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Viaggio nella scrittura

Il pennino

Ve lo figurate vostro figlio mentre tenta di scrivere usando un pennino? 
E voi lo ricordate? 
Eppure è stato lo strumento di scrittura, nelle nostre scuole, fino agli anni 60.  Severi maestri erano ben attenti che sui compiti non vi fossero sbaffi, sgorbi e soprattutto macchie.
Ho accennato al signor pennino in un post precedente ma, ora desidero darvi maggiori dettagli su questo piccolo oggetto.


 I primi ad usarlo furono gli Egizi Nella tomba del faraone Ramsete II ne sono stati trovati di vecchi di 3300 anni ma per sentirne parlare bisognerà far passare un bel po’ di tempo. Nel el 1691 le religiose di Port Royal usavano pennini di rame che fabbricavano da sé. Nel 1717 i verbali degli stati generali dei Paesi Bassi, venivano redatti con pennini di forma tubolare in argento, montati su cilindri/penne anch'essi d’argento. Il 26/11/1738, Voltaire scrive a Thierot per fare una ordinazione di pennini d’oro. Nel 1763, la principessa di Carignano offre al piccolo Mozart pennini d’argento per il suo settimo compleanno…! 



Però non era un’abitudine di massa ma un uso d’élite per cui sino al 1800 si continuò ad usare l’elegante, signorile e maneggevole penna d’oca.  Al suo apparire pubblico, mister pennino suscitò parecchie polemiche: è un oggetto freddo, sembra un piccolo pugnale, ha la lingua biforcuta. Jules Janin nel 1857 lo malediceva, imputandogli di esser causa dei mali della società moderna, assieme al primo uomo che lo trasse dal vile ferro… e così che siate entrambi maledetti … (sembra di essere nel nostro tempo vero?) Ma chi può fermare il profresso? Il pennino svolse il suo ruolo per circa un secolo, molto poco in confronto alla penna d’oca, però contribuì a salvare molti volatili dalla spennatura. Ma approfondiamo ancora un po’

I primi pennini artigianali nacquero a Birmingham, in Inghilterra. Gillot, Mason, Mitchell, e Perry sono i loro inventori. Gillot in particolare, grazie al suo apprendistato con il celebre coltellinaio Skinner, godette di un gran vantaggio: era in grado di conoscere e poi mantenere a lungo il segreto del procedimento industriale di fusione, tempra e laminazione dei metalli. Riuscì così a sfruttare appieno i nuovi macchinari. Presse a bilancere, trance e macchine a vapore fisse comprese, con la loro velocità e instancabilità. Il prezzo di questi piccoli manufatti industriali risultò così enormemente inferiore rispetto a quelli costruiti artigianalmente, basti considerare che una confezione di 144 di questi pennini (detta grossa), costava quanto uno solo realizzato artigianalmente!
In Inghilterra sorsero le dinastie del pennino mentre in Europa si procedette con più lentezza, in Francia vennero importati da  Pierre Blanzy che capendone  l’importanza e la potenzialità industriale strinse accordi tecnico commerciali coi più importanti produttori britannici. La consevatrice Germania partì più tardi (1905) tedeschi furono più lenti e conservatori, complice anche l’immenso numero di oche che vivevano sul territorio e che non costavano praticamente nulla…

In Italia occorrerà invece attendere dopo il 1920 quando, l’autarchia del regime, si estenderà anche a questo modesto prodotto, una produzione industriale non disgiunta dalla ricerca del consenso anche nelle piccole cose .
E l’America? L’america si svegliò, per così dire, solo dopo la prima guerra mondiale. Ma che risveglio! Lanciarono, come nel loro stile, una aggressiva e vincente campagna a base di penne stilografiche e di macchine da scrivere!
Il pennino zoppicò un po’ ma non morì, anzi si estese anche in Cina e in Giappone, patrie del pennello.  
Sapete come si fabbricava un pennino?
Si partiva da laminati (l’acciaio migliore per i pennini arrivava da Sheffield (GB) e con una tonnellata se ne producevano circa 1.700.000 pezzi) di spessore variabile da 1 a 3 millimetri e su queste strisce si disegnavano i pezzi che venivano successivamente tranciati, sagomati, forati, stampigliati, incurvati, sgrassati. Alla punta veniva poi saldato un grano di iridio o di osmio iridio (metalli particolarmente resistenti, ricordiamo il brevetto “osmiroid”, lega praticamente indistruttibile), infine le punte stesse sono tagliate, rettificate, levigate, pulite e brillantate. Il pennino era così pronto per il commercio.
 Del pennino vi sono state oltre 10.000 varianti. Moda, tecnica, fantasia, creazioni tecnologiche e studi di forme, tutto era preso ad ispirazione e se ne vantava la superiorità, promuovendo ora questa ora quello!

Si arrivò a produrre pennini con nomi più o meno importanti, con materiali fantasiosi e più diversi, si produssero anche penne in vetro, pennini con forme più varie (famosi quelli a manina e dito, con torri, ecc…), fino ad arrivare a pennini protesi per combattere il crampo dello scrittore e a pennini conici i cui fianchi parevano pettini per baffi


Questa realtà pareva proprio non dovesse tramontare mai, vista la fantasia dei produttori e il basso costo unitario del pennino, che poteva essere tranquillamente abbinato ad una semplice cannuccia di legno. Vi erano però anche pennini d’oro e d’argento, con altrettanto pregiati steli o cannucce (stilofori) in cui inserirli. Anche le pietre preziose erano usate, come le lavorazioni filigrèe, veramente affascinanti alla vista. 


Ovviamente tutto ciò era riservato ai più abbienti.
Ma quello che all’inizio non era riuscito all’America, meglio riuscì ad un tale chiamato Laslo Biro e cominciò un’altra era.

 

La scrittura CINESE

La scrittura cinese
(sintetica panoramica)


La più antica scrittura, tra quelle ancora in uso, forse è quella cinese. Non è possibile sapere con precisione quando sia nata perché le ricerche e gli scavi archeologici non sono stati così frequenti e costanti come in occidente o in altre parti del mondo. Originariamente pittografica, si è man mano evoluta verso forme più stilizzate, ed oggi i suoi caratteri , detti hànzì, non hanno più un aspetto riconducibile a ciò che un tempo rappresentavano ovvero  oggettiidee o addirittura indicazioni sulla pronuncia. Tradizionalmente il cinese si scrive in colonne verticali, dall’alto in basso e da destra a sinistra.
La diffusione e la pratica della scrittura ha fatto sì che il circa migliaio degli iniziali caratteri si moltiplicasse rapidamente fino a raggiungere la ragguardevole cifra di quasi 50.000; attualmente una persona di media cultura deve conoscerne circa 3000-4000.  Dato che i caratteri hanno forma quadrata e dimensioni identiche, normalmente gli scolari usano  fogli con apposite griglie che li aiutano a mantenere grandezze e distanze costanti.
Lo scritto si è mantenuto più tradizionale del parlato e ciò permette a coloro che parlano dialetti diversi di capirsi perfettamente scrivendo.

I PERIODI della scrittura cinese
Neolitica: recentemente sono stati ritrovati dei reperti di età neolitica (per lo più vasi e ossa di animali) con segni ed incisioni che potrebbero rappresentare una forma di scrittura primitiva, anche se gli studiosi non possono affermarlo con certezza; non è infatti possibile determinare se si tratti di un sistema di scrittura organizzato o semplicemente di simboli.
Oracolare
è quella ritrovata su ossa di animali e gusci di tartaruga risalenti all’età del bronzo cinese, soprattutto all’ultimo periodo della dinastia Shāng (1200-1050 a.C.); le domande da rivolgere erano scritte su ossa di grandi animali, soprattutto scapole di buoi uccisi come offerte sacrificali, ma anche gusci di tartaruga (specie il piastrone -la parte sottostante del guscio). Essi venivano riscaldati mediante l’applicazione di aste bollenti in fori realizzati in posizioni ben specifiche (per questo la pratica è anche dettapiromanzia); l’applicazione di calore causava delle crepe che poi indovini interpretavano come risposte delle divinità.


 
Iscrizioni su bronzo


coincidono col periodo della dinastia degli Zhou Occidentali (1066–770 a.C.) e della Primavere e degli Autunni (770–476 a.C.); i caratteri venivano fusi in grande quantità su recipienti di bronzo; sono molto simili a quella della dinastia Shāng, ma più regolari, con tratti più sottili e acuti. Dalla fine del periodo delle Primavere e degli Autunni, la scrittura iniziò a differenziarsi secondo il territorio. Gli Zhou Occidentali, nell’ultimo periodo, cominciarono a scrivere con uno stile che sarà alla base dello stile del sigillo; per non confonderli, esso è definito stile del grande sigillo, mentre quello successivo è chiamato stile del piccolo sigillo (o, più semplicemente, stile del sigillo).

Dinastia Qín: quando la dinastia Qín (221-206 a.C.) unificò la Cina, impose lo stile del sigillo a tutto il suo territorio; gli stili locali caddero così in disuso. I caratteri sigillari, che si evolsero gradualmente già nello stato di Qín durante l’ultimo periodo degli Zhou Occidentali, hanno una forma leggermente allungata in senso verticale e presentano linee piuttosto curve e tondeggianti. Lo stile mantenne questo nome anche dopo la fine della dinastia Qín e continuò ad essere usato come forma decorativa appunto nei sigilli , ossia nei ‘timbri’ usati per imprimere la propria firma sui documenti scritti. Contemporaneamente allo stile del sigillo, la dinastia Qín sviluppò una forma di scrittura più semplificata e popolare, nota come ‘scrittura degli scribi‘, usata dagli impiegati del governo. A questo periodo, oltre alle iscrizioni su bronzo, si diffondono testi scritti  con inchiostro su bambù, su strisce di legno e, più raramente, su seta.

Dinastia Han 
(nell'immagine cavalli in ceramica dipinta risalenti alla dinastia Han)

(206 a.C-220 d.C): è il periodo di maggiore diffusione della scrittura, perciò lo stile del sigillo venne relegato al solo compito datogli dal suo nome mentre, per tutti gli altri usi si preferì impiegare una scrittura più veloce e sbrigativa. I caratteri furono semplificati e persero ogni radice pittografica divenendo più spigolosi e assumendo forma quadrata e i tratti da rotondi si fecero rettii. Questo stile derivante dalla scrittura popolare della dinastia Qín prese il nome di stile clericale o anche stile cancelleresco. Durante la dinastia Han si affermò gradualmente anche un corsivo, informale, usato per stesura di bozze e documenti non ufficiali: dapprima si sviluppò come stile corrente (un semi-corsivo), poi come stile d’erba (un corsivo vero e proprio, con caratteri che si presentano in forma irregolare, simili a fili d’erba agitati dal vento). Infine, durante il III secolo d.C., apparve lo stile regolare: presenta dei tratti che ricordano lo stile corsivo, ma non è una forma corsiva. Fu durante la dinastia Han che si sviluppò la produzione della carta come supporto alla scrittura.
 
 
4. Stile clericale (a), stile corrente (b), stile d'erba (c), stile regolare (d)

Periodo delle dinastie del Nord e del Sud: a partire dal V secolo d.C. lo stile regolare si afferma in maniera definitiva e diventa ufficiale.

Periodo della dinastia Tang (618-907 d.C.): lo stile regolare si perfeziona ulteriormente grazie alla maestria di esperti calligrafi. Da allora è una forma standard rimasta, sostanzialmente, invariata fino ai giorni nostri con il nome di cinese tradizionale.
 
 La medesima parola in cinese tradizionale (in nero) e cinese semplificato (in rosso)

Modernità: nel corso del ventesimo secolo si decise di attuare una semplificazione dei caratteri tradizionali allo scopo di rendere più facile e veloce la scrittura e di incrementare l’alfabetizzazione: per eseguire certi caratteri tradizionali occorrono infatti anche 40 o più segni. La maggior parte dei testi della Cina continentale viene, attualmente,  stampata con caratteri semplificati, mentre a Hong Kong, Macao e Taiwan si usa ancora il cinese tradizionale. Nonostante la versione semplificata sia stata inizialmente criticata perché ritenuta arbitraria e poco coerente, oggi non c’è alcun obbligo di adottare l’uno o l’altro sistema di scrittura, poiché  sono praticati entrambi. In tempi recenti si è anche diffusa, per influsso occidentale, l’organizzazione della scrittura in righe orizzontali, da sinistra a destra.
esempio di cambiamento nel tempo, dallo Shang al moderno.

Giornale e quotidiano







Forse il primo “quotidiano” della storia si può far risalire al 59 a.C. quando a Roma Giulio Cesare istituì gli “ Acta Diurna populi Romani”  (o semplicemente Acta Diurna), una sorta di gazzetta ufficiale che veniva affissa nei luoghi pubblici. 






In varie epoche successive c’erano “gazzette”, diffuse in vari modi, anche se non potevano godere di grande diffusione  perché erano poche le persone che sapevano leggere. 
Il diffondersi di notiziari manoscritti, nell’Europa rinascimentale, fra i mercanti che si scambiavano notizie sulla situazione economica, politica e militare, su usanze, costumi e tendenze, con contenuti anche “umanistici” e culturali, potrebbe essere inteso come una prima forma di giornalismo. 
Nella seconda metà del Quattrocento, in Germania, nacquero i precursori dei giornali  sotto forma di bollettini stampati, di carattere sensazionalistico. 
Seguirono varie forme di comunicazione stampata,  che uscivano però solo  quando c’era qualche notizia da diffondere, senza una precisa periodicità. 
A Londra, nel 1702 fu pubblicato il primo quotidiano, The Daily Courant. 
In Francia il Journal de Paris nel 1777. 
Negli Stati Uniti il Pennsylvania Packet nel 1784. 
In Italia si dovette attendere dopo il 1840. Per esempio Il Corriere Mercantile di Genova, nato come bisettimanale nel 1824, divenne quotidiano nel 1844. 

La Gazzetta del Popolo, nata a Torino nel 1848, continuò a uscire fino al 1983. L’Osservatore Romano uscì nel 1849 e divenne quotidiano nel 1851 – nel 1870 assunse il ruolo di organo ufficiale del Vaticano. 



 Però il titolo di “più antico giornale d’Italia” viene conteso tra la Gazzetta di Mantova e la Gazzetta di Parma. La prima rintraccia le sue origini fino a un “aviso” che usciva alla corte di Mantova  addirittura dal 1664. La Gazzetta di Parma, invece, fu pubblicata  per la prima volta nel Settecento, ma dal 1758 ha avuto più continuità diventando quotidiana nel 1850. 


 L’invenzione del telegrafo (1844) e successivamente del telefono (1877) diedero un notevole impulso alla quotidianeità dei giornali. 


 La prima agenzia di informazione per la stampa fu la francese Havas nel 1835, seguita dalla Associated Press negli Stati Uniti (1848), dalla Wolff in Germania (1849) e dalla Reuter in Inghilterra (1851). 

In Italia la Stefani, a Torino, nel 1853

Fra i più antichi quotidiani italiani ci sono La Nazione, nata a Firenze nel 1859, il Giornale di Sicilia (1860), il Corriere Adriatico (1860), il Roma di Napoli (1862), l’Arena di Verona (1866), il Corriere della Sera (1876), il Messaggero (1878). La Gazzetta Piemontese, nata nel 1867, nel 1895 divenne La Stampa. Il Sole, che usciva dal 1865, cent’anni dopo si è fuso con il 24 Ore (che era nato nel 1946). 

 Il giornale si diffuse a livello globale nel corso del Novecento grazie all'avvento della società di massa. 
In epoca contemporanea il quotidiano è arrivato in internet.   

La macchina da scrivere

Pennini e calamaio, penna stilografica, biro, macchina da scrivere, computer, quanti strumenti sono stati e sono a disposizione degli scrittori ma, facciamo un passettino indietro.
I giovanissimi, forse, ne avranno visto qualche esemplare in casa dei nonni o sulle pagine di un libro o girellando tra le immagini fornite da internet ma, noi, con i capelli “sale e pepe”, la rammentiamo bene la cara macchina da scrivere.
Il primo, nonostante tutti cerchino di accaparrarsi il primato, ad averne  inventato un prototipo sembra sia stato Giuseppe Ravizza che nel 1846 abbozzò un tentativo con scopi umanitari: questa macchina doveva servire a far sì che anche i ciechi potessero scrivere. Ravizza scelse di darle un nome tutto suo: cembalo scrivano, per la somiglianza con lo strumento musicale. 

Anche Peter Mitterhofer è uno dei candidati alla paternità
Fin dall’inizio, comunque, si diede importanza agli standard di posizionamento dei tasti per dattilografare velocemente a memoria senza cercare la lettera  e per permettere l’alternarsi della mano destra con la sinistra. Tali criterio sono rimasti invariati anche per le tastiere dei moderni computers.
 

Nei primi modelli meccanici ed elettro-meccanici era presente una tastiera i cui tasti di scrittura premuti azionavano il corrispondente  martelletto in grado di trasferire il carattere, premuto con forza su un  nastro inchiostrato, alla superficie della carta (oh quel nastro che si impigliava, che macchiava le mani di nero e rosso, poiché era in grado di scrivere anche in questo colore, lo rammentate?). Un altro meccanismo faceva, immediatamente, seguire lo scatto di avanzamento del carrello sul quale stava il foglio di carta che veniva così posizionato in modo corretto per la stampa del carattere successivo.
La fine corsa era segnalata da un “dling”. 
Accessori indispensabili erano la carta carbone che consentiva di ottenere più copie, conformi all'originale, con una sola operazione di battitura e la gomma, sottile e a forma di dischetto, per le cancellature, seguita, più avanti nel tempo, da strisce di bisnchetto che si posizionavano sull’errore, ribattendoci il tasto, ed imprimendo il bianco sul foglio al posto della lettera errata.
Nel 1901 nacquero le macchine elettroniche con elemento unico di scrittura (inizialmente a sfera, detta anche pallina o testina, ed in seguito a margherita), tasti con modalità sbianca-errori e display. Ciò permetteva di variare il carattere, sostituendo la sfera o la margherita, di applicare uniformemente la pressione e l'intensità dell'inchiostro, e di correggere gli eventuali errori di battitura dopo o prima della stampa.
E’ ora di tornare al computer, via la nostalgia però, riflettete su: “Quanti libri sono stati scritti con la macchina da scrivere?

(nella foto la mitica Olivetti lettera 22)


p.s.: è corretto dire macchina DA scrivere e non PER scrivere perchè la proposizione da seguita da infinito, indica proprio un fine o uno scopo.
 .

Johannes Gutenberg

Il carattere mobile di J. Gutenberg (1400-1468).
 
La diffusione del libro cresceva ed il lavoro degli amanuensi e dei copisti altrettanto; fin quando Johannes Gutenberg di Magonza (Germania), inventò il carattere mobile.
Il carattere mobile sostituiva comunque un procedimento più lungo e complesso che consisteva nello scolpire con sgorbie e bulini in unici blocchi di legno intere matrici di stampa sulle quali venivano torchiati i fogli da stampare: le cosiddette xilografie che restarono  in uso, anche dopo l’avvento del carattere mobile, per l’ esecuzione di illustrazioni artistiche.
 

L’invenzione del carattere mobile si basava sulla realizzazione di caratteri in una leggera lega metallica per mezzo di matrici in legno, preventivamente scolpite in “negativo” in cui si versava il metallo fuso, che potevano essere poi disposti in maniera allineata grazie a delle forme-guida (compositoi) che permettevano di comporre intere pagine.
 
Il compositoio era posto su un torchio che pressava lo stesso non prima di averci messo sopra il foglio di carta.
Carattere mobile e torchio  furono l’invenzione che stravolsero la stampa intorno il 1455, periodo in cui Gutenberg pubblicò la Bibbia delle 42 linee, cosiddetta perché conta 42 righe per colonna con un totale di 1.282 pagine per 180 copie delle quali oggi ne restano solo 48 sparse in alcune delle principali biblioteche e musei del mondo (in Italia ve ne sono 3 copie nella Biblioteca Apostolica Vaticana).


Mentre la Magonza di Gutenberg custodiva ancora i segreti del nuovo processo di stampa, nel resto d’Europa sopravvivevano gli incunaboli, le xilografie, le acqueforti, almeno fino al 1550 ca.
 Animate vicissitudini politiche (il sacco di Magonza), fecero sì che gli allievi di Gutenberg si disperdessero per l’Europa diffondendo le nuove tecniche di stampa nelle città di dove si trasferirono: Strasburgo, Basilea, Zurigo, Augusta, Ulm, Norimnerga e, in Italia nella prima tipografia impiantatasi a Subiaco fu stampato nel 1465 il De Oratore di Cicerone.
A Napoli, nel 1470, fu Sisto Riessinger ad aprire la prima tipografia.
Ma si deve all’opera di Aldo Manuzio la sostituzione del carattere gotico, col quale si erano fino allora stampati i libri, con quello latino ed il corsivo.

Gli Amanuensi

(testo tratto dal sito: amanuense.it) 
Gli amanuensi, dal latino servus a manu, sono coloro i quali erano nell'antichità deputati ad un lungo e rigoroso lavoro di copiatura dei testi. 

Affidata per lo più ai monaci quest'opera di trascrizione è quella cui l'uomo deve la conservazione nel tempo di opere straordinarie, primi fra tutti i testi sacri. Questa prassi a seguito delle invasioni barbariche assunse, specie presso le abbazie dei Benedettini, l'aspetto organizzato e professionale di una vera e propria attività; in tal senso l'acquisita professionalità di coloro che svolgevano queste mansioni fu particolarmente importante per garantire nell'opera di trascrizione la fedele attinenza al testo, scongiurando l'inserimento di interpretazioni personali durante la stesura. Ma andiamo con ordine e scopriamo passo dopo passo la lunga storia degli amanuensi, un lungo viaggio per ripercorrere i tempi e i termini della diffusione delle opere letterarie. A partire dal 313 d.C., data che sancisce l'emanazione dell' editto di Costantino che proclamava la libertà di culto per i cristiani, si assiste ad un rapido e consistente sviluppo del testo scritto e, di conseguenza, dello studio della scrittura. Per poter studiare, si rese quindi necessaria la riproduzione dei libri e , poiché a quel tempo non era ancora stata inventata la stampa, i libri potevano essere riprodotti solo copiandoli a mano: nasce così la figura degli amanuensi, umili ed anonimi monaci che avevano il compito di riprodurre pazientemente a mano le Sacre Scritture, opere greche e latine, testi di grandi storici, poeti e naturalisti e, grazie al romano Cassiodoro, consapevole di quanto fosse importante che la cultura e le tradizioni delle antiche civiltà non andassero perdute, anche testi profani. I libri ricopiati servivano ai monaci per la lettura e l'insegnamento. Era nei monasteri infatti che la cultura veniva custodita e tramandata ed alcuni di questi monasteri avevano biblioteche in cui erano custoditi i preziosi libri salvati dalla distruzione dei barbari.
I monaci che si dedicavano a questa attività studiavano le arti liberali (grammatica, dialettica, retorica, aritmetica, geometria, musica, astronomia) e spesso, nel lavoro di esegesi e nelle traduzioni, assumevano l'arbitrio di apporre interpolazioni o estrapolazioni allo scopo di dare un senso cristiano alla quasi totalità dei concetti e a tale proposito aggiungevano , a volte, anche una breve preghiera alla fine del libro. 

Grazie all'opera degli Amanuensi, sono arrivati sino a noi tanti capolavori che altrimenti sarebbero andati perduti ed è per questo che i monasteri possono essere considerati dei veri e propri centri di promozione culturale oltre che di fede e spiritualità. Il lavoro di copiatura era molto lungo e faticoso tanto è vero che, per ricopiare la Bibbia, era necessario un intero anno di lavoro fatto da più persone e vi erano persino dei testi così estesi e complicati che spesso non bastava l' intera vita di un Amanuense per realizzarne una copia. Proprio per questo, nei testi dei secoli IX e X, si trovano spesso affermazioni come questa: 'L'approdo non è più gradito al marinaio di quanto non sia l'ultima riga del manoscritto allo stanco amanuense'.
La media di copiatura era di 10-12 pagine al giorno nonostante di solito gli amanuensi fossero esonerati dalle preghiere della terza, sesta e nona ora proprio per non dover interrompere il loro lavoro nelle ore di luce. Gli amanuensi erano costretti a stare chiusi per ore ed ore nello scriptorium ( dal latino: luogo dove si scrive), fermi nella stessa posizione, con le dita e la mano che si irrigidivano per i crampi. Lo scriptorium era una sala spaziosa ed illuminata da numerose finestre. Nella posizione più idonea a ricevere la luce c' erano i tavoli dove lavoravano i monaci amanuensi. Non in tutti i monasteri c'era però lo scriptorium; in tal caso, i monaci svolgevano il lavoro di scrittura nel refettorio o nelle celle individuali. 

 All'interno dello scriptorium vi era una specifica suddivisione dei compiti. l lavori di preparazione, come ad esempio lisciare i fogli di pergamena e tracciare le linee parallele che avrebbero guidato la mano del copista ,spettavano ad aiutanti comuni chiamati Scriptores. La copiatura spettava ai copisti, generalmente schiavi eruditi chiamati dagli antichi romani 'servus a manu' e che provvedevano a realizzare, sempre manualmente e con bella grafia, le copie delle varie pagine che componevano il libro. I copisti utilizzavano piani d'appoggio, a volte con il piano inclinato: il manoscritto da copiare era poggiato su di un leggio fissato ad un supporto. Gli Amanuensi scrivevano o meglio trascrivevano il testo, avendo cura della fedeltà dello scritto e della qualità del carattere, sui fogli di pergamena cioè pelle di agnello, pecora, montone o capra lavorata in modo da divenire liscia e chiamata pergamena in quanto entrata nell'uso comune per la prima volta a Pèrgamo, città dell' Asia Minore. La decorazione spettava invece ai miniaturisti i quali avevano un compito certamente secondario rispetto al fatto di riprodurre e tramandare un testo, ma sicuramente più appariscente, più artistico e di forte impatto visivo.

Le loro meravigliose creazioni danno inizio, nei testi medievali, ai paragrafi e ai capitoli e molto spesso, nell'immaginario collettivo, s'identificano con lo stesso Medioevo. Si tramandano infatti pochi nomi di amanuensi, ma si citano molti nomi di artisti miniaturisti, alcuni dei quali erano anche talentuosi pittori nel senso tradizionale del termine che, nei periodi di scarso lavoro, non disdegnavano di prestare la propria opera a servizio della Chiesa o dei Signori che ne facevano richiesta. I miniaturisti realizzavano spesso autentiche opere d'arte miniate che volevano riflettere la grandezza e la gloria di Dio e venivano create con oro zecchino a 24 carati applicato su una base in gesso, per esaltarne la spazialità e poi lucidato con un brunitoio in pietra d'agata. La miniatura era già stata usata come decorazione di manoscritti ai tempi degli Egizi e dei Greci, ma ebbe il suo massimo sviluppo nel Medio Evo. La parola 'miniatura' deriva dal latino minium, il colore usato per riquadrare le pagine e per scrivere i titoli e le lettere iniziali dei manoscritti. Gli amanuensi infatti lasciavano appositamente in bianco la lettera iniziale di ogni capitolo affinché venisse poi ' miniata' dai miniaturisti il cui compito era quello di illustrare, illuminare ed arricchire il testo con fregi, decorazioni, cartigli e figure varie, inserendosi con abilità nei margini, nei bordi, nelle lettere maiuscole, con tutta la grazia ricca e delicata di cui erano maestri.
Ai miniaturisti piaceva adornare la lettera iniziale di ogni capitolo o di ogni pagina con dorature o con vivaci colori come il rosso per le prime linee scritte, le lettere maiuscole ed i titoli, il verde e l' azzurro per le lettere iniziali e l' oro e l' argento per codici di lusso destinati al culto religioso. Essi inserivano nel testo delle piccole e bellissime raffigurazioni di angeli, di santi o di scene della vita di ogni giorno. In qualche libro, i margini di ciascuna pagina venivano decorati con ghirlande di fiori e di foglie e spesso, in mezzo a questi bordi infiorati venivano dipinti anche animaletti quali api, farfalle, scarabei e libellule. Le miniature, col passare del tempo, divennero piccoli capolavori contenuti nello spazio di pochi centimetri quadrati all'interno degli Evangelari ( raccolta di testi sacri, messali), nei Salteri (raccolta di salmi) e nelle Bibbie che ebbero, grazie all'uso dell'oro e della porpora, un aspetto molto elegante. Il codice medioevale non aveva una pagina dedicata al titolo, ma iniziava con la frase scritta con l'inchiostro rosso e con le lettere ingrandite: era l'incipit (inizio) e finiva con la parola explicit ( fine), dopo la quale si poteva trovare la sottoscrizione in cui erano indicati il nome del monaco amanuense, la data in cui aveva finito di scrivere e le persone per le quali aveva scritto. Infine la rilegatura, essenziale per l'uso e la conservazione dei testi, spettava ai rilegatori, che spesso traducevano il loro lavoro in realizzazioni artigianali ed artistiche di altissimo livello in quanto spesso la rilegatura era in cuoio ed i volumi venivano abbelliti con massicci angoli d'argento lavorato a mano e con grossi fermagli.

 Alcuni libri venivano invece ricoperti di velluto o con una tavoletta d'avorio scolpito in basso rilievo. Qualche esemplare era perfino rivestito con una lamina d'oro battuto e riposto negli scrigni insieme con perle ed altri gioielli. Pertanto ogni libro, ogni pagina, ogni parola ed ogni lettera erano frutto di uno sforzo artistico ed artigianale che vedeva collaborare fra loro una vera e propria equipe specializzata in Vangeli, Messali, Libri d' Ore, Corali, oggetti preziosi e lussuosi, custoditi gelosamente nei tesori e nelle biblioteche ed utilizzati per la liturgia ufficiale o per disparati usi privati.

penna e calamaio

.Provate a chiedere ai vostri figli che cos’è un calamaio. 
Credo ve ne siano pochi che siano in grado di rispondervi correttamente, i più lo confonderanno con il mollusco appartenente alla famiglia dei cefalopodi.

Eppure, ex scolari miei coetanei, ovvero voi che indossavate il grembiulino nero, il collettino bianco inamidato con il fiocchetto rosa o azzurro a secondo del sesso, ve le ricordate le peripezie per imparare a scrivere?
Il calamaio era sistemato in un apposito buco in un angolo del banco, un bidello o la monaca addetta (le mie elementari le ho frequentate dalle suore del Preziosissimo Sangue) lo riempiva ogni mattina.
Che fatica scrivere intingendovi  i pennini, che si incrostavano sempre, e quante macchie, sul quaderno (a righe o a quadretti con la copertina nera) sul grembiule, sul banco, sulle mani e…oh sulla bianca  carta assorbente (Che era sempre simile al mantello di un dalmata), quanta ne usavamo. Sulla scrivania di mio nonno c’era un tampone di pelle in cui si infilava la carta assorbente. 

I pennini potevano essere di diverso tipo secondo l’uso,  ad esempio, rammento che, essendo molto importante la calligrafia, ci insegnavano ad usarne alcuni premendoli ed allargandoli di piatto, per farne scaturire un segno grosso e tenendoli di costa senza calcare per ottenerne uno sottile.
Pensate che la biro è stata inventata i dal giornalista ungherese Laszlò Jàsef Birò nel 1938 ,  in Italia era disponibile dal 1953, ma nelle nostre scuole è stata usata solo dal 1960. E non ovunque proprio perché si riteneva fonte di: BRUTTA CALLIGRAFIA.

Latini e Romani (la scrittura)

Prima di parlare di vero e proprio alfabeto latino occorre precisare che in quella che ora è la nostra penisola, vi sono stati molti “ dialetti”- 
Quello messapicoossia dalla Puglia o dalla Calabria, e siculo, derivato dal greco occidentale. L'andamento dei testi è generalmente per linee sinistrorse, in Sicilia anche a serpentina. Le parole non sono mai separate. 
Quello piceno ossia della regione fra Rimini e il Gargano, anche esso derivato dal greco occidentale, ma forse in parte tramite l'etrusco. L'andamento è a serpentina; fanno eccezione parecchi testi di Novilara (Pesaro), lineari sinistrorsi. La grafia è completata con punti come l'etrusco.


Ansa bronzea rinvenuta nella tomba del Duce
di Belmonte Piceno, prima metà 
del VI secolo a.C.
Quello  osco (Campania), umbro, falisco (a nord di Roma, stretto predecessore del latino) e latino, derivati dall'etrusco. L'andamento è lineare sinistrorso; le parole sono separate con punti. L'osco fu usato anche dai Sanniti, parlanti dialetto diverso. Il documento più importante dell'umbro e di tutte le grafie italiche, è un rituale contenuto nelle tavole eugubine o di Gubbio. Il falisco è molto simile al latino, unico sopravvissuto fra gli italici nella scrittura romana.
Scrittura latina
Quoi hon...sakros esed...recei...kalatorem...iouxmenta kapia...iouestod... 
Chi [violerà questo luogo] sarà maledetto...al re...il banditore...prenda il bestiame...giusto...

Il Cippo del Foro Il Cippo del Foro è la più antica iscrizione monumentale latina, incisa sulle quattro facce di un cippo di tufo, mutilo nella parte superiore. Fu rinvenuto nel 1899 nel Foro Romano, al di sotto di una pavimentazione quadrangolare di marmo nero. Quest'ultima è da identificare con il lapis niger che secondo gli antichi autori indicava un luogo funesto, collegato alla morte di Romolo. Lo storico Dionigi di Alicarnasso ricorda l'esistenza di una statua di Romolo nel Volcanale, accanto a un'iscrizione "in caratteri greci". Infatti accanto al cippo, che reca un'iscrizione in alfabeto latino arcaico -molto vicino a quello greco- si trovano una base di colonna e un altare, che è da identificare con quella del santuario di Vulcano. · La scrittura è bustrofedica e in alfabeto arcaico di derivazione greco-etrusca (per esempio: C per G, P per R). L'irregolarità dei caratteri sembra suggerire che il testo, più che una funzione informativa per i lettori, doveva utilizzare la carica magico-sacrale della scrittura per incutere timore anche negli analfabeti. L'inizio sembra essere una formula di maledizione contro chi avesse violato il santuario.

E questa è una dedica:

E’ incisa sulla base destinata a sostenere un dono votivo al tempio della Mater Matuta dell'antica città latina di Satricum, vicino ad Anzio. Questo testo frammentario riporta il nome di un certo Publio Valerio, forse proprio Publio Valerio Publicola che fu il primo consul suffectus "console supplente" della repubblica, in sostituzione di Collatino nel 509. Publicola morì nel 503, dopo essere stato console altre tre volte.
La grafia è accurata sia per la forma regolare dei caratteri, sia per la presentazione delle righe: la seconda riga, più breve, è centrata sotto la prima. Dal punto di vista linguistico, è notevole la desinenza del genitivo in -osio, che è l'antica forma di derivazione indoeuropea (greco omerico -oio; antico indiano -asya) conservata nel dialetto falisco, ma sostituita a Roma dall'innovazione -ì, la cui origine è ancora incerta. Anche ls forma suodales (in latino classico sodales) è di derivazione indoeuropea.
A proposito di supporti, quello più usato dai romani è sicuramente la tavoletta cerata.
Se pensiamo soltanto al fatto che la frase “aliquid ceris mandare” significava affidare qualcosa allo scritto, capiamo immediatamente quanto fossero importanti per i Romani le tavolette cerate. Quelle che i Romani chiamavano genericamente cerae o tabulae erano assicelle rettangolari di legno o di avorio a margini rialzati che, spalmate di cera, tinta in genere di colore scuro, servivano alla scrittura di esercizi per la scuola, biglietti, appunti, brevi lettere, conti o anche primi abbozzi di un’opera letteraria (Giovenale, 1, 63; Plinio, epist. I 6,1Quintiliano, Instit., X, 3, 31; Orazio, Sat., I, 10, 72-73). Esse servivano inoltre per certe pratiche magiche che ricordano i riti con le bambole voodoo: una donna esperta di incantesimi scriveva su una tavoletta il nome dell’amante, ne tracciava la figura, perforandone il fegato con un lungo ago; si dice che il rito avesse seriamente effetto sul malcapitato, che pativa dolori atroci (Ovidio, Amores, III 7, 29-30). Nel più tardo uso comune le tavolette venivano chiamate codicilli, pugillares (specialmente quelle di piccolo formato) o anche Vitelliani; sembra che questi ultimi, piccoli ed eleganti, servissero in particolar modo per lo scambio di appuntamenti amorosi (Ovidio, amores, I, 12, 1-2Marziale XIV 8). La cera era solitamente colorata, di un colore scuro: Marziale infatti definisce le cerae tristes (XIV 5,1) e Ovidio allude al sanguinolentus color (Amores, I 12, 12), intendendo un rosso cupo, livido. Si spalmava la cera nell’interno della tavoletta, che era leggermente incavato a causa del rilievo dei bordi: in questo modo la cera vi rimaneva ben fissa. Di solito si praticava un foro nell’orlo e vi si faceva passare attraverso un cordoncino, in modo da unire più tavolette; le cerae prendevano quindi il nome diduplices, triplices, quinquiplices e così via, a seconda del numero delle tavolette di legno da cui erano composte. Talvolta esse venivano indicate anche col nome greco di diptycha, triptycha, poliptycha. L’insieme di più tavole nei primi tempi era chiamato caudex o codex (Seneca, de brev. vitae, 13, 4), che significava alla lettera tronco d’albero. Ogni tavoletta veniva spalmata di cera sulle due facce; tuttavia neldiptychon si inceravano solo le facce interne, ed esso assumeva quindi l’aspetto di un libretto: le due facciate esterne fungevano da copertina, e sulla facciata anteriore alcuni incidevano il proprio nome. Tavolette cerate degli anni 15-62 d.C., scoperte a Pompei nel 1875, si trovano oggi al Museo Nazionale di Napoli. Altre databili agli anni 121-137 d.C. furono trovate in Dacia nelle miniere di Alburnus Maior Vicus Pirustarum (oggi Verespatak in Transilvania). Recentemente sono stati scoperti ad Ercolano ben sette archivi privati, importanti per la storia dell’economia e del diritto.

Siamo arrivati agli ETRUSCHI

Questo è un esempio di scrittura etrusca arrivato fino a noi-
Sull'anfora è possibile leggere dal vivo un testo abbastanza lungo: mi zavenuza venus u(...)us akva tharmis in (...)utum uneithas 
io (sono) il piccolo vaso di Venu U(...) e di Ukui Tharmi della famiglia di Uneitha  
kumen la (...)um remesalu es(...) san(...) mini turuke s(...)rsu 
mi donarono Kumen della famiglia di Remesalu (?) e San(...) S(...)rsu ana mini zinake remiru mi ha fatto Ana Remiru
E questo è il parere degli esperti
(dal sito MNAMON) 
 Etrusco VIII-I secolo a.C. 
 a cura di: Daniele F. Maras   
 La scrittura etrusca è la più antica tra quelle delle popolazioni dell'Italia pre-romana e la storia della sua formazione si riallaccia direttamente con la nascita delle scritture alfabetiche occidentali, codificate a partire dal modello fenicio attraverso la mediazione greca. In realtà si può dire che la scrittura sia giunta in Italia assieme ai coloni greci, che hanno portato con sé l’alfabeto sin dal loro arrivo sul suolo italiano nella prima metà dell’VIII secolo a.C. Da Pythekoussai e poi da Cuma in Campania, la scrittura si è rapidamente diffusa presso gli Etruschi, primi partners commerciali italiani dei Greci, attraverso il contatto diretto tra gruppi aristocratici etruschi e le élites coloniali. L’alfabeto arrivò in Etruria assieme all’ideologia del simposio ed ai fermenti culturali ed artistici provenienti dal vicino Oriente, facendo sì che la scrittura sia fra tutti il fenomeno più caratterizzante della cosiddetta epoca Orientalizzante. L’alfabeto greco, nella sua variante euboico-calcidese, in uso presso i più antichi coloni della Campania, in un primo tempo fu adottato dagli Etruschi integralmente, comprendendo anche le lettere della serie fenicia inutilizzate dalla scrittura greca e quelle non necessarie alla trascrizione della lingua etrusca. Di fatto si può dire che fino alla prima metà del VI secolo a.C. le scritture in uso in Italia (greca, latina, etrusca ed italiche) facevano uso di un medesimo modello alfabetico, ben esemplificato da quello trascritto sulla tavoletta di Marsiliana d’Albegna. Le esigenze della lingua etrusca, diverse da quelle del greco, imposero però una selezione dei segni d’uso che escludeva le occlusive sonore (beta edelta) e la vocale /o/. Il gamma, invece, venne utilizzato nella scrittura in alternativa a kappa e qoppa per segnare l’occlusiva velare sorda /k/. In un secondo tempo, l’esistenza di due diverse sibilanti (pronunciate come la /s/ di “seme” e la /sc/ di “scena”) rese necessario recuperare il segno fenicio del tsade, in contrapposizione al sigma. Per notare la spirante labiodentale /f/, assente nella scrittura greca, si fece uso dapprima del digramma vh o hv, per poi introdurre un nuovo segno a forma di 8. La serie alfabetica d’uso dell’etrusco, depurata alla metà del VI secolo a.C. dai segni inutilizzati nella scrittura, era grossomodo la seguente:      h  θ        ś     u  χ  φ  f Ma in realtà, nelle diverse regioni dell’Etruria, furono adottati sistemi grafici diversi: per esempio in area settentrionale si usava il solo kappa per la velare sorda /k/, mentre il tsade segnava la /s/ semplice ed il sigma quella marcata /š/; a Sud di Vulci e Orvieto, invece, le sibilanti erano invertite (sigma per /s/ e tsade per /š/) e, dopo un periodo di coesistenza di c - k - q, si preferì utilizzare il solo gamma; nella sola Caere, infine, che apparteneva al gruppo meridionale, il tsade fu sostituito dal sigma a quattro tratti. Con il passare del tempo, l’evoluzione della scrittura etrusca comportò l’introduzione di nuove varianti per i segni (per esempio il theta a circolo vuoto ovvero a croce, la sparizione del codolo inferiore di alcune lettere o la forma curva dei tratti obliqui), senza modificare eccessivamente la sequenza alfabetica e senza stravolgere il sistema scrittorio. Dal punto di vista della lingua, la cosiddetta epigrafia etrusca recente, a partire dal V secolo a.C., si distingue da quella arcaica per il fenomeno della sincope, a causa del quale le vocali dopo l’accento si indeboliscono nella pronuncia e non vengono trascritte, originando grafie come Menrvarispetto a Menerva (nome di dea) o turce rispetto a turuce (verbo di dono).



La scrittura in GRECIA




Manoscritto del X secolo con scrittura greca minuscola







Nell’area mediterranea una delle prime etnie a beneficiare della scrittura fenicia fu quella greca. Oltre ad una questione di vicinanza territoriale ciò fu dovuto agli scambi commerciali che avvenivano tra questi due popoli.
I greci riconoscendo apertamente la derivazione fenicia del loro alfabeto chiamarono i suoi segni Phoinikeia Grammatalettere fenicie. 
La lingua greca però foneticamente (invece della fenicia) prevedeva assolutamente l’uso delle vocali sia per una questione metrica sia per il problema della flessione delle parole e degli articoli. Inoltre molti vocaboli, senza di esse, avrebbero potuto avere dei significati molto diversi, facendo un esempio con la lingua italiana, scrivere FNT avrebbe potuto significare FANTE, ma anche FONTE, FINTO,  FINITO, OFANTO.  
I greci risolsero il problema adattando alcune lettere dell’alfabeto fenicio, di suono simile alle loro vocali, a vocali vere e proprie. 


Una delle prime e più importanti testimonianze dell’alfabeto greco è un’iscrizione che si trova sulla Coppa di Nestore, un reperto archeologico del 725 a.C.



Nell'antica Grecia le lettere venivano usate anche per scrivere i numeri 

postponendo al simbolo grafico un segno molto simile ad un apostrofo, in maniera simile ai numeri romani usati dai latini.