I nove miliardi di nomi di Dio
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Il blog di Nicoletta Niccolai

I nove miliardi di nomi di Dio


Considerate questo post come un esperimento.  La fantascienza  non è gradita ad un vasto pubblico di lettori. A "non capirla" sono soprattutto le donne. Voglio provare a far leggere questo racconto, del sommo Clark, ad una cerchia di amici poichè sono convinta che questo fantastico autore aveva un modo di scrivere adatto a tutti. Vediamo cche opinioni ne scaturiranno.

I nove miliardi di nomi di Dio   (1953)  racconto breve
di Arthur C. Clarke 
 "Questa richiesta è un po' strana", disse il dottor Wagner atteggiandosi in modo che il suo autocontrollo apparisse credibile. "Per quanto ne sappia è la prima volta che un monastero tibetano ordina un computer. Non voglio essere indiscreto, ma non avrei mai pensato chela vostra comunità potesse aver bisogno di una macchina del genere. Posso chiedervi che cosa ne volete fare?" "Volentieri", rispose il lama aggiustandosi i lembi della sua veste di seta e posando sultavolo il regolo che aveva usato per calcolare il cambio delle valute. "Il vostro computer Mark V, può eseguire tutte le operazioni matematiche utilizzando fino a 10 decimali. Tuttavia per il nostro lavoro ci interessano le lettere, non le cifre. Vi chiederò di modificare il circuito di output in modo da stampare parole e non colonne di numeri." "Mi sembra di non afferrare bene..." "Questo è un progetto al quale stiamo lavorando da tre secoli - da quando il monastero è stato fondato. È qualcosa che in qualche modo può essere distante dal vostro modo di pensare, per questo spero che vorrete ascoltare le mie spiegazioni senza alcun pregiudizio." "D'accordo" "È abbastanza semplice. Stiamo compilando la lista che contenga tutti i possibili nomi diDio". "Prego?" "Abbiamo buoni motivi per credere" continuò il lama imperturbabile "che tutti questi nomi possono essere scritti con non più di nove lettere del nostro alfabeto." "E avete fatto questo per tre secoli?" "Sì, avevamo calcolato che ci sarebbero stati necessari quindicimila anni per portare a termine il nostro lavoro." "Oh!" il dottor Wagner apparve confuso "adesso comprendo perché volete noleggiare una delle nostre macchine. Ma qual è esattamente lo scopo del progetto?" Per una frazione di secondo il lama esitò e Wagner temette di averlo offeso. In ogni caso nella risposta non avvertì alcun sentimento di fastidio. "Definitela una pratica rituale, se volete, ma costituisce una parte fondamentale della nostra fede. I nomi dell'Essere Supremo - Dio, Jehova, Allah, ecc. non sono altro che etichette definite dagli uomini. C'è un problema filosofico di una certa complessità, che preferirei non discutere in questa occasione, ma abbiamo la certezza che fra tutte le possibili combinazioni di lettere si trovano i veri nomi di Dio. Attraverso sistematiche permutazioni di lettere stiamo cercando di trovarli e di scriverli tutti." "Vedo. Voi avete cominciato con AAA AAA AAA e arriverete a ZZZ ZZZ ZZZ." "Esattamente, salvo che noi adoperiamo il nostro alfabeto speciale. Vi sarà certamente facile modificare la stampante in modo che usi il nostro alfabeto. Ma un problema che vi interesserà di più sarà la messa a punto di circuiti speciali che riescano a filtrare ed eliminare le combinazioni prive di significato. Per esempio, nessuna delle lettere deve apparire più di tre volte successivamente." "Tre? Siete sicuro che non sia due." "No. Tre. Ma la spiegazione completa richiederebbe troppo tempo, anche se voi foste in grado di comprendere la nostra lingua." Wagner si affrettò a dire: "Certo, certo, continuate." "Vi sarà facile adattare il vostro computer a questo scopo. Con uno specifico programma una macchina di questo genere è in grado di permutare le lettere le une dopo le altre e stampare il risultato. Il lavoro che avrebbe richiesto quindicimila anni potrà essere portato a termine in cento giorni." Il dottor Wagner avvertiva appena i rumori attutiti che provenivano dalle sottostanti strade di Manhattan. Egli aveva la sensazione di essere in un mondo diverso, un mondo incontaminato pieno di montagne. Lassù nel mezzo di quelle remote altitudini questi monaci tibetani, generazione dopo generazione, componevano da trecento anni la loro lista di nomi privi di senso... Non c'era dunque limite alla follia umana? Ma il dottor Wagner non doveva manifestare i suoi pensieri. Il cliente ha sempre ragione...Rispose: "Non dubito che possiamo modificare il computer Mark V in modo che stampi liste di quel genere. Mi preoccupano di più l'installazione e la manutenzione. Inoltre, di questi tempi, non sarà facile inviarla nel Tibet." "Possiamo superare questa difficoltà. I componenti sono di dimensioni sufficientemente piccole per poter essere trasportati in aereo - peraltro questa è una delle ragioni per cui abbiamo scelto la vostra macchina. Spedite i pezzi in India, ci incaricheremo noi del resto." "Desiderate assumere due dei nostri ingegneri?" "Sì, per montare e controllare la macchina durante i tre mesi di durata del progetto." "Non ho dubbi che la direzione del personale possa risolvere il problema" disse Wagner scrivendo una nota sul suo taccuino. "Ma restano da risolvere due altre questioni..." 'Prima che terminasse la frase, il lama tirò fuori dalla tasca un foglietto: "Questo è un documento comprovante il mio conto presso la Banca Asiatica'." "Grazie. Perfetto... Ma, se permettete, la seconda questione è così sciocca che esito a parlarne. Capita spesso che si dimentichi qualche cosa di ovvio. Che tipo di generatore di energia elettrica possedete?" "Abbiamo un generatore elettrico Diesel di 50 KW di potenza, 110 volt. È stato installato cinque anni fa e funziona bene. Ci facilita la vita, al monastero. L'abbiamo acquistato soprattutto per far girare le ruote delle preghiere." "Ah sì, certamente, avrei dovuto pensarci" fece eco il dottor Wagner. Dal parapetto la veduta faceva venire le vertigini, ma è noto che ci si abitua a tutto. Erano passati tre mesi e George Hanley non era più impressionato dai duemila piedi di strapiombo che separavano il monastero dai campi che nella pianura sembravano formare una scacchiera. Appoggiato alle pietre corrose dal vento, l'ingegnere contemplava con occhio pigro le montagne lontane, di cui non si era dato pena di conoscere il nome. Questo, pensava George, era il progetto più matto a cui aveva preso parte. "Progetto Shangri-La", l'aveva battezzato qualche collega spiritoso. Settimana dopo settimana il computer Mark V aveva coperto migliaia di fogli di parole senza senso. Paziente e inesorabile, il computer aveva disposto le lettere dell'alfabeto in tutte le possibili combinazioni, esaurendo una serie dopo l'altra. I monaci ritagliavano certe parole appenauscite dalla stampante e le incollavano in enormi registri. Entro una settimana, con la benedizione del Cielo, essi avrebbero finito. Hanley ignorava attraverso quali calcoli misteriosi essi erano arrivati alla conclusione che non occorreva studiare raggruppamenti di dieci, venti, cento lettere. Uno dei suoi incubi ricorrenti era che i piani venissero cambiati e che il gran lama (che essi avevano soprannominato Sam Jaffe, anche se non gli somigliava molto) avesse improvvisamente deciso di complicare un po' di più I'operazione e di continuare il lavoro fino all'anno 2060. Essi sarebbero stati anche capaci di farlo. George udì la pesante porta di legno sbattere al vento mentre Chuck lo raggiunse sulla terrazza. Chuck fumava, come al solito, uno di quei sigari per i quali si era reso popolare tra i lama, i quali sembravano desiderosi di godere tutti i piccoli piaceri della vita e la maggior parte di quelli grandi. C'era una cosa che li giustificava: potevano essere pazzi, però non sembravano dei puritani. Le frequenti spedizioni al villaggio non erano disinteressate..."Ascolta, George," disse Chuck con insistenza "Mi sembra che abbiamo dei problemi." "La macchina è guasta?" Questa era la peggiore eventualità che George poteva Questo fatto poteva ritardare il loro ritorno, e niente poteva essere così orribile. In quella situazione perfino vedere degli spot commerciali in TV poteva sembrare manna dal cielo. Almeno avevano la sensazione di avere un collegamento con casa loro. "No, niente di simile" Chuck si sedette sul parapetto. Era una cosa inusuale in quanto soffriva di vertigini. "Semplicemente, ho scoperto lo scopo dell'operazione." "Ma lo sapevamo!" "Sapevamo che cosa i monaci volevano fare, ma non sapevamo perché. Si tratta di una cosa folle." "Dimmi qualcosa di nuovo" ringhiò George." Ascolta, George, il vecchio Sam mi ha chiarito le cose. Sai che egli ogni pomeriggio va a vedere i tabulati che escono dalla stampante. Bene, stavolta mi è sembrato particolarmente eccitato. Quando gli ho detto che eravamo all'ultimo ciclo egli mi ha chiesto nel suo simpatico accento inglese, se sapevo che cosa stavano cercando di fare. Io ho risposto: "Certo!" e lui me l'ha detto. "Vai avanti!" "Bene, loro credono che quando avranno scritto tutti i Suoi nomi - che secondo loro sono circa nove miliardi - sarà raggiunto lo scopo di Dio. La razza umana avrà realizzato il compito per cui è stata creata e non ci sarà nessun motivo perché continui a vivere. Questa idea mi sembra una bestemmia." "Allora che cosa si aspettano? Il nostro suicidio?" "Non ce n'è bisogno. Quando la lista sarà terminata, Dio interverrà e sarà finita." "Adesso capisco. Quando avremo finito sarà la fine del mondo." Chuck ebbe una risatina nervosa. "È ciò che ho detto al vecchio Sam. E sai che cosa è successo? Mi ha guardato in un modo strano, come un professore guarda un allievo particolarmente stupido, e mi ha detto: "Oh! Non sarà una cosa così insignificante." George rifletté un istante. "È un tipo che ha evidentemente idee larghe" disse "ma, detto questo, che cosa cambia? Sapevamo già che erano matti." "Sì. Ma non capisci che cosa può accadere? Quando la lista viene terminata e le trombe dell'angelo non suonano, essi possono concludere che la colpa è nostra. Dopo tutto utilizzano la nostra macchina. Questa faccenda mi piace molto poco." "Ti seguo" disse lentamente George "ma ne ho viste altre. Quando ero ragazzo, in Louisiana, un predicatore annunciò la fine del mondo per la domenica seguente. Centinaia di tipi ci credettero. Alcuni, vendettero persino le loro case. Ma quando videro che non era successo niente non si arrabbiarono come si poteva pensare. Essi pensarono che aveva fatto male i calcoli e la maggior parte non smise di credere in lui." "Nel caso che tu non l'abbia notato, ti faccio presente che non siamo in Louisiana. Siamo soli, noi due, fra centinaia di monaci. io li adoro, ma preferirei essere altrove quando il vecchio Sam si accorgerà che l'operazione fallirà." "Sono settimane che lo desidero. Ma non possiamo fare nulla finché il contratto non scade e verranno a prelevarci per tornare a casa." "Naturalmente" disse pensosamente Chuck "potremmo tentare un piccolo sabotaggio." "Lasciamo perdere. Questo potrebbe peggiorare le cose." "Penso proprio di no. Dai un'occhiata. Lavorando ventiquattro ore al giorno, la macchina finirà le operazioni fra quattro giorni. L'aereo arriva fra una settimana. O.K. - tutto quello di cui abbiamo bisogno è trovare qualcosa che debba essere sostituito nel momento della revisione - qualcosa che sospenda il lavoro per un paio di giorni. Naturalmente metteremo tutto a posto, ma non troppo in fretta. Se calcoliamo bene il tempo, dovremmo essere all'aeroporto quando l'ultimo nome uscirà dalla macchina. A quel punto non riusciranno più a prenderci." "Non mi va" disse George "sarebbe la prima volta che diserto il lavoro. Inoltre questo tipo di comportamento li renderebbe sospettosi. Teniamoci forte e vediamo quello che succederà." Sette giorni dopo mentre i piccoli ponies di montagna scendevano per la strada a spirale, Hanley disse: "Ho un po' di rimorsi. Non scappo perché ho paura, ma perché mi dispiace. Non vorreivedere la faccia di quelle brave persone quando la macchina si fermerà. Mi sto chiedendo come la prenderà Sam." "È buffo" rispose Chuck "ma quando lo ho salutato ha capito benissimo che noi ci mettevamo in salvo, ma la cosa per lui è indifferente perché sa che la macchina funziona in modo automatico e che il lavoro sarebbe finito presto. Dopo di che per lui non ci sarebbe stato un dopo." George si girò sulla sella e guardò indietro alla strada sulle montagne. Le costruzioni dei monasteri si stagliavano scure nel sole al tramonto. Piccole luci brillavano di quando in quando come gli oblò sul fianco di un transatlantico. Erano naturalmente delle lampade elettriche attaccate agli stessi circuiti del computer Mark V. Che cosa sarebbe capitato al computer? S’interrogò George. I monaci l'avrebbero distrutta nella loro ira e nel loro disappunto? o magari si sarebbero seduti quietamente e avrebbero ricominciato da capo i loro calcoli? Sapeva esattamente che cosa accadeva in ogni momento sulla montagna, dietro la muraglia. Il gran lama e i suoi assistenti, seduti e con i loro vestiti di seta, esaminavano i fogli, mentre alcuni novizi li ritagliavano dopo averli prelevati dalla stampante e li incollavano sull'enorme registro. Nessuno parlava. Non si sentiva altro che il rumore della stampante, dal momento che il computer Mark V lavorava in perfetto silenzio mentre elaborava migliaia di calcoli al secondo. Tre mesi di quella vita, pensava George, erano sufficienti per far impazzire chiunque. "Eccolo!" urlò Chuck indicando un punto giù nella valle "ed è davvero splendido. "Era davvero splendido, pensò George. Simile a una minuscola croce d'argento il vecchio aereo da trasporto DC3 si era posato laggiù sul piccolo aeroporto. In due ore li avrebbe portati via verso la libertà e la salvezza. Questo pensiero aveva lo stesso sapore di unliquore pregiato. Chuck cullò questo pensiero mentre il pony scendeva pazientemente la china. Cominciavano a scendere le tenebre sulle alte cime dell'Himalaya. Fortunatamente la strada era buona, come lo può essere una strada in quelle regioni, ed entrambi avevano delle torce. Non si profilava alcun pericolo, solo un po' di disagio a causa del freddo pungente. Il cielo sopra di loro era perfettamente chiaro ed illuminato dalle stelle amiche. Almeno non si sarebbe corso il rischio che il pilota non riuscisse ad effettuare il decollo a causa delle condizioni del tempo, pensò George. Era l'unico pensiero che lo assillava. Cominciò a cantare, ma dopo un po' s’interruppe. Questa vasta arena di montagne che brillavano come dei fantasmi incappucciati non incoraggiava il suo entusiasmo. George diede un'occhiata all'orologio. "Dovremmo esserci fra un'ora" disse a Chuck che lo seguiva. Poi aggiunse: "Credi che il computer abbia finito i calcoli? Mi sembra che doveva essere verso quest'ora."Chuck non rispose, e George si girò sulla sella. Vide la faccia di Chuck pallida e rivolta verso il cielo. "Guarda" mormorò Chuck. A sua volta George alzò gli occhi verso il cielo. (C'è sempre un'ultima volta per tutte le cose). Sopra di essi, silenziosamente, le stelle, a una a una, si stavano spegnendo.  

1 commento a I nove miliardi di nomi di Dio:

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francesco on martedì 8 marzo 2016 11:27
Lontano (2011) Lontani sono i mondi che noi attraverseremo senza saper bene dove l’inizio della nostra fine. Lontani, i mondi lassù, ma non scorderemo il fine. Noi, figli di Yaf-het, di colui che “prese dimora” a occidente, ora abitiamo sotto tende di Sem, sotto le ali della Sua chiesa. Se solo sapessimo del nostro passato per saper dove si volge il nostro passo! Che potremmo mai ricordarcene non senza confusione? Prosciugatesi antiche paludi, dal Mar Caspio giungemmo al Mar Nero di terre incognite, sospese come nel sogno: Hattilantis ne fu il nome, un’Atlantide di ceneri e lapilli che ebbe a che fare con l’isola di Creta e dove fu fondata la nostra Ilio. Ma i greci, antichi nemici di anatolici, non conobbero veramente i minoici: di essi sì, ne narrano alcuni miti, ma Minosse non era il diavolo. Esisteva, agli inizi, lo strano culto del serpente e lì dove l’aratro seminava primi indizi di civiltà direttamente nel solco della storia. Nei pressi di Eridu, antica città di Shumer, il Paese del Mare, si modellarono statuette ofidie, sotterra furono rinvenuti gli ossi di esseri giganteschi, i dinosauri, e l’Eden si collocava nel giardino di Guedinna, tra Umma e Lagash; ma l’essere a noi più ostile un Neanderthal come Lilith, allor quando Iddio rivestì l’uomo di pelli e il lanoso pachiderma tuonava. Accadde poi il Diluvio, e l’acque tumultuose dell’Eufrate inondarono il meridione e tutte le terre feconde che videro poi la gloria di un re: Ghilgamesh. Tra tutti i grandi che eressero megaliti orientandoli secondo le cose di Padre Cielo e che presero in moglie le figlie di una Madre Terra, anche l’Egitto, fondato da Narmer, emerse dall’acque come un obelisco, ai raggi del sole, ma più non vi regnava l’asiatico che abbozzò le piramidi e quella sfinge poi raffigurata nella Tavolozza del protofaraone, come immersa in petrose sabbie lungo le belle rive di papiro. E quelle genti che fecero il lavoro duro di erigerne i monumenti son coloro che il biblista chiama i Figli di Misraim. Ma Misraim non è Mis-Rê, l’Egitto dinastico non è il pre-dinastico Popolo del papiro! Oltre al geroglifico, lingua conosciuta di allora fu una sola, scritta da nazioni: il cuneiforme. E le sue parole, incise nella cruda argilla, si adattavano a ogni vulgata, come ci testimonia Ebla. Persino Mosè la conobbe, altrimenti come lo avrebbe inteso uno di Madian quando fuggì da corte? L’accàdico, ossia l’assiro-babilonese, era la lingua internazionale di cui acuti faraoni come Ekh-en-Aton si servirono in diplomazia e sempre in questa Nefertari, una moglie di Ramses, aveva ottimi rapporti con la consorte del re ittita, anni dopo quella di Qadesh. Qui perdere il filo del discorso è molto facile, visto che il Genesi biblico, tra tanti fatti mitologici, ci parla soltanto di una sola lingua conosciuta ai tempi delle prime ziqqurat sì alte come quella di Saqqara, ma nel labirinto di specchi che è la parola, il nome Arianna significava Colei che fu bella, poiché Ari significava avvenente e Ann era suffisso del passato remoto del verbo essere. A noi, pronipoti di un Noè di nome Deucalione, oggi dispersi in ogni dove sulla faccia delle terre emerse, dette impulso anche stirpe d’intrepidi Arii, che conquisero Hariyupeya, una Harappā dei Rig-Veda. Tutto giusto fin qui? Il canto mio è desolato, or più non siamo gli stessi di uno ieri, e dove ritroveremo le nostre radici per guardare anche alle verdi foglioline? Tutto è caduco, eracliteo “panta rei” colma ogni buco. Smemoreremo? Si è fatta oscurità, ora, sulla Terra, a causa di molte calamità l’Oriente soffre. Chi, senza peccato d’orgoglio, ci guiderà su vie d’eternità, a chi attingeremo vere perle di saggezza? Da coloro che ballano la samba sugli altari e ti adescano ragazzini? Vita, sinonimo di luce, ma molti preferiscono le tenebre alla vera lampada di un’umanità interiore, si prendono gioco del loro prossimo, perché adorano un vitello d’oro. Lontani sono i mondi che noi attraverseremo, lassù, senza saper bene dove l’inizio della nostra fine. Già ci si son spalancate le porte dell’universo, lo scrutiamo, e la polverosa luna è solo un sogno caro a romantici. Lontani, i mondi lassù, ma non scorderemo il fine che ci avrà spinto nell’oltre. E quel dì saremo come uno strenuo fior del deserto, e bello agli occhi del dio Logos.
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