, sgorbi e soprattutto macchie.
Ho accennato al signor pennino in un post precedente ma, ora desidero darvi maggiori dettagli su questo piccolo oggetto.


 I primi ad usarlo furono gli Egizi Nella tomba del faraone Ramsete II ne sono stati trovati di vecchi di 3300 anni ma per sentirne parlare bisognerà far passare un bel po’ di tempo. Nel el 1691 le religiose di Port Royal usavano pennini di rame che fabbricavano da sé. Nel 1717 i verbali degli stati generali dei Paesi Bassi, venivano redatti con pennini di forma tubolare in argento, montati su cilindri/penne anch'essi d’argento. Il 26/11/1738, Voltaire scrive a Thierot per fare una ordinazione di pennini d’oro. Nel 1763, la principessa di Carignano offre al piccolo Mozart pennini d’argento per il suo settimo compleanno…! 



Però non era un’abitudine di massa ma un uso d’élite per cui sino al 1800 si continuò ad usare l’elegante, signorile e maneggevole penna d’oca.  Al suo apparire pubblico, mister pennino suscitò parecchie polemiche: è un oggetto freddo, sembra un piccolo pugnale, ha la lingua biforcuta. Jules Janin nel 1857 lo malediceva, imputandogli di esser causa dei mali della società moderna, assieme al primo uomo che lo trasse dal vile ferro… e così che siate entrambi maledetti … (sembra di essere nel nostro tempo vero?) Ma chi può fermare il profresso? Il pennino svolse il suo ruolo per circa un secolo, molto poco in confronto alla penna d’oca, però contribuì a salvare molti volatili dalla spennatura. Ma approfondiamo ancora un po’

I primi pennini artigianali nacquero a Birmingham, in Inghilterra. Gillot, Mason, Mitchell, e Perry sono i loro inventori. Gillot in particolare, grazie al suo apprendistato con il celebre coltellinaio Skinner, godette di un gran vantaggio: era in grado di conoscere e poi mantenere a lungo il segreto del procedimento industriale di fusione, tempra e laminazione dei metalli. Riuscì così a sfruttare appieno i nuovi macchinari. Presse a bilancere, trance e macchine a vapore fisse comprese, con la loro velocità e instancabilità. Il prezzo di questi piccoli manufatti industriali risultò così enormemente inferiore rispetto a quelli costruiti artigianalmente, basti considerare che una confezione di 144 di questi pennini (detta grossa), costava quanto uno solo realizzato artigianalmente!
In Inghilterra sorsero le dinastie del pennino mentre in Europa si procedette con più lentezza, in Francia vennero importati da  Pierre Blanzy che capendone  l’importanza e la potenzialità industriale strinse accordi tecnico commerciali coi più importanti produttori britannici. La consevatrice Germania partì più tardi (1905) tedeschi furono più lenti e conservatori, complice anche l’immenso numero di oche che vivevano sul territorio e che non costavano praticamente nulla…

In Italia occorrerà invece attendere dopo il 1920 quando, l’autarchia del regime, si estenderà anche a questo modesto prodotto, una produzione industriale non disgiunta dalla ricerca del consenso anche nelle piccole cose .
E l’America? L’america si svegliò, per così dire, solo dopo la prima guerra mondiale. Ma che risveglio! Lanciarono, come nel loro stile, una aggressiva e vincente campagna a base di penne stilografiche e di macchine da scrivere!
Il pennino zoppicò un po’ ma non morì, anzi si estese anche in Cina e in Giappone, patrie del pennello.  
Sapete come si fabbricava un pennino?
Si partiva da laminati (l’acciaio migliore per i pennini arrivava da Sheffield (GB) e con una tonnellata se ne producevano circa 1.700.000 pezzi) di spessore variabile da 1 a 3 millimetri e su queste strisce si disegnavano i pezzi che venivano successivamente tranciati, sagomati, forati, stampigliati, incurvati, sgrassati. Alla punta veniva poi saldato un grano di iridio o di osmio iridio (metalli particolarmente resistenti, ricordiamo il brevetto “osmiroid”, lega praticamente indistruttibile), infine le punte stesse sono tagliate, rettificate, levigate, pulite e brillantate. Il pennino era così pronto per il commercio.
 Del pennino vi sono state oltre 10.000 varianti. Moda, tecnica, fantasia, creazioni tecnologiche e studi di forme, tutto era preso ad ispirazione e se ne vantava la superiorità, promuovendo ora questa ora quello!

Si arrivò a produrre pennini con nomi più o meno importanti, con materiali fantasiosi e più diversi, si produssero anche penne in vetro, pennini con forme più varie (famosi quelli a manina e dito, con torri, ecc…), fino ad arrivare a pennini protesi per combattere il crampo dello scrittore e a pennini conici i cui fianchi parevano pettini per baffi


Questa realtà pareva proprio non dovesse tramontare mai, vista la fantasia dei produttori e il basso costo unitario del pennino, che poteva essere tranquillamente abbinato ad una semplice cannuccia di legno. Vi erano però anche pennini d’oro e d’argento, con altrettanto pregiati steli o cannucce (stilofori) in cui inserirli. Anche le pietre preziose erano usate, come le lavorazioni filigrèe, veramente affascinanti alla vista. 


Ovviamente tutto ciò era riservato ai più abbienti.
Ma quello che all’inizio non era riuscito all’America, meglio riuscì ad un tale chiamato Laslo Biro e cominciò un’altra era.

 

Elizabeth George

Elizabeth George è nata il  26 febbraio del 1949 a Warren, Ohio.

Si  è laureata alla University of California a Riverside. Ha inoltre frequentato la California State University di Fullerton, dove ha conseguito un master in Counseling / Psicologia e un dottorato onorario in lettere umanistiche.
Professionalmente, ha iniziato come insegnante: era impiegata presso Mater Dei High School di Santa Ana  ma è stata licenziata insieme ad altri dieci insegnanti per attività sindacale. Si è trasferita alla High School di El Toro, California (ora chiamato Lake Forest ), dove è rimasta  per il resto della sua carriera di insegnante di inglese che è terminata dopo tredici anni in occasione dell’uscita del suo primo romanzo:  A Great Deliverance (E liberaci dal padre),
Ha vinto il Premio Anthony, il Premio Agatha, e il francese Le Grand Prix de Letteratura policière proprio per il suo primo romanzo.
Le versioni televisive di quasi tutti i suoi libri sono state trasmesse dalla BBC in una serie: Il mistero PBS.
La maggior parte dei suoi romanzi sono stati girati per la televisione per la BBC e sono stati trasmessi negli Stati Uniti il ​​mistero di PBS.
 
1988 E liberaci dal padre (A Great Deliverance)


1989 La miglior vendetta (Payment in Blood
1990 Scuola omicidi  (Well-Schooled in Murder
1991 Il lungo ritorno (A Suitable Vengeance)
1992 Per amore di Elena (For the Sake of Elena
1993 Dicembre è un mese crudele  (Missing Joseph
1994 Un pugno di cenere  (Playing for the Ashes
1996 In presenza del nemico (In the Presence of the Enemy)
1997 Il prezzo dell’inganno (Deception on His Mind)
1999 Il morso del serpente  (In Pursuit of the Proper Sinner)
2001 Cercando nel buio (A Traitor to Memory)

2001 Un omicidio inutile  (I, Richard),
2003 Agguato sull’isola  (A Place of Hiding)
2005 Nessun testimone (With No One as Witness)

2006 Prima di ucciderla  (What Came Before He Shot Her)
2008 La donna che vestiva di rosso  (Careless in Red)

2010 Questo corpo mortale  (This Body of Death)

Quando il corpo di una giovane donna, colpito da numerose coltellate, viene rinvenuto in un isolato cimitero di Londra, Lynley e la sua squadra sono chiamati a intervenire. Ma questo non è un caso come gli altri: li condurrà infatti dalle cupe periferie londinesi allo Hampshire, una zona dell’Inghilterra sconosciuta ai più, un luogo bello e al tempo stesso inquietante, dove gli animali vagano liberi per le strade, i tetti sono ancora di paglia e gli estranei non sono i benvenuti. Una zona che nasconde segreti tragici, crudeli, efferati. Cosa ha portato la vittima dalla serenità apparente dello Hampshire alla caleidoscopica confusione di Londra, e chi poteva volere la sua morte? Sono troppi, e spesso misteriosi, i personaggi che si muovevano nella sua orbita: una pittoresca sensitiva, un violinista visionario che sente le voci degli angeli, un artista di strada che colleziona amanti; oltre a un ex fidanzato dal passato oscuro... Un puzzle intricato e sconvolgente, strutturato per condurre il lettore fino alla fine del romanzo con il fiato in gola. "Vide il cadavere, quello di una giovane donna, semisdraiata contro il muro; la posizione suggeriva che avesse inciampato all’indietro mentre veniva aggredita e fosse poi scivolata lungo la parete. Sopra il corpo c’era un disegno, un occhio dentro un triangolo con la scritta «Dio è wireless». Il pavimento di pietra era disseminato di pacchetti di patatine vuoti, involucri di barrette di cioccolato, panini e lattine vuote di Coca-Cola. C’era anche una rivista pornografica, più recente del resto di quella spazzatura, perché sembrava pulita e non era spiegazzata. Era aperta sull’inimagine del pube di una donna dalle labbra rosse che indossava stivali di cuoio, un cappello a cilindro, e nient’altro. Che posto ignobile per morire, pensò...".

2012 Un castello di inganni (Believing the Lie)
2013 Just One Evil Act t (Pubblicazione prevista per il mese di ottobre 2013)

 

Le illustrazioni delle favole

Avete mai riflettuto sull’importanza delle immagini che illustrano una favola? All’influenza dell’approccio visivo e ai sentimenti che può scatenare nella fantasia e nell’inconscio di un bambino?
Ho preso in considerazione alcuni disegni che raffigurano l’incontro tra Cappuccetto rossi e il lupo e ho cercato di analizzarle senza badare al segno grafico e al mio gusto artistico.




1)       Cappuccetto ed il lupo si squadrano con leggera curiosità, non trapelano altri sentimenti, la scena è chiara, il bosco rado ed illuminato, non c’è tensione.













2)      Qui la bambina è intimidita, il lupo fa intravvedere i canini e ha la lingua fuori. Anche lo sguardo dell’animale non è amichevole, inoltre la bestia sbuca da un fondo nero e la postura del corpo sembra voler avvolgere l’ingenua, paffuta Cappuccetto. Brividini.











3)      Lupo filone, ghigno furbastro, occhietto che dice: “ Adesso t’arrangio io cocchetta bella” e scodinzolio di bianca, angelica coda. Cappuccetto è allegra, sembra stia parlando con il lupo ma, i suoi occhi sono voltati dalla parte opposta, verso la coda del lupo o verso il gufetto? Gufo saggio  che la sta mettendo in guardia?






4)      Cappuccetto non è una bambinella, è una graziosa ragazzina che pare tranquilla alla vista di un lupo con atteggiamento da pecorella: schiena arcuata, passo strisciante, coda bassa. Ma, la giovanetta si stringe il soprabito rosso, quasi a difendersi e si para la schiena contro l’unico albero.













5)      Ma questi due sono amici: una graziosa bambina che gioca col suo cagnolino : “Vai prendi il legnetto?” 

Sinceramente è l’immagine che preferisco, non mi sono mai piaciute le favole cruente, quelle che incutono terrore e non ho mai amato i cacciatori e i lupi che mangiano le nonne.